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La compravendita
degli ovuli

Foto: Flickr/ ZEISS Microscopy

Gli ordinamenti giuridici della maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale, come l’Italia e il Regno Unito, vietano la vendita di ovuli. Cosa succede dove invece è possibile? Una lettura bioetica

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Gli ovuli sono oggetto di mercificazione nell’ambito tanto delle biotecnologie riproduttive quanto della ricerca. Negli Stati Uniti, tra le gravidanze ottenute con fecondazione in vitro, circa una su otto fa uso di ovuli provenienti da un’altra donna, mentre le pressioni a favore della raccolta di ovociti umani a fini di ricerca rimangono costanti nell’ambito di quelle tecnologie che salgono continuamente agli onori della cronaca, come ad esempio la fecondazione in vitro con tre genitori. Nel frattempo, si è diffusa anche la maternità surrogata a pagamento, che implica la compravendita del lavoro riproduttivo delle donne riferito al parto.

Mentre scrivevo la seconda edizione del mio libro Property in the Body: Feminist Perspectives, ho scoperto che, nei dieci anni trascorsi dall’uscita della prima edizione, il cambiamento ha riguardato unicamente le tecnologie specifiche che necessitano del tessuto riproduttivo femminile. Oggi, l’attenzione dei media non si concentra più sulla ricerca sulle cellule staminali ma si è spostata sulla fecondazione in vitro con tre genitori. Entrambe richiedono quantità significative di ovociti umani; tuttavia, i media sorvolano sempre su tale aspetto: a questo proposito, ho scritto che “la donna scompare”. A dieci anni dalla prima edizione, posso affermare che la donna è scomparsa e non è ancora stata ritrovata. Questa mancanza intenzionale di attenzione fa sì che la mercificazione del tessuto biologico delle donne e del loro lavoro riproduttivo passi in larga misura inosservata.

Tuttavia, la retorica del dono può coesistere (e coesiste in concreto) con la mercificazione, nel momento in cui gli ovociti umani vengono prelevati ai fini della fecondazione in vitro e della ricerca. Quindi, il processo di mercificazione viene facilitato e favorito incoraggiando coloro che vendono il proprio tessuto biologico a considerare il loro “dono” in un’ottica altruistica, anche se ricevono un compenso e non si può quindi parlare affatto di dono. Ciò rappresenta uno strumento importante attraverso cui il lavoro riproduttivo viene assimilato alla mera fornitura di ovuli a favore delle nuove tecnologie riproduttive.

Sebbene entrambi i sessi siano incoraggiati a considerare la loro “donazione” in vista della fecondazione in vitro come un gesto d’altruismo, le donne subiscono delle vere e proprie pressioni in tal senso, mentre gli uomini generalmente tendono a considerarla come un’attività lavorativa qualunque. La complessità di questa realtà viene colta appieno da Rene Almeling nella sua analisi riguardante le banche degli ovociti e del seme in California. Vero è che la “donna” non viene persa di vista in queste transazioni: infatti, le “donatrici” di ovuli vengono incoraggiate a sviluppare una relazione continuativa con le coppie beneficiarie, cosa che invece è fortemente scoraggiata nel caso dei donatori di sperma. Ciò che “scompare” è piuttosto il lavoro riproduttivo e l’assunzione del rischio al momento del prelievo degli ovuli, unitamente alla mercificazione di tipo contrattuale degli ovuli stessi, mascherata sotto forma di “dono”.

Se, in riferimento alla mercificazione, la maggior parte delle opinioni espresse si concentra sul tessuto biologico in sé, il mio libro si focalizza piuttosto sulla fatica necessaria a produrre quel tessuto, nonché sulle modalità con cui il lavoro riproduttivo e rigenerativo delle donne viene ridotto a una mera funzione naturale o ignorato completamente. In pratica, il contributo richiesto alle donne al momento del prelievo degli ovuli viene considerato di natura sostanziale. Il Comitato etico della Società americana di medicina della riproduzione (Asrm) ha stimato che la “donazione” di ovuli per la fecondazione in vitro richiede alle donne un totale di 56 ore del loro tempo o, secondo la mia interpretazione, del loro lavoro riproduttivo. 

Inoltre, le donne che si sottopongono alla pratica della cosiddetta “donazione degli ovuli” – una vera e propria vendita se avviene dietro pagamento – decidono di farlo avendo a disposizione informazioni insufficienti sui livelli di rischio, i quali destano purtuttavia preoccupazione. Perfino al giorno d’oggi, in cui ci avvaliamo di una tipologia di scienza medica basata su prove di efficacia, i dati di lungo termine sui livelli di rischio sono scarsi; ciò in quanto le “donatrici” di ovuli non vengono sottoposte a visite di controllo: un altro esempio, questo, di quanto affermato sopra, è così che la donna “scompare”. Secondo uno dei pochi studi disponibili sugli effetti di lungo termine per le “donatrici” di ovuli, solamente il 2% di queste ultime è stato ricontattato per ulteriori controlli medici.

Le prove a nostra disposizione ci indicano che il rischio più serio è rappresentato dalla sindrome da iperstimolazione ovarica, la quale può comportare cisti, ingrossamento delle ovaie e gravi forme di ritenzione idrica, con conseguenze anche mortali. In particolare, in un contesto sempre più orientato al mercato qual è quello di alcuni stati americani, le donne che mettono in vendita i propri ovuli ricevono spesso informazioni insufficienti su questi rischi, che sono invece di natura sostanziale. Interrogata da una ricercatrice che si è finta disponibile a vendere i proprio ovuli, una clinica ha minimizzato le implicazioni negative descrivendole come “irritabilità, una leggera ritenzione idrica e un paio di chili in più. Un recente studio condotto su 435 annunci pubblicitari pubblicati dalle agenzie deputate al reclutamento di aspiranti donatrici ha rivelato che queste ultime molto raramente ricevono informazioni complete sui rischi cui vanno incontro. Il prezzo, comparativamente più elevato, corrisposto per l’acquisto di ovuli dovrebbe mettere in guardia le “donatrici” sui potenziali rischi; tuttavia, ciò non sembra avvenire in pratica. Gli ordinamenti giuridici della maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale, come ad esempio l’Italia e il Regno Unito, vietano la vendita di ovuli.

La maternità surrogata rappresenta un esempio altrettanto ovvio di come il lavoro riproduttivo delle donne sia oggetto di compravendita. Perfino in quei paesi che proibiscono formalmente la maternità surrogata dietro corrispettivo, i fattori pragmatici hanno giocato un ruolo importante nella normalizzazione della pratica. Ciò avviene in modo particolare quando la magistratura si confronta con casi riguardanti un fatto compiuto, ad esempio quando si tratta di scegliere tra due possibilità: da un lato, permettere a un bambino o a una bambina nato/a all’estero grazie a un utero in affitto di tornare a casa con la “coppia committente”; dall’altro, veder finire il bambino o la bambina nell’orfanotrofio di un altro paese.

Nel Regno Unito, la maternità surrogata a fini commerciali resta formalmente vietata, e i contratti aventi a oggetto tale pratica non sono esecutivi a norma di legge. Tuttavia, la superiorità del benessere del bambino o della bambina, nonché del diritto della “coppia committente” al rispetto della vita privata e familiare, conformemente all’articolo 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, hanno portato nel Regno Unito all’instaurazione di un regime sempre più permissivo relativamente ai contratti di maternità surrogata a livello transfrontaliero. È invece nei paesi del terzo mondo che sono state poste in essere le misure più forti per contrastare la pratica della maternità surrogata, con una normativa specifica già approvata o in via di adozione in Messico, India, Nepal, Cambogia e Tailandia.

A uno sguardo superficiale, essere contro la maternità surrogata potrebbe sembrare un’alleanza con le forze sociali di stampo conservatore, ad esempio quelle che si oppongono ai matrimoni tra persone dello stesso sesso. Viceversa, coloro che sono a favore del cosiddetto “mercato dei neonati e delle neonate” esaltano le modalità con cui i meccanismi di mercato offrono ai sistemi legislativo e culturale opportunità uniche per riconoscere che le persone possono formare una famiglia in modi diversi. Chi ha una visione progressista, sebbene possa mostrare scetticismo in merito ai vantaggi di un mercato non regolamentato, ha spesso accolto con favore l’adozione di un approccio di mercato in riferimento ai diritti riproduttivi.

Cosa ne è degli interessi e dei bisogni della madre surrogata? Con troppa leggerezza si è dato per scontato che, poiché una donna viene pagata per il proprio lavoro riproduttivo, i suoi interessi e i suoi bisogni siano stati soddisfatti. Nel caso della vendita di ovuli, quest’argomentazione si dimostra carente, in particolare in quanto non vengono effettuati controlli medici a posteriori nel lungo termine e quindi manca una valutazione adeguata dei rischi medici. Rischi perfino maggiori riguardano la gravidanza e il parto; tuttavia, giova ribadirlo, manca una base adeguata di conoscenze comprovate in riferimento alla surrogazione di maternità. Si consideri un recente caso documentato: Brooke Lee Brown, una trentaquatrenne statunitense che si era resa disponibile a fungere da madre portante dietro compenso, è morta a causa del distacco intempestivo della placenta e di un’embolia amniotica durante la gravidanza gemellare. Supponendo che questa donna abbia prestato un consenso pienamente informato, è possibile affermare che si sia assunta questi rischi di sua propria libera scelta?

Il più elementare principio di etica medica è primum non nocere: per prima cosa, non nuocere. In base a tale principio, il personale medico non dovrebbe far correre a un/a paziente rischi di natura medica senza che vi sia un vantaggio corrispondente in termini medici, anche nell’ipotesi in cui la persona sia un soggetto adulto capace di intendere e di volere. Il consenso non rappresenta l’unico aspetto problematico: a nessun/a paziente dovrebbe essere chiesto di prestare il proprio consenso in riferimento a pratiche che il personale medico non dovrebbe porre in essere. Ciò significherebbe che il personale medico specialista in materia di fertilità non può legittimamente compensare i rischi medici implicati dalla surrogazione di maternità con un corrispondente vantaggio in termini medici a favore della propria paziente, la quale è solitamente la madre committente e non la madre portante. Anche la surrogazione cosiddetta “altruistica” si presta a quest’obiezione.

Nel contesto specifico dell’India, la donazione “altruistica” di ovuli e la surrogazione di maternità sono spesso frutto di pressioni che la famiglia esercita sulle donne affinché queste ultime si prestino “volontariamente”. Il corpo femminile viene visto come una risorsa condivisa tra tutti i membri della famiglia; il modello concettuale secondo cui il dono verrebbe elargito liberamente e consensualmente non tiene conto di questa realtà concreta.

La bioetica della medicina riproduttiva è piena di retorica basata sull’altruismo e sull’idea del dono – basti pensare, ad esempio, alla terminologia, ancora in voga, che fa riferimento alla “donazione” degli ovuli, quando invece si tratta di una vera e propria vendita, oppure all’idea per cui la surrogazione altruistica sarebbe una pratica irreprensibile e perfino degna di lode. Il binomio, considerato sotto una luce positiva, tra altruismo e dono ha mascherato la vera natura di quanto sta accadendo, attraverso una forma di neolingua orwelliana. Questa lingua nasconde l’importanza del tessuto biologico e del lavoro riproduttivo che le donne prestano a favore del settore delle biotecnologie, il quale spesso vanta un’alta redditività. Non dovremmo lasciarci ingannare.

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