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Maschi e inattivi:
gli scoraggiati dalla crisi

"Inattivo", sul mercato del lavoro, è chi non ha un'occupazione e non la cerca: sui 14 milioni di persone, in Italia, con primato delle donne. Ma la crisi ha rimescolato le carte, facendo crescere l'effetto "scoraggiamento" tra i maschi, mentre l'inattività femminile resta legata a fattori strutturali

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Differenze di genere e disuguaglianze sociali sono due aspetti che dovrebbero essere affrontati insieme. Cosa ci insegna lo studio multidimensionale

In Italia il valore del lavoro di cura svolto dalle famiglie gratuitamente supera i 50 miliardi di euro. La maggior parte di questo lavoro è ancora a carico delle donne che, tra attività retribuite e non, lavorano più degli uomini ma guadagnano meno

In Germania da anni le ministre della famiglia portano avanti proposte per facilitare il lavoro delle donne e aumentare l'offerta di assistenza all'infanzia, ma solo di recente queste proposte hanno trovato una forma politica concreta

La stima preliminare di maggio dell’Istat sugli occupati e disoccupati in Italia conferma il dato preoccupante relativo all’inattività, fenomeno spesso trascurato a favore del  dato sulla disoccupazione, che viene ritenuto più utile e interessante. Nel nostro paese le persone nella fascia di età attiva (15-64 anni) che non cercano un’occupazione sono stabilmente sopra i 14 milioni, e da quando è disponibile la serie mensile (gennaio 2004) il dato di maggio ha rappresentato un picco (14.877mila unità) secondo solo a quello di novembre 2009 (14.882mila). Questo dato, calato nel reale, indica che in Italia sette persone su 20 non hanno un’occupazione e non la cercano o, meglio ancora, che in Italia un numero pari alla somma della popolazione dell’Irlanda e di quella del Belgio non ha un’occupazione e, per diversi motivi, non la cerca.

Il dato sull’inattività italiana è strutturalmente alto, e la componente femminile ne rappresenta tradizionalmente la porzione principale; tuttavia, la quota di donne inattive registrata nei primi cinque mesi del 2010 (65,1%), è la più contenuta degli ultimi anni, soprattutto a causa di un aumento più che proporzionale del numero di inattivi maschi (+4% dall’avvio della recessione tecnica a maggio 2010, contro il +1,9% per le donne nello stesso periodo).

Un segno che il mercato del lavoro (seppur in questo caso nelle sue dinamiche perverse) tende ormai a ridurre le differenze di genere? Non proprio. A ben vedere, infatti, si tratta di due fenomeni diversi, solo uno dei quali, quello maschile, legato alle difficoltà congiunturali.

Tra i principali partner europei l’Italia detiene il poco invidiabile primato dell’inattività sia in campo femminile sia in quello maschile: nel 2009 tra la popolazione di età 15-64 anni la Germania presentava un tasso di inattività di 20 punti percentuali più basso di quello italiano tra le donne e di 8,6 punti percentuali tra gli uomini; la Francia 15,2 e 1,5 punti percentuali in meno, e anche la Spagna, sia pure nell’anno terribile di crollo del mercato lavoro, ha fatto registrare tassi di inattività femminili e maschili inferiori rispettivamente di 13,7 e 7,3 punti percentuali.

Escluso il picco di inattività registrato nelle classi di età superiori (63% di inattive tra i 50 e i 64 anni nel 2009, 73% tra i 55 e i 64 anni), che condiziona in misura non trascurabile la media generale e le differenze con gli altri paesi,1 il tasso femminile italiano presenta i valori più elevati nelle fasce 25-29 anni (37,4%) e, in modo sorprendente, 40-44 anni (33,7%). Peraltro, proprio in quest’ultima fascia di età la differenza con la Germania raggiunge il valore più alto (18,5 punti percentuali). Il fenomeno appare stabile nel tempo e non risulta particolarmente peggiorato nei due anni caratterizzati dalla recessione.2 Anche tra le classi più giovani (25-29 anni), i due anni di contrazione del Pil non sembrano aver avuto un impatto determinante sulla decisione di rinunciare a cercare un’occupazione: nel 2008, anzi, il tasso ha subito una lieve flessione, e nel 2009 l’incremento rispetto al periodo pre-crisi era di mezzo punto percentuale, comunque più basso rispetto a dieci anni prima.

Storia diversa per gli uomini, per i quali la recessione sembra aver condizionato più pesantemente la volontà di cercare un’occupazione.3 Già a partire dal 2008, infatti, il tasso di inattività aveva subito un aumento rispetto all’anno precedente in tutte le fasce di età, per poi peggiorare ulteriormente nel 2009. L’inattività maschile tra i giovani (25-29 anni), in particolare, nel solo 2009 è salita di 2,4 punti percentuali, oltre 4 volte quella femminile. In questa fascia di età, inoltre, la differenza con la Germania raggiunge il suo valore massimo; nelle classi di età centrali (in particolare nella 40-44) il tasso, pure in crescita sostenuta rispetto al 2007, presenta invece lo scarto minore rispetto agli altri principali paesi europei, seppure in aumento rispetto a 10 anni prima.

Le diverse motivazioni addotte dagli intervistati (maschi e femmine) a giustificazione della propria inattività conferma l’idea che per la componente femminile si tratti ancora di una scelta dettata in larga misura da fattori esterni al mercato del lavoro e alle sue dinamiche congiunturali. Nel 2009 le inattive delle classi di età centrali4 “scoraggiate” erano il 15,9% del totale; per contro, gli uomini di 25-49 anni che hanno smesso di cercare un’occupazione perché ritengono non vi sia lavoro disponibile per loro sono il 20,4% (erano il 2,5% nel 1999), una porzione rilevante di uomini (25-49) si dichiara inoltre inattivo poiché impegnato in corsi di formazione o istruzione (23,9%).

Per le donne l’uscita dal mercato del lavoro (o la mancata entrata) è determinata nel 26,4% dei casi dallo svolgimento di attività legate alla cura di familiari, di figli o di disabili. Tale percentuale raggiunge il valore massimo (45,7%) proprio nella classe di età centrale, tra i 25 e i 49 anni. L’attività di formazione tiene lontana dal mercato del lavoro solo 8 donne su 100 in questa fascia di età.

La decisione (volontaria o indotta) di rimanere al di fuori del mercato del lavoro da parte di un numero così alto di persone rappresenta un potenziale spreco di ricchezza, tanto più grave quanto maggiore è la quota di capitale umano specializzato e con un elevato grado di istruzione.

In Italia, nel 2009 la percentuale di inattivi laureati era consistente, in particolare tra le donne : il 6,5% delle inattive con titolo di studio ha una laurea, contro il 5,8% degli uomini. I valori più elevati si riscontrano tra gli inattivi nella fascia di età compresa tra i 25 e i 49 anni; in questo caso è in possesso di una laurea il 9,6% delle donne e il 13,5% degli uomini. In entrambi i casi si tratta di valori strutturali, che non sembrano essere stati influenzati dal periodo di recessione. La quota di inattivi in possesso di un diploma di scuola superiore risulta simile tra i due generi (intorno al 30%), mentre tra coloro i quali hanno rinunciato a cercare un’occupazione la percentuale di quelli che hanno solo un’istruzione inferiore è pari al 64% tra gli uomini e al 63% circa tra le donne.

Pur trattandosi solo di dati descrittivi, che non pretendono di rappresentare una relazione di causa ed effetto, è forse possibile trarre alcune considerazioni, la più rilevante delle quali è che la recessione iniziata a marzo del 2008 ha indebolito più la volontà (capacità) degli uomini che delle donne di cercare un’occupazione, e ciò semplicemente perché l’alto tasso di inattività femminile è determinato da condizioni strutturali, legate alla mancanza di forme alternative di assistenza e sostegno nella cura della famiglia e dei figli che non dipendono dalla crisi economica, ma che rappresentano invece un (tristemente) consolidato “patrimonio” italiano. Per gli uomini il discorso è in parte diverso. Tolta la percentuale (bassa, seppure in crescita) di coloro i quali negli ultimi due anni hanno rinunciato a cercare un’occupazione per dedicarsi alla cura della famiglia, la quota principale è rappresentata da veri e propri “scoraggiati”, pronti a rientrare nel mercato una volta che le condizioni della domanda di lavoro migliorassero (o venissero percepite come migliorate). Nel caso del lavoro femminile poi, a limitare l’ascesa ulteriore dell’inattività può aver giocato il fattore perverso dell’impoverimento delle famiglie, che spesso le ha obbligate a rimanere sul mercato del lavoro (anche solo dichiarando di essere disponibili a lavorare) anche in condizioni di difficoltà nella gestione familiare.

 

1 Tali valori (peraltro in forte calo rispetto a dieci anni prima) dipendono in larga misura dall’età in cui le donne italiane vanno in pensione. Sui confronti con altri paesi europei in tema di età pensionabile femminile si veda F. Pammolli e N.C. Salerno, “Riformare le pensioni per riorganizzare il welfare”, CERM, Editoriale, n. 2, 2009.

2 Tecnicamente la recessione in Italia va dal secondo trimestre 2008 al terzo del 2009.

3 Sempre escludendo le fasce di età superiori (50-64 anni).

4 I dati Eurostat sui quali si basa la presente nota non permettono una disaggregazione maggiore per classi di età.