Politiche

Cosa ci riserva la finanziaria 2015-2018? Quanto e come peserà sulle famiglie, quali le prospettive di rilancio? Un'analisi che fa i conti con la situazione italiana guardando all'Europa e fornisce un riscontro sull'intero triennio

Il travaglio della Legge di Stabilità:
non tutto dipende da noi

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Nella notte tra il 19 e il 20 dicembre il Senato ha votato la fiducia al maxiemendamento al Disegno di Legge di Stabilità 2015 (d’ora in poi DLS), il documento di legge che traccia le linee guida della politica economica e finanziaria del Paese per il triennio 2015-2018.

Nonostante Palazzo Chigi si sia subito affrettato ad affermare che le misure aggiuntive contenute nel maxiemendamento non modificheranno i principali saldi di finanza pubblica, l’impianto stesso della manovra lascia non poche perplessità circa la riuscita del piano del Governo di ravvivare le condizioni economiche di famiglie ed imprese senza con ciò derogare agli impegni presi in Europa per il risanamento delle finanze pubbliche. Il maxiemendamento, infatti, congela, anche se temporaneamente, alcune entrate tributarie del Governo (Tasi e canone Rai) e tenta di rafforzare alcune misure di incentivo agli investimenti. La speranza è che queste nuove misure, unite a quelle già previste dalla bozza originaria del DLS (bonus 80 euro per i lavoratori a basso reddito, TFR in busta paga, taglio dei trasferimenti agli enti territoriali, decontribuzione dei nuovi contratti a tempo indeterminato, creazione di un nuovo regime fiscale agevolato per gli autonomi, ecc.) innalzino il ritmo di crescita dell’economia reale e contribuiscano a far ripartire consumi e occupazione.

Ma in cosa consiste, nel concreto, il DLS 2015? La manovra prevede un primo anno di parziale allentamento dell’austerità fiscale ed un successivo biennio di contrazione dell’indebitamento netto sia nominale che strutturale. L’obiettivo è raggiungere il pareggio strutturale di bilancio (vale a dire l’azzeramento del saldo complessivo tra entrate ed uscite pubbliche al netto della componente ciclica e delle cd una tantum) per il 2017 attraverso misure che non inducano, almeno nei desiderata del Governo, ad un innalzamento della pressione fiscale.

Per capire fino a che punto tale obiettivo possa essere considerato alla portata del Governo è necessario guardare un po’ più da vicino quali sono, anno per anno, le entità e le strategie di copertura della manovra, e su quale “filosofia” di fondo si basi l’intero disegno di Legge.

Prendendo per buone le garanzie del Ministro Padoan circa la neutralità delle nuove misure contenute nel maxiemendamento, per il 2015 il DLS prevede un maggior indebitamento netto nominale di 5,9 miliardi di euro, di cui poco più di 1 miliardo imputabile ad una contrazione delle entrate nette e 4,9 miliardi ad un aumento della spesa. Per il 2016 l’entità dell’indebitamento dovrebbe risultare sostanzialmente invariato (in aumento di soli 36 milioni di euro), mentre per il 2017 questo dovrebbe contrarsi in maniera marcata per un ammontare vicino ai 7 miliardi di euro. Per il 2016 il quasi pareggio di bilancio dovrebbe essere il risultato di una variazione netta delle entrate positiva e vicina ai 5,8 miliardi di euro e di un leggero aumento (rispetto al 2015) della spesa. La forte contrazione del disavanzo prevista per il 2017, invece, è da attribuire ad una vera e propria esplosione delle entrate fiscali – che passano a più di 12,7 miliardi nel giro di 12 mesi (il triplo rispetto all’anno prima) – accompagnata da una stabilizzazione, sui livelli prossimi a quelli del 2016, della variazione netta della spesa.

In termini strutturali (che poi è ciò che più interessa i tecnocrati di Bruxelles), il DLS dovrebbe delineare un andamento convergente del rapporto tra indebitamento strutturale e Pil verso il pareggio di bilancio. Nel giro di tre anni, infatti, i valori del disavanzo strutturale previsti dal Governo dovrebbero essere di 0,6% per il 2015, 0.3% per il 2016 e 0,0 per il 2017, da conseguire attraverso livelli di indebitamento nominali pari, rispettivamente, al 2,6, 1,8 e 0,8 punti di Pil.

Riguardo invece alla filosofia di fondo della manovra, va detto che l’originaria volontà del Governo di far passare la manovra di finanza pubblica 2015-2018 come una delle meno restrittive degli ultimi anni si è infranta sul muro di cinta innalzato dalla lettera di richiesta di chiarimenti inviata dal Vice Presidente della Commissione europea Jyrki Katainen al Governo italiano lo scorso 22 ottobre 2014. La correzione che ne è seguita, che attraverso l’introduzione di tre ulteriori misure ha riportato l’indebitamento previsto per il 2015 da 10 a 5,9 miliardi, ha praticamente fatto sparire l’unica componente espansiva della manovra, trasformando la politica fiscale prevista per il 2015 da moderatamente espansiva a moderatamente restrittiva. Quello che invece pare essere sostanzialmente invariato rispetto agli obiettivi iniziali della manovra è il tentativo di innalzare il reddito disponibile delle famiglie attraverso misure ad hoc come, ad es., il bonus di 80€ ai lavoratori, il TFR in busta paga, il congelamento di Tasi e canone Rai, ecc., e contemporaneamente dare inizio di una stagione di taglio dei trasferimenti agli enti locali e ministeri (la cd spending review) che elimini gli sprechi ed incentivi l’efficienza della PA. Il rischio è che il taglio dei trasferimenti a comuni, provincie e regioni, inneschi un inasprimento della tassazione locale tale da più che compensare gli aumenti di reddito disponibile generati dalla minore tassazione centrale, e quindi da neutralizzare il contributo alla crescita proveniente della domanda nazionale.

Insomma, se per il 2015 non è del tutto proibitivo affermare che la manovra può anche avere un impatto non recessivo sull’economia, la progressiva ripresa della pressione fiscale per il biennio 2016-2017, su cui - tra l’altro – graverebbe anche la scure dell’aumento automatico delle accise e dell’Iva nel caso in cui la spending review dovesse sottoperformare (le cd clausole di salvaguardia), fanno rientrare la politica economica la prima ex-Finanziaria del Governo Renzi all’interno della famiglia delle manovre restrittive-recessive.

Esiste tuttavia una possibile via di fuga dal tradizionale schema austrità-recessione-austerità, e tale via si chiama voluntary disclosure, ossia la procedura di autodenuncia per il rientro dei capitali dall’estero recentemente approvata dal Parlamento. Il DLS, infatti, ingloba (per scopi cautelativi) gli effetti macroeconomici e fiscali generati delle clausole di salvaguardia, ma non quelli riconducibili alle possibili maggiori entrate provenienti dalla voluntary disclosure. Una stima prudenziale fa ritenere che le possibili maggiori entrate previste per il 2015 dovrebbero aggirarsi intorno al 4 miliardi di euro (circa lo 0,3% del Pil) e che tale ammontare potrebbe fungere da frangiflutti nel caso in cui il taglio della spesa dovesse andare in maniera imprevista.

Ma 4 o la massimo 5 miliardi di entrate una tantum basteranno a scongiurare il maturare delle clausole di salvaguardia? La cosa appare alquanto improbabile, a meno che nel corso del 2015 non si materializzasse una nuova prospettiva europea per la crescita che prevedesse l’esclusione degli investimenti pubblici dal calcolo dell’indebitamento nominale o un maggiore ritmo di sviluppo del reddito proveniente da una migliorata congiuntura internazionale. Eventi evidentemente fuori dal controllo del Governo e che pertanto evidenziano, se mai ce ne fosse bisogno, come le sorti dell’Italia dipendano da elementi imprevedibili e del tutto esogeni al nostro Paese.