Articolofinanza pubblica

La domanda che serve
per uscire dalla crisi

Un'altra manovra di tagli e tasse aggraverebbe la spirale recessiva. Invece di contendersi con tutti i mezzi il poco che c'è, bisogna lavorare per creare nuovo reddito e lavoro. Con vari strumenti, tra i quali anche uno che protegga e promuova il risparmio: dai titoli tossici ai bond per famiglie

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Su tutti i media ci si confronta, in vista delle prossime elezioni, sulle misure di politica economica da adottare per portare fuori il nostro paese dalla crisi economica. Anche noi vogliamo partecipare al dibattito, suggerendo una serie di politiche utili a re-inquadrare il dibattito di politica economica favorendo, là dove possibile, un’ottica di genere.

Come è noto, il prossimo governo si troverà ad affrontare una situazione economica in continuo peggioramento. Il recente Bollettino della Banca d’Italia, mentre conferma il dato di pesante recessione con cui si è chiuso il 2012, rimanda al 2014 la ripresa, prevedendo anche per il 2013 una riduzione del reddito di 1 punto percentuale. E dunque, si conclude, potrebbe rendersi necessaria una nuova manovra (si parla di 7 miliardi), difficile da conciliare con i tagli fiscali, dell’Imu, ecc. che varie forze politiche vanno ora promettendo.

Ma perché mai, se già si prevede una caduta ulteriore del reddito, si deve intervenire a peggiorarla con un’altra dose di riduzione di spese e inasprimento delle entrate? Non è altro che l’applicazione della solita ricetta: poiché la caduta del reddito, facendo cadere le entrate, peggiora i conti pubblici (disavanzo e debito in rapporto al Pil), si richiede un inasprimento delle tasse per colmare la differenza. Questo aumento delle imposte però si trasforma in una riduzione di domanda (soprattutto consumi delle famiglie) e reddito, che va a ridurre ancora di più le entrate dello Stato, innescando un processo cumulativo e regressivo. Si continua quindi a ignorare che esiste un processo moltiplicativo indotto da variazioni della spesa pubblica o delle imposte, un processo negato per lungo tempo dalla teoria economica prevalente, e “riscoperto” recentemente (fra gli altri) dal Fondo monetario internazionale1.

Il quadro internazionale certo non ci aiuta. In mancanza, a livello europeo, della volontà politica di contrastare la spirale recessiva attraverso la creazione di domanda, ciascun paese è stato spinto in questi anni a cercare politiche volte ad accaparrarsi la scarsa domanda esistente, sottraendola necessariamente ad altri. Rientrano in questa categoria le politiche volte a ridurre il costo del lavoro. Tutti i paesi europei, in deficit o in surplus, sono impegnati in questa “corsa al ribasso”, con la benedizione delle istituzioni europee, che la interpretano come uno strumento indispensabile per migliorare la competitività dell’Europa in un contesto di globalizzazione e concorrenza crescente dei paesi a più basso costo del lavoro (non solo i cosiddetti Bric - Brasile, Russia, India e Cina - ma anche tutti gli altri paesi in cui si è estesa la delocalizzazione produttiva). Le formule variano: dalle politiche di vera e propria riduzione dei salari monetari imposte ai paesi della periferia dell’Europa più colpiti dalla crisi finanziaria (Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda; ma anche i paesi baltici); alle politiche di sussidi o detassazione del lavoro posti in atto o proposti dagli altri paesi. In Francia a novembre il governo ha concesso alle imprese un credito d’imposta pari a circa 20 miliardi di euro per contenere i costi del lavoro. In cambio le imprese avrebbero accettato di pagare contributi più elevati sul lavoro a tempo determinato. In Germania, il governo ha rafforzato il programma volto a sostenere la politica di riduzione delle ore anziché taglio dei posti di lavoro attuata dalle imprese, in cui il governo compensa la perdita di reddito dei lavoratori messi a orario ridotto (un istituto molto simile, nella finalità, alla nostra cassa integrazione). In Italia tutti i partiti si fanno concorrenza nel proporre sgravi fiscali o contributivi a chi assume giovani, donne, anziani.

Ma queste misure possono realmente funzionare? Incentivi, sussidi, detassazione possono essere strumenti utili per altre finalità. Ad esempio, per favorire un gruppo che soffre di particolari svantaggi sul mercato del lavoro, e dunque ridurre la segmentazione, o evitare la perdita di capacità, esperienza, skills acquisite (come per esempio il ricorso alla cassa integrazione in Italia, o la riduzione di orario in Germania). Tuttavia, in una situazione di carenza di domanda di lavoro, le politiche di sussidio non sono in grado di aumentare l’occupazione: tutto quello che queste politiche possono fare è spostare la domanda da un gruppo di lavoratori a un altro all’interno dei confini nazionali, o da un paese all’altro nel contesto internazionale. Così, la riduzione dei salari in Spagna, o i sussidi in Francia, renderanno più competitivi i lavoratori spagnoli e francesi rispetto a quelli italiani o tedeschi, le imprese di quest’ultimi chiederanno l’estensione di sussidi per combattere la concorrenza “sleale” dei primi, e così via lungo la strada infinita di concorrenza al ribasso2.

Quello di cui realmente ha bisogno l’Europa e il nostro paese sono politiche di creazione di domanda. Questa d’altra parte è la direzione che hanno preso i governi delle altre due “vecchie” potenze industriali: Giappone e Stati Uniti. Questo per noi vuol dire:

- A parità di risorse. Usare sussidi per finanziare o co-finanziare creazione diretta di occupazione, sull’esempio del Piano delle città ("decreto sviluppo", art. 12). Mobilizzare le poche risorse esistenti: consentendo ai comuni “virtuosi” di spendere per investimenti pubblici, impegnando e spendendo i fondi Ue (come ha cercato di fare il ministro Barca, si veda il monitoraggio pubblico sul sito Opencoesione); apprestando dei fondi di garanzia per il finanziamento delle piccole e medie imprese a rischio di chiusura per mancanza di finanziamenti bancari (o perché la Pubblica Amministrazione non paga i suoi debiti verso i fornitori).

- Con mobilizzazione delle risorse private. La ricchezza finanziaria delle famiglie, ancorché falcidiata da anni di crisi e disoccupazione, è ancora notevole e alla ricerca di un impiego tranquillo. L’orgia speculativa degli ultimi decenni ha coinvolto anche le famiglie, trascinandole in operazioni finanziarie che non capivano, e che si sono concluse con la classica tosatura. Passata la sbornia, c’è ora domanda per uno strumento classico di risparmio, “per le vedove e gli orfani” si sarebbe detto un tempo. Un titolo che offra nulla più di un punto percentuale sopra l’inflazione, lo metta al riparo dalle scorribande della speculazione attraverso una garanzia “reale” (che potrebbe basarsi sulle riserve auree della Banca centrale), e sia sottratto alla speculazione prevedendo per esempio un importo massimo (100 mila euro a famiglia) e la tassazione completa dei capital gains. La raccolta dovrebbe essere vincolata al finanziamento di investimenti pubblici (infrastrutture fisiche e sociali, come istruzione e ricerca), attuati all’interno di politiche “industriali” volte a garantire l’esistenza di un’offerta interna.

All’obiezione che questo distoglierebbe risorse dal finanziamento del debito pubblico, si può rispondere con 2 osservazioni:

1. Nell’attuale situazione di incertezza, molta parte del risparmio finanziario delle famiglie si sperde nei rivoli dei depositi bancari, obbligazioni, o semplicemente in liquidità, e viene regolarmente tosato da ondate di panico che inducono i più sprovveduti (cioè noi) a vendere ai prezzi più bassi. L’introduzione di uno strumento finanziario riservato alle famiglie, con queste caratteristiche potrebbe così svolgere un’azione di rieducazione finanziaria delle famiglie, dopo la sbornia speculativa degli ultimi anni. Si potrebbe poi immettere sul mercato a tranche limitate, per evitare l'effetto di spiazzamento del debito “normale”, ossia il rischio che non ci siano più acquirenti per gli altri titoli del debito pubblico.

2. Ma più importante, se crediamo al messaggio del moltiplicatore, la creazione di reddito sarà capace di generare il risparmio, pubblico e privato, addizionale, per iniziare a ridurre il rapporto debito/PIL agendo finalmente sulla variabile giusta, cioè facendo crescere il denominatore, anziché comprimere il numeratore.

 

2 Sulla necessità di spezzare questo circolo vizioso c’è ormai un consenso crescente. Si veda per un resoconto recente il Rapporto Sbilanciamoci