Articolopari opportunità - finanza

Le donne in Relazione,
la svolta di Bankitalia

Con un capitolo intitolato al "ruolo delle donne nell'economia italiana", l'economia di genere debutta a Palazzo. Una buona novità, per molti una sorpresa. Ma più che di benedizioni o sdoganamenti, c'è bisogno di una nuova alfabetizzazione sui temi delle donne e dell'economia. A partire dalla finanza

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Il 31 maggio, come ogni anno, il governatore della Banca d’Italia ha letto le considerazioni finali dell’autorevole Relazione annuale davanti a una platea di ministri e uomini di governo, banchieri, capitani d’industria, accademici (il maschile è ancora d’obbligo, visto il prevalere di giacche scure).

Chi scorra la relazione, fra pagine di riflessioni sugli andamenti macroeconomici e sul sistema finanziario, si imbatte in una sezione, all’interno del capitolo sul’economia italiana intitolata “Il ruolo delle donne nell’economia italiana” (l'intera relazione si può leggere qui). Cosa ci fa, nella relazione di un banchiere centrale, un capitolo sul ruolo delle donne nell’economia? E’ quanto si sono chiesti, con un tono tra il serio e il faceto, molti colleghi, di fronte all’accenno fatto dal governatore nella lettura delle Considerazioni finali, che lo ha presentato come un elemento di novità. E’ la presenza stessa del tema in questo contesto che fa notizia, più che l’analisi in sé, che, pur se rigorosa, riprende temi e analisi già dibattuti ampiamente in molte sedi scientifiche, riviste, network di studi (ahinoi, soprattutto all'estero), e, nel nostro piccolo, in questo sito che nell'ottica di genere ha, per così dire, la sua ragione sociale.

L’arretratezza del nostro paese nelle classifiche di Global Gender Gap, dovuta in particolare al basso tasso di partecipazione femminile. La carenza di servizi che rendono difficile la conciliazione, la diseguale distribuzione dei carichi di cura, la discriminazione sul mondo del lavoro, del credito, della vita sociale e politica, che ne comporta l’esclusione dai vertici dell’economia, e le conseguenze di tutti questi fattori sul tasso di fecondità. Infine le politiche, dalla normativa volta a ridurre le discriminazioni e promuovere la parità, promossa anche grazie all’insistenza comunitaria, al ricorso alla tassazione, alle politiche regionali. Ciascuno di questi temi trova ampio riscontro in settori della ricerca economica e sociale (finora trascurati dalla corrente principale, ampiamente rappresentata nei saloni di palazzo Koch) e nella nostra newsletter, tanto che è impossibile fornire un rimando specifico per ciascuno.

Onore dunque al governatore, e al nuovo capitolo inserito in Relazione, che riconosce la centralità dell'eguaglianza di genere per la sostenibilità di lungo periodo del sistema – dunque la sua intrinseca connessione con i temi della crescita e quelli dell'equità. La consideriamo una vittoria, per chi da anni si occupa con passione e rigore scientifico di questi temi. Non vorremmo però che, come spesso accade la rilevanza dell’eguaglianza di genere per essere riconosciuta ed apprezzata, debba ricevere “dignità” dall’autorità maschile, la sola che i nostri colleghi sembrano ancora riconoscere.

La fatica di conquistare dignità ad una declinazione di genere dei temi economici ha però anche un cotè femminile. Con l’eccezione di chi a questo sito è affezionata, numeri, soldi, e mercati continuano ad ispirare distanza e perfino antipatia in più di una donna impegnata nel sociale, nella politica o nella cultura. Eppure mai come in questa crisi è stato chiaro quanto il prezzo dei Btp finisca per influire sulla speranza di ottenere servizi di cura, quelli che le donne capiscono bene. E mai è parso cosi importante interrogarsi sull’uso economico di un certo genere di emozioni quale la competizione sfrenata ed aggressiva tipica della cultura di certe banche d’affari. Bene quindi per la novità arrivata quest'anno dalla Banca d’Italia, ma ci piacerebbe che il prossimo obiettivo fosse un’alfabetizzazione a partire dalla scuola sui temi dell’economia, e dell’economia di genere in particolare.