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Più uguali in recessione?
I nuovi dati Istat

L'impatto della crisi sull'occupazione femminile è minore ma dura di più nel tempo; e resta alto lo scarto nel tasso di disoccupazione. Ma i dati sull'inattività mostrano un fenomeno nuovo: le donne resistono sul mercato del lavoro nonostante tutto

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In tempo di crisi notizie tempestive sull’occupazione non offrono occasioni per compiacersi, con buona pace del ministro Sacconi. Però la notizia che d’ora in poi ci si potrà avvalere di dati mensili invece che trimestrali per monitorare occupazione e disoccupazione ci dà finalmente motivo per rallegrarci con l’Istituto Centrale di Statistica.

A partire dal 1 dicembre 2009 l’Istat ha avviato la pubblicazione delle stime mensili dei principali indicatori del mercato del lavoro a livello nazionale. In occasione della prima uscita, relativa al mese di ottobre 2009, sono state anche pubblicate le serie storiche dei dati mensili a partire da gennaio 2004. E’ bene precisare che le stime mensili sono il risultato di complesse metodologie statistiche e consentono di leggere l’evoluzione del mercato del lavoro al netto delle variazioni stagionali.

Ad una prima lettura delle cifre fresche di stampa, le notizie sono quasi migliori delle aspettative. Il numero complessivo degli occupati è andato calando dall’inizio della recessione nell’ottobre 2008 fino a tutto luglio 2009. Tuttavia, la caduta rimane complessivamente contenuta rispetto al resto dell’Europa – o agli Stati Uniti – e negli ultimi tre mesi si è arrestata per gli uomini, fra i quali la perdita ammonta complessivamente a 217 mila unità (pari all’ 1,5%). Per contro, ed in linea con quanto è successo nel resto del mondo (nonché nelle crisi precedenti), le donne hanno subito perdite minori (-67 mila unità pari alo 0,7 %) ma stentano a rientrare nella ripresa: l’occupazione femminile ha registrato qualche perdita anche nello scorso mese di ottobre.

L’andamento recente della disoccupazione è un po’ meno rassicurante. Nello scorso ottobre il traguardo dei due milioni di disoccupati è stato superato di 4mila unità. Anche nel caso della disoccupazione i maschi sono più veloci sia ad entrare che ad uscire. Da ottobre 2008 a ottobre 2009 il numero dei disoccupati maschi è salito del 16%, ma la crescita si è arrestata a settembre. Le donne hanno registrato un incremento più contenuto – l’11% - ma la crescita è proseguita ad ottobre. Il risultato netto è che, nonostante un impatto della crisi sulla disoccupazione femminile più diluito nel tempo, lo scarto nell’incidenza nel tasso di disoccupazione a carico delle donne rimane abbondantemente superiore ai due punti.

Figura 1. Tassi di disoccupazione: gennaio 2007-ottobre 2009

 

Fonte: Istat

Ne dobbiamo dedurre che il nostro paese non sta sperimentando quel fenomeno un po’ amaro di maggiore uguaglianza "verso il basso" che la crisi ha favorito nel complesso dell’Europa (1). In realtà il percorso italiano che vede uomini e donne diventare più uguali in tempi di crisi è un po’ diverso. Da noi più che altrove il dato sulla disoccupazione va letto insieme al dato sulla cosiddetta ‘inattività’, la condizione che accomuna tutti coloro che non lavorano e non cercano lavoro, pur essendo in età lavorativa. Nell’ottobre 2009 risultano inattivi 5.148 mila uomini e 9.592 mila donne, con un aumento rispetto ad un anno prima di 121 mila unità per i maschi (+0,6 punti percentuali) e di 88 mila unità per le femmine (+0,3 punti percentuali). Un aumento inferiore per le donne va spiegato, poiché ci si aspetta che in una recessione esse siano le prime a scomparire fra gli inattivi. Vi è più di una ragione plausibile, ma una fra tutte non può mancare, vale a dire la nuova, tenace determinazione da parte delle donne di rimanere sul mercato del lavoro anche quando le condizioni della domanda appaiono sfavorevoli.

Dietro a questa tenacia non vi è soltanto l’innalzamento del livello di istruzione. Nell'ultimo decennio l’occupazione femminile ha fatto indubbi balzi in avanti, magari a tempo parziale, con contratti a termine o con lavori parasubordinati (collaboratori, prestatori d'opera occasionale): alla vigilia dell'entrata in recessione vi era circa un milione e mezzo di occupate in più rispetto a dieci anni prima. Grazie a questa aggiunta il tasso di occupazione femminile è ora intorno al 47%, un valore indubbiamente basso nel contesto europeo, ma anche decisamente superiore a quello di dieci anni prima. L'ampia diffusione di forme contrattuali atipiche può aver giovato,  ma vale la pena chiedersi quanto abbia pesato l’andamento dei salari reali, sempre più bassi per sostenere una famiglia secondo il comune standard di decenza. Anche in Italia le famiglie si possono privare sempre meno dell’apporto di reddito della donna e la recessione poteva solo rafforzare la necessità di poter contare su almeno un reddito e mezzo. Se questo è vero, gli ultimi dieci anni dovrebbero invitare a rivedere qualche paragrafo dei manuali di economia laddove si sostiene che, nei paesi industrializzati, la partecipazione delle donne è aumentata soprattutto in risposta all’incremento dei salari femminili (dovuto ad istruzione e a minore discriminazione) mentre ha pesato relativamente meno quanto guadagnasse il coniuge. L’Italia degli ultimi dieci anni potrebbe raccontare una storia un po’ diversa. C’è da chiedersi, cioè, se il fatto che, da noi, più di qualche coniuge non guadagnasse ‘abbastanza’ abbia spinto le donne ad entrare sul mercato almeno quanto la prospettiva di un buon salario in proprio. (2)

Riferimenti.

1) Bettio-Smith-Villa, "Women in the current recession. Challenges and Opportunities", 2009, paper per  Conferenza Commissione Ue "What does gender equality mean for economic growth and employment?". Qui pubblicato nella sezione ricerche.

2) Villa (2009), "La difficile strada verso l’indipendenza economica per le donne in Italia: dalla protezione nella famiglia al lavoro retribuito", in: Economia e Lavoro, Anno XLIII, maggio-agosto, n. 2, pp. 37-58