Articololavoro

Precarie e precari,
protesta in corpo

Per rivendicare diritti. Per spezzare l'incertezza, ma anche la solitudine. Ecco perché il nove aprile il nuovo mondo del lavoro scende in piazza. Differenze di generazione e di genere in un movimento che cerca vie d'uscita dalla crisi della rappresentanza: una testimonianza dal gruppo delle "diversamente occupate"

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Un caldo pomeriggio d’ottobre, mentre guardavo tre donne fare irruzione in un grattacielo abbandonato e arrampicarsi fino in cima per esporre al mondo uno striscione che rivendicava i loro diritti, diritti di lavoratrici, ho pensato che la loro presa di parola fosse “violenta” e “pericolosa”. Un mese fa una scena simile: tre uomini che sventolavano le loro bandiere, bandiere di diritti, sopra la gru di un cantiere edile bloccato.

Dopo pochi giorni mi sono ritrovata sul tetto di un mobilificio in fallimento, con decine di donne sedute sul cornicione a “vegliare” sul loro striscione, anch’esso rivendicante, esposte al vento e al freddo di un inverno poco generoso. Mentre le guardavo pensavo che se in passato le rivendicazioni del mondo del lavoro passavano per la rappresentanza, oggi passano dai corpi, spesso corpi di donne.

E non succede solo perché la rappresentanza al lavoro ha perso di senso, c’è di più, qualcosa di più profondo ed inquietante: la solitudine. E’ questa la condizione materiale e simbolica che vivono oggi molte lavoratrici e molti lavoratori, soli nel lavoro, soli nella contrattazione, soli nella rivendicazione. E’ una condizione che la mia generazione ha conosciuto e conosce come esclusiva: per molte e molti il lavoro è sommerso, precario, non garantito, pagato poco, negoziato faccia a faccia con il datore di lavoro, isolato, da casa, con una camera da letto trasformata in ufficio e un pc come finestra sul mondo.

E alla differenza generazionale si aggiunge quella sessuale: donne discriminate, nella precarietà. Le giovani donne, più istruite degli uomini, flessibili, multitasking, portate al lavoro di “cura del prodotto”, responsabili, sono proprio quello che il mercato cerca (basta leggere un qualsiasi annuncio di stage/lavoro), quello stesso mercato che provvede poi, puntualmente, a discriminarle, a pagarle meno, a fargli firmare dimissioni in bianco, a respingerle quando sono in età da maternità.

E’ il ricatto della scelta tra lavoro e vita, una contrapposizione che non parla di conciliazione o di pari opportunità, bensì di modo di stare al mondo, anche in quello del lavoro. Di questo, io e le mie compagne “diversamente occupate”, abbiamo detto e scritto molto, sulla ricerca di senso dell’esperienza lavoro, sulla negoziazione col proprio corpo e col soggetto pubblico, sul desiderio e sul piacere da portare al lavoro senza cadere nella trappola dell’espropriazione, sul desiderio di tempi e spazi pubblici in cui prendere parola senza perdere le proprie differenze.

E’ proprio questo che mi ha spinto a promuovere, insieme ad altri,  la manifestazione del 9 aprile “il nostro tempo è adesso, la vita non aspetta”, perché se è vero che i tempi sono maturi per unire forze, energie, saperi e pratiche, metterli in rete e trasformarli in corpi che entrano in relazione, io credo sia giunto il momento di riprenderci anche lo spazio, pubblico e politico. Credo sia giusto. Per quelle donne che erano sul tetto, per gli studenti che hanno scosso l’Italia, per chi vive la precarietà come sistema e condizione di lavoro e vita, per chi la precarietà la incontra senza aspettarselo.

E’ tempo che i percorsi che l’intero paese ha messo su in questi anni, àncore di salvezza nel mare dell’isolamento, debbano finalmente incontrarsi e unire le forze, senza dimenticare le differenze, ma trasformando in condivisione reale e in presenza quell’espressione suggestiva ma forse abusata di “fare rete”. Quando immagino il 9 aprile immagino un grande abbraccio caloroso e solidale, che possa raggiungere tutte e tutti, che possa dire loro “ci siamo, siamo tanti, siamo insieme”. E allora se saremo in piazza il 9 aprile sarà perché “il nostro tempo è adesso” e perché vogliamo riprenderci i nostri tempi, tutti: il tempo dello studio, il tempo del lavoro, il tempo dell’amore, il tempo del desiderio, il tempo della maternità, il tempo delle relazioni, il tempo della pratica politica, senza essere costrette a scegliere, senza dover sottostare a ricatti. E vogliamo riprenderci anche lo spazio, pubblico e politico, fatto di corpi, voci e relazioni che si incontrano. Partiamo da qui. Il 9 aprile si inaugura un percorso che è fatto di relazioni e parla di diritti.