Articolocrisi economica - lavoro - part-time

Non solo soffitti. Esistono
anche pareti di cristallo

Si parla molto della difficoltà per le donne di sorpassare quell’ultimo gradino per arrivare al vertice. Ma sono i livelli lavorativi più bassi che registrano le differenze di genere più preoccupanti. E mostrano come aumentare la flessibilità del lavoro generi effetti negativi su redditi, consumi, gettito e fecondità per la parte della popolazione più debole

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Per quelle che nonostante tutto rimangono nel mondo del lavoro la vita è complicata. Prima di dover superare i cosiddetti "tetti di cristallo" – ovvero quella carriera troncata, incompiuta, che spesso impedisce a lavoratrici e professioniste di arrivare alle posizioni apicali, quelle di governo del paese e delle imprese – vanno superate barriere meno prestigiose. Ci sono barriere invisibili anche nei livelli più bassi della gerarchia lavorativa: una sorta di pareti di cristallo, frutto della sistematica marginalizzazione delle donne verso settori, professioni e posizioni deboli del mercato del lavoro. Si pensi all’incidenza dei contratti a tempo determinato, pari al 11,6% per le donne e al 8,8% per gli uomini, e delle collaborazioni[i] (2,2% per le donne e 1,3% per gli uomini) o all’escalation del part-time, in particolare involontario[ii], alla piaga endemica del rientro dalla maternità (si perde 1/5 delle occupazione femminile solo per questo motivo) o alle limitate posizioni disponibili per impieghi a tempo ridotto o telelavorabili. Scelte poco moderne, efficienti ed economiche. Ciò si ripercuote su salari sistematicamente inferiori, con inevitabili conseguenze previdenziali, acuite dal sistema contributivo puro (ormai a regime).

Una lettura complessiva dell’effetto della crisi sulle dinamiche dell’occupazione, e in particolare degli esiti del lavoro flessibile, è possibile farla con i dati Panel Isfol Plus, pre e post crisi, il sui spartiacque è collocabile per l’Italia intorno al 2008. La tabella 1 riporta le transizioni ad un anno di distanza tra posizioni occupazionali (distinguendo tra occupato standard, atipico, in cerca di lavoro e inattivo) nel  2006 e nel 2011, disaggregando per sesso. Dal confronto tra i due periodi considerati emerge che la crisi ha prodotto una ricomposizione dell’occupazione. Infatti, si è ridotta la funzione di ponte svolta dal lavoro non standard: nel 2005-06 gli esiti positivi coinvolgevano il 5% in più di lavoratori non standard rispetto a quanto registrato nel 2010-11. Pure la funzione d’inserimento nel mondo del lavoro svolta dai contratti flessibili si è ridotta: se il 17% delle persone in cerca nel 2005-06 approdava a un’occupazione non standard, nel 2010-11 la quota si è ridotta al 12,8%. Il deterioramento delle condizioni del mercato del lavoro ha inciso anche sulla sicurezza del posto fisso: mentre nel 2005-06 l’incidenza dell’uscita dall’occupazione standard era inferiore al 2% (fisiologica), nel 2010-11 è salita al 7,3%. L’effetto trappola del lavoro atipico si è ridotto del 11%, passando dal 53,2 al 42,2%, come effetto di una minore permanenza nella occupazione. Ciò è accompagnato da un aumento della precarietà (intesa come rischio di esperienze di disoccupazione): la transizione “lavoro non standard - in cerca di lavoro” che nel 2005-06 interessava il 5,9% della occupazione non standard, è salita al 20% nel 2010-11. In breve, la crisi ha prodotto una sorta di effetto rimbalzo, ovvero, a causa della ridotta permeabilità del mercato, l’inserimento e la permanenza nell’occupazione sono diventati più difficili. Il giudizio sulla capacità dei contratti flessibili di aumentare l’occupazione (e contrastare la disoccupazione) non può che essere, dal lato del lavoratore, negativo.

Questi dati, se letti per genere, illustrano una situazione in cui le donne registrano sistematicamente le performance peggiori: l’effetto trappola (negativo) è quasi il 50% per le donne, l’11% in più rispetto agli uomini; l’effetto ponte (positivo) è molto inferiore per le donne (39% v/s 26%); l’effetto rimbalzo (negativo) è prettamente femminile, 7,5% v/s il 2,6%; la già modesta capacità media (30%) dei contratti flessibili di rappresentare il primo passo verso una occupazione stabile è ancor inferiore nel caso delle donne (sola 1 su 4); infine il risultato di queste tendenze non può che essere un livello superiore di partecipazione degli uomini rispetto alle donne, 70% contro 58%.

 

A chi giova avere un mercato del lavoro di cattiva qualità, caratterizzato da una elevata quota di impieghi temporanei, una scarsa domanda di lavoro qualificata, livelli salariali medi molto bassi e una larga parte della popolazione priva di coperture assicurative? L’effetto è un'ulteriore compressione della partecipazione, soprattutto delle donne (un problema strutturale del nostro sistema), in particolar modo delle mamme (con risvolti negativi sulla demografia), sempre in bilico tra conciliazione familiare e impegno lavorativo.

Quando si pone mano alla regolamentazione del mercato del lavoro con un disegno di legge che contiene una delega così ampia come quella del Jobs Act, è bene tener presente che gli effetti più deteriori ricadranno sui lavoratori più deboli (donne, giovani, individui con bassa istruzione e modesta estrazione sociale), con conseguenze non transitorie sui redditi da lavoro, consumi, gettito, ricchezza previdenziale, fecondita Pertanto non riteniamo opportuno insistere su ulteriori deregolamentazioni dei rapporti di lavoro, sapendo che questi provvedimenti avranno effetti permanenti (negativi) su una parte rilevante della popolazione (in genere quella più debole).

Il disordine nel funzionamento del nostro mercato del lavoro continua a crescere: all’aumentare del numero di laureati non corrisponde una maggiore la domanda di lavoro qualificato, generando una sistematica sottoccupazione (che comporta perdita di produttività e di professionalità, oltre ad alimentare la fuga dei cervelli); al crescere della precarietà non si è provveduto a innovare il sistema di welfare, con l’effetto di lasciare il problema in eredità al sistema previdenziale (ormai contributivo, quindi a se stessi); al crescere delle donne potenzialmente occupabili non sono aumentati  i servizi di cura per i bambini e non è stata innovata l’organizzazione del lavoro; infine, se da un lato si prendono provvedimenti come la Garanzia giovani proprio per aiutare i giovani,  dall’altro, simultaneamente, si estende ulteriormente la flessibilità lavorativa, alimentando l’incertezza.

 



[i] ISTAT, Rapporto annuale 2014, Cap. 3 - Il mercato del lavoro negli anni della crisi. Dinamiche e divari.

[ii] “Il ricorso al lavoro a tempo parziale è stata una delle strategie delle aziende per far fronte alla crisi, ma tanta parte è di tipo involontario: l’incidenza sui lavoratori a orario ridotto arriva nel 2013 al 1,5% tra gli uomini e al 58.1% tra le donne (rispetto al 35,2% per gli uomini e al 25,5% per le donne nella UE28).”, ISTAT, Rapporto annuale 2014.