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Le parole per dirlo

Al dilagante turpiloquio dei politici, alla sciatteria e all’incuria linguistica della scena mediatica, l’editore torinese Hugo Rosemberg risponde coinvolgendo intellettuali di spessore in una collana che prende in esame e valorizza il significato delle parole, nella convinzione che le parole non siano solo mezzi d’espressione, ma una parte del pensiero stesso

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È il 1976 quando esce in Italia “Le parole per dirlo” di Marie Cardinal. Siamo in pieno femminismo e il titolo diventa quasi un modo di dire: si possono trovare parole imprevedibili per descrivere quella donna nuova che si affaccia al mondo e non balbetta più con il linguaggio dei sintomi, ma si esprime così come vuole.

Dopo molti anni siamo tutti, uomini e donne, impauriti dalle parole: non risuonano più, si inabissano nel turpiloquio, si fanno gerghi e linguaggi di gruppo, si rattrappiscono nella noiosa ripetizione del già noto, si ammalano di una anglofonia improbabile, accompagnano meste le interiezioni fecali e genitali. Il tutto, non nel segreto dei capannelli studenteschi, ma sulla scena pubblica, mediatica, politica. Una buona ragione per considerare il lavoro sulle parole un impegno di tutti gli spiriti accorti. Ma come va perseguito?

Ci si può lamentare e lodare il buon tempo antico, oppure tirarsi su le maniche. La seconda scelta, la più difficile, l’ha fatta l’editore torinese Ugo Rosenberg. Ha portato le parole in ospedale. E le ha affidate a buoni medici. Chiara Saraceno ha preso in cura “eredità”, distinguendo  l’eredità economica (e le rigidità sociali che implica) dal retaggio, dalle eredità simboliche, affettive, genetiche; Luisa Muraro, invece, “autorità” lavorando per sottrarla all’antipatia che istintivamente ispira; altri “amore”, “dono” e “vita”.  Ne è nata una collana, “Gemme”, e il progetto ambizioso che gli autori diventino anche, via web o via aereo e treno, maestri attivi e inter-attivi, che navigano e si spostano.

Ma la parola delle parole – “parola”, appunto – l’ha presa in cura Maria Luisa Altieri Biagi, linguista, studiosa di grammatica e Accademica emerita della Crusca, ma priva di sussiego.

Il suo scritto comincia con un paradosso: le parole non servono a comunicare. O meglio, non servono in primis a comunicare. “Noi pensiamo un universo - argomenta citando ‘Emile Benveniste - che la nostra lingua ha già modellato”. E insieme a Virginia Woolf si domanda: “Come vivono le parole nella mente? Tutto quello che possiamo dire di loro è che preferiscono le persone che pensano prima di usarle”.

Pensando ai ragazzi tipo “Grande fratello” esprime un ottimismo non paternalistico: “parlano come possono, non come vogliono”. Come a dire che molto si potrebbe fare insieme a loro se si trovasse il modo di far diventare la scelta delle parole un piacere e un desiderio.

Ma non se la prende prevalentemente con i giovani: piuttosto con i cattivi esempi. La sciatteria dei politici, l’antilingua dei burocrati e dei pretenziosi, la pedanteria di molti professori senza passione.

Già, perché secondo Altieri Biagi la grammatica non c’è bisogno di studiarla, scorre nel testo come il sangue nei nostri corpi. E i grandi testi vanno conosciuti. Prima di tutti, per il nostro Novecento, quelli tersi e accurati di Italo Calvino. Tanto per non illudersi di essere “creativi” a buon mercato.