La povertà non è qualcosa di inevitabile, ma il risultato di precise scelte politiche. Secondo un recente rapporto redatto da un gruppo di esperte ed esperti internazionali, il primo passo per contrastarla è comprenderne i meccanismi sottostanti e riformare l’architettura finanziaria globale. Ne parliamo con Jayati Ghosh, economista femminista esperta di disuguaglianze
Un recente rapporto redatto da un comitato indipendente di esperti ed esperte guidato dall'economista premio Nobel Joseph Stiglitz ha suggerito che affrontare la disuguaglianza in tutte le sue dimensioni, nel modo più efficiente ed efficace, richiede una comprensione più approfondita del fenomeno rispetto a quella di cui disponiamo attualmente.[1]
La proposta chiave del rapporto, ovvero la creazione di un comitato internazionale sulla disuguaglianza, consentirebbe di migliorare la nostra comprensione, valutare l’entità e le tendenze della disuguaglianza in tutte le sue dimensioni – inclusi i fattori determinanti e le sue conseguenze – nonché studiare l’impatto delle politiche e dei cambiamenti strutturali in atto.
Il rapporto elenca alcune riforme fondamentali, in particolare nell’ambito dell’architettura internazionale, che potrebbero ridurre la disuguaglianza.
La prima, riformare il sistema fiscale internazionale, per consentire una tassazione equa ed efficiente delle multinazionali e delle persone più ricche. Quest'ultima richiederebbe un registro globale dei beni per identificare e tracciare la ricchezza; potrebbe comportare un'imposta minima globale sugli individui ultra-ricchi.
La seconda proposta è quella di ristrutturare il debito e garantire sostegno alla liquidità per i numerosi paesi in via di sviluppo e mercati emergenti con un debito eccessivo, la cui enorme spesa per il servizio del debito ha compromesso il loro sviluppo futuro. L'architettura finanziaria globale deve essere riformata per ridurre la probabilità che in futuro si verifichi un'altra crisi del debito e per garantire che qualsiasi futura ristrutturazione del debito possa essere condotta in modo più rapido ed equo rispetto agli accordi attuali.
Le altre proposte sono: cooperare a livello internazionale per controllare i grandi flussi finanziari illeciti che privano i paesi in via di sviluppo delle risorse di cui hanno bisogno; garantire che tutti i paesi dispongano dei finanziamenti necessari per far fronte alle perdite e ai danni causati dagli shock climatici, adattarsi meglio e ridurre ulteriormente le emissioni di gas serra, al fine di prevenire l'aumento delle disuguaglianze legate al clima; ampliare la capacità di produrre prodotti medici e legati al clima di importanza critica, in parte attraverso il trasferimento di tecnologia; migliorare l'accesso al cibo a prezzi stabili – ad esempio contribuendo alla creazione di riserve nazionali e regionali di cereali e altri alimenti, frenando la speculazione e investendo maggiormente nella produzione locale e regionale nei luoghi che dipendono eccessivamente dalle importazioni alimentari. Infine, il rapporto suggerisce di migliorare l'accesso al digitale per tutte le persone.
Ne abbiamo parlato con l'economista Jayati Ghosh, una delle esperte coinvolte nel gruppo di lavoro, con cui abbiamo già avuto l'opportunità di dialogare in occasione della conferenza annuale 2024 dell'Associazione internazionale per l'economia femminista (International association for feminist economics, Iaffe), di cui inGenere è stata media partner. Specializzata nello studio delle disuguaglianze e delle politiche pubbliche, attualmente Ghosh è docente di Economia all’Università del Massachusetts Amherst, negli Stati Uniti, ed è una delle più rinomate economiste di orientamento femminista a livello mondiale. Di recente, ha anche contribuito a lanciare la nuova tabella di marcia (roadmap) per sconfiggere la povertà.
Il rapporto chiarisce molto bene che la disuguaglianza estrema è una scelta: non è inevitabile e può essere contrastata con la volontà politica. Ciò può essere notevolmente facilitato da un coordinamento globale e, a questo proposito, il G20 svolge un ruolo fondamentale.
Il rapporto è essenzialmente una sintesi dello stato della disuguaglianza economica nel mondo nel suo complesso, nonché in termini di tendenze tra i vari paesi. Si basa sull'analisi delle ricerche più recenti provenienti da un'ampia varietà di fonti e cerca di fornire una valutazione obiettiva dell'entità, le tendenze, i fattori determinanti e le conseguenze della disuguaglianza. Fornisce inoltre una breve analisi delle intersezionalità: il rapporto tra le disuguaglianze di reddito e di ricchezza e le disuguaglianze secondo categorie sociali, politiche e geografiche e in varie altre dimensioni, tra cui l'alimentazione, la salute e il livello di istruzione. Inoltre, prende in esame le misure politiche, sia a livello nazionale che internazionale, necessarie per ridurre la disuguaglianza.
I risultati delle analisi contenute nel rapporto sono molto netti, ce li puoi illustrare?
La disuguaglianza globale è diminuita, ma rimane estremamente elevata, con la maggior parte dei paesi (quasi l'80%) che registra una “forte disuguaglianza” di reddito. La disuguaglianza di ricchezza è persino peggiore di quella di reddito, ed entrambe sono aumentate nella maggior parte dei paesi. L'1% più ricco del mondo ha ricevuto oltre il 40% di tutta la nuova ricchezza creata dal 2000, mentre il 50% più povero della popolazione mondiale ne ha ricevuto solo l'1%. Nel periodo 1990-2024, la quota del reddito nazionale destinata al capitale è aumentata nel 56% dei paesi, che rappresentano il 74% della popolazione mondiale. Le attività finanziarie e produttive mondiali sono possedute solo dal 15% di tutte le persone nel mondo; il resto (85%) non ricava alcun reddito dal capitale. Anche all'interno dei redditi da capitale si è verificata una maggiore concentrazione, con le grandi società e le persone più ricche che si sono accaparrate quote crescenti. Il margine medio globale è salito dal 15% al di sopra dei costi nel 1980 al 60% al di sopra dei costi nel 2016, trainato dalle imprese dominanti al vertice, non dalla stragrande maggioranza. La quota delle grandi multinazionali nei profitti globali è passata dal 4% nel 1975 al 18% nel 2019.
Che opinione avete al riguardo, come gruppo di lavoro?
Riteniamo che una disuguaglianza così estrema abbia conseguenze molto negative: mina la democrazia e corrompe la politica. Una ricchezza eccessiva porta a un potere eccessivo, che consente di influenzare leggi, regolamenti e politiche pubbliche a vantaggio degli interessi delle persone ricche. Minaccia la lotta alla povertà e danneggia l’attività economica in vari modi, poiché riduce la domanda aggregata limitando i consumi di massa e riducendo le economie di scala. Ci sono effetti negativi su chi non ha reddito e beni, che influenzano la capacità di queste persone di essere produttive e le rendono più vulnerabili agli shock negativi. La disuguaglianza dei risultati riflette e rafforza ulteriormente la disuguaglianza di opportunità, sprecando il potenziale di chi sta in fondo alla scala sociale. C'è anche una trasmissione intergenerazionale di vantaggi e svantaggi che mina la mobilità sociale, spreca il talento e genera incentivi sbagliati. La disuguaglianza compromette la nostra capacità di fermare il collasso climatico, a causa delle eccessive emissioni di carbonio derivanti dalle decisioni di consumo e di investimento dei molto ricchi, mina la coesione sociale e distrugge la fiducia, generando esiti sociali e politici spiacevoli.
C'è un contributo specifico che vorresti mettere in evidenza?
Ci sono alcuni nuovi aspetti dell'aumento della disuguaglianza che vale la pena sottolineare. Uno, molto importante anche da una prospettiva femminista, è che la crescita della ricchezza privata ha superato di gran lunga quella della ricchezza pubblica. Nel 1980, la ricchezza privata era solo circa il doppio di quella pubblica in termini finanziari. Ma la ricchezza pubblica ha subito una stagnazione, mentre quella privata è aumentata in modo così drastico che la ricchezza privata (che, come osservato in precedenza, è fortemente concentrata) è ora più di 5 volte il valore della ricchezza pubblica. Alcuni governi, compresi quelli di molti dei paesi più ricchi in area Ocse, devono ora far fronte a debiti netti significativi. Non si tratta di un caso; ciò riflette le scelte politiche compiute dai governi, tra cui la privatizzazione dei beni pubblici, la concessione di sussidi ai detentori di ricchezza privata in vari modi e la tutela degli interessi finanziari e aziendali durante le crisi. Questo è importante perché incide sulla capacità dei governi di fornire servizi pubblici e garantire i diritti socio-economici, compresi quei servizi essenziali che sono cruciali per le donne. La riduzione o la negazione di tali servizi ha a sua volta impatti di genere, riducendo l’accesso per le donne e le ragazze e aumentando il lavoro non retribuito per l’assistenza diretta e indiretta, che è svolta in modo sproporzionato da donne e ragazze.
Qual è la conclusione più importante a cui è arrivato il vostro gruppo di lavoro?
Questi processi non sono inevitabili: sono il risultato di istituzioni, leggi, regolamenti e scelte politiche guidate dall’economia politica e dal potere. Ciò significa che possono anche essere annullati da cambiamenti in tali istituzioni, regolamenti e politiche. Esiste un ampio margine di manovra a livello nazionale e regionale e, come indicato nella vostra introduzione, il rapporto contiene diverse proposte. Queste comprendono un accesso maggiore ed equo alla conoscenza, al cibo e ai servizi digitali; nuovi approcci al commercio e alla finanza; spazio fiscale e ricchezza pubblica; tassazione progressiva ed equa; beni pubblici e servizi pubblici universali. Per tutto ciò, le politiche nazionali sono importanti ma è necessaria la cooperazione internazionale, idealmente attraverso azioni multilaterali ma anche attraverso coalizioni di paesi.
Nel concreto, in che modo è possibile attivare un processo di cambiamento?
Il raggiungimento del cambiamento richiede un'azione pubblica proattiva, che a sua volta richiede una forte mobilitazione sociale delle persone per costringere i governi a cambiare le politiche. Questo è il motivo per cui il rapporto raccomanda la creazione di un comitato internazionale sulla disuguaglianza, per fornire un supporto politico indipendente e basato su dati concreti ai responsabili politici, al settore privato, ai sindacati, ai media e alla società civile. Ciò consentirebbe di raccogliere e sintetizzare le ricerche disponibili per fornire conoscenze affidabili, complete e coordinate, al fine di fornire valutazioni indipendenti e autorevoli sulla disuguaglianza.
Potremmo proporre una visione economica femminista a partire da questo?
Ogni aspetto dell’analisi della portata, delle cause e delle conseguenze della disuguaglianza economica, così come le strategie proposte per affrontarla, presenta una forte dimensione femminista. Le disuguaglianze di reddito e di ricchezza sono fortemente legate al genere; il calo della quota salariale nel reddito nazionale è tipicamente associato a una maggiore quota di lavoro non retribuito, svolto in gran parte dalle donne; il declino della ricchezza pubblica ha conseguenze particolarmente negative per le donne perché riduce il loro accesso a beni e servizi essenziali, oltre a limitare gli spazi pubblici a loro disposizione. I fattori che determinano la disuguaglianza (in particolare le istituzioni, le leggi, i regolamenti e le politiche che la accentuano ulteriormente) sono strettamente correlati agli squilibri di potere relazionali, che sono particolarmente marcati tra i generi. E quindi, ovviamente, le strategie per ridurre la disuguaglianza comporterebbero necessariamente anche impatti fortemente legati al genere, in questo caso in senso più positivo. Inoltre, il riconoscimento delle disuguaglianze legate alla provenienza geografica, ad altre categorie sociali e così via, contribuirebbe in parte a sviluppare un approccio più intersezionale alla formulazione delle politiche, il che è particolarmente importante per le donne che sono svantaggiate da una prospettiva multidimensionale. Ritengo quindi che l’analisi e le raccomandazioni di questo rapporto siano già fortemente radicate in una prospettiva femminista e debbano essere promosse e portate avanti da economiste femministe come noi.
Note
[1] Comitato straordinario di esperti ed esperte indipendenti del G20 sul tema della disuguaglianza globale, guidato da Joseph E. Stiglitz e composto da Adriana Abdenur, Winnie Byanyima, Jayati Ghosh, Imraan Valodia e Wanga Zembe-Mkabile.
Leggi il dossier Economia femminista