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Reddito di base, cosa possiamo
imparare dalla Finlandia

Foto: Unsplash/ Katie Harp | Rebelsaurus

In Finlandia sta per terminare la fase di sperimentazione sul reddito di base. Qual è stato l'impatto che l'iniziativa ha avuto sulla vita delle donne e di tutti?

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La sperimentazione sul reddito di base in Finlandia, iniziata nel 2017, sta per giungere al termine. L’iniziativa ha suscitato un ampio dibattito e ora, da più parti, si cerca di comprendere quale impatto abbia avuto sulla vita delle persone che ne hanno preso parte: sono riuscite a trovare un impiego? Il loro reddito è aumentato? Quante persone percepivano esclusivamente il reddito di base? Quali saranno i prossimi passi?

Il dibattito si è incentrato principalmente su questioni di natura economica. La dimensione sociale, incluso l’impatto sulla disuguaglianza di genere, è finora restata in disparte. Vediamo in cosa consiste l’attuale dibattito sul reddito di base in Finlandia, e come può essere letto da un punto di vista di genere all’interno del contesto finlandese.

La sperimentazione sul reddito di base in Finlandia

Nel 2017, il governo finlandese ha dato avvio a una sperimentazione di durata biennale finalizzata a testare il reddito di base. L’iniziativa ha coinvolto una popolazione di 2.000 persone in stato di disoccupazione selezionate in modo casuale, alle quali è stato corrisposto un assegno mensile di 560 euro. La misura non era sottoposta ad alcuna condizione: a chi ne beneficiava non era richiesto di svolgere un’attività lavorativa o di partecipare a iniziative specifiche. La sperimentazione ha ricevuto una sostanziale copertura mediatica tanto a livello nazionale quanto a livello internazionale. Se l’iniziativa è stata spesso etichettata come un compromesso politico, essa ha avuto il merito di rendere il reddito di base un punto importante dell’agenda politica. Il dibattito sulle possibili alternative al reddito minimo garantito è quanto mai attuale in un momento in cui il governo sta programmando una riforma sostanziale dell’intero sistema previdenziale. Inoltre, molti partiti politici hanno preso posizione su questo argomento e hanno avanzato le loro proposte in materia previdenziale. Le maggiori differenze si riscontrano in riferimento all’applicazione del principio di condizionalità, ovvero se il sussidio vada corrisposto senza che la popolazione beneficiaria abbia alcun obbligo, o se debba trattarsi piuttosto di una prestazione subordinata a specifiche condizioni (avere un impiego o partecipare a un corso di formazione).

In linea generale, i paesi scandinavi sono noti per le loro politiche di promozione dell’uguaglianza di genere. I tassi di partecipazione femminile alla forza lavoro sono elevati, gli assegni familiari sono generosi e la partecipazione dei padri alla cura della prole viene sostenuta dallo stato. L’esecutivo svedese ha dichiarato di essere un governo femminista, e nel 2016 il paese ha introdotto la prospettiva di genere all’interno della sua politica di bilancio. Se è vero che il femminismo non viene vissuto così apertamente come in Svezia, in Finlandia le questioni di genere vengono discusse attivamente e un numero sempre crescente di esponenti del mondo della politica ha iniziato a utilizzare il termine “femminismo”. Il neocostituito Partito femminista, quest’anno per la prima volta in lizza per un seggio in parlamento, ha contribuito al dibattito avanzando l’ipotesi di una politica femminista che metta la non discriminazione al centro dell’agenda. Nel 2018, l’ufficio di gabinetto del primo ministro ha pubblicato un rapporto di valutazione sulla predisposizione di iniziative di bilancio attente alle questioni di genere. Tale documento può essere considerato come un primo (piccolo) passo verso l’elaborazione del bilancio di genere all’interno del bilancio dello stato e del processo decisionale in Finlandia.

In questo scenario, è interessante notare come il dibattito riguardante il reddito di base è iniziato in Finlandia già negli anni ottanta[1], ma non ha mai avuto al centro la prospettiva di genere, né a livello politico né a livello accademico. Lo stesso può dirsi in riferimento al recente dibattito sui social network, il quale si è focalizzato sull’occupazione piuttosto che sui diversi esiti che il reddito di base può avere a livello di genere.

Allora cosa c’entra il genere con il reddito di base? Nei lavori di ricerca di stampo femminista, almeno tre dimensioni sono state determinanti: le disuguaglianze all’interno delle famiglie, il lavoro di cura non retribuito, e le opportunità di lavoro.[2] Vediamo come queste tre dimensioni si articolano nel contesto finlandese.

Le disuguaglianze all’interno delle famiglie

In molti paesi industrializzati i sistemi previdenziali e fiscali sono incentrati sulla famiglia, significa che nei nuclei familiari composti da coppie eterosessuali la protezione sociale e il reddito delle donne sono collegati a quelli degli uomini. In questo senso, da più parti si sostiene che un reddito di base garantito a livello individuale contribuisca all’uguaglianza di genere attraverso una maggiore indipendenza, dal punto di vista economico e psicologico, per quelle donne che risultano essere più svantaggiate sotto il profilo economico. L’indipendenza a livello economico viene ritenuta essere una condizione particolarmente difficile da raggiungere per quelle donne immigrate che non hanno un impiego; pertanto, il reddito di base viene considerato un modo per rafforzare il loro processo di integrazione all’interno della società. Nel caso della Finlandia, le imposte sul reddito vengono già calcolate su base individuale, così come avviene per la maggior parte delle prestazioni previdenziali. Tuttavia, l’argomentazione incentrata sull’indipendenza sotto il profilo economico potrebbe trovare applicazione nel contesto finlandese nella misura in cui i contratti di lavoro a tempo parziale e a termine sono tipicamente appannaggio delle donne. Il reddito di base può essere considerato come un modo per assicurare alle donne una fonte di reddito più stabile, nonché per ridurre il loro grado di dipendenza dai loro partner.

Il lavoro di cura non retribuito

Dai lavori di ricerca di stampo femminista emerge una duplice visione degli effetti del reddito di base sullo status del lavoro di cura non retribuito. Da un lato, si evidenzia come il reddito di base garantisca una certa stabilità economica per le donne che restano a casa per occuparsi dei propri figli e delle proprie figlie o di altre persone della famiglia; in questo modo, al lavoro di cura non retribuito viene dato un maggiore riconoscimento e una visibilità più elevata. Dall’altro lato, si sostiene che il reddito di base disincentiverebbe l’inserimento o il reinserimento delle donne nel mercato del lavoro; di conseguenza, un numero più elevato di donne resterebbe a casa per svolgere i lavori di cura non retribuiti.

In Finlandia, il dibattito politico relativo all’assistenza all’infanzia e all’occupazione delle madri è estremamente polarizzato. Esiste già una prestazione in denaro per quei padri e per quelle madri che restano a casa per accudire un figlio o una figlia di età inferiore a tre anni. Tale prestazione gode di molta popolarità (il 43% delle famiglie con prole di età compresa tra uno e due anni ne usufruisce) e oltre il 90% della popolazione beneficiaria della stessa è costituito da donne. La prestazione in questione è oggetto di critiche in quanto darebbe vita a una “trappola per le donne” e incoraggerebbe le madri a restare a casa invece di entrare nel mercato del lavoro.[3] Dall’altro lato, la misura in esame viene fortemente sponsorizzata dal Partito di centro finlandese (precedentemente conosciuto come Lega agraria) e dai Democratici cristiani finlandesi, ed è molto popolare tra un alto numero di famiglie convinte dell’importanza di poter scegliere cosa sia meglio per loro. Chi ha una posizione critica nei confronti del reddito di base rimarca come tale misura sia suscettibile di “intrappolare” le donne in misura ancora più forte dando loro la possibilità di beneficiare di un livello di reddito più elevato dell’attuale assegno familiare, nonché consentendo loro di restare a casa anche dopo il compimento del terzo anno d’età del proprio bambino o della propria bambina.

In quei paesi e in quelle comunità in cui la partecipazione delle donne alla forza lavoro è già molto esigua, si ritiene che il reddito di base disincentivi innanzitutto le donne disoccupate dall’entrare nel mercato del lavoro. In Finlandia, questa argomentazione trova riscontro soprattutto nel caso dei gruppi di immigrati e immigrate all’interno dei quali l’indipendenza delle donne non è considerata una priorità. Inoltre, si ritiene che il reddito di base rappresenti un rischio per quelle donne che hanno un livello di istruzione più basso o sono meno qualificate; tale categoria è di solito sovrarappresentata tra coloro che beneficiano dell’assegno familiare e che già restano a casa per quasi 10 anni se hanno una prole numerosa. Pertanto, per questi gruppi di donne, (ri)conquistare l’indipendenza economica è estremamente difficile. La domanda che a questo punto si pone è: come progettare una politica che non dia vita o avalli meccanismi che “intrappolano” le donne già svantaggiate sotto il profilo socioeconomico?

Rapporti di lavoro flessibili

Una delle principali argomentazioni a favore del reddito di base riguarda la stabilità ma anche la flessibilità che esso comporta per la vita delle persone. La letteratura di stampo femminista evidenzia come il reddito di base rappresenti tanto un modo per le donne di cambiare lavoro quanto uno strumento efficace per conciliare la vita lavorativa con gli impegni familiari. Dal momento che i contratti a termine sono solitamente appannaggio delle donne piuttosto che degli uomini, si ritiene che il reddito di base porti stabilità soprattutto per le donne, le quali altrimenti continuerebbero ad alternare periodi di impiego a periodi di disoccupazione; esso contribuisce quindi alla permanenza delle donne nel mercato del lavoro. Inoltre, il reddito di base viene considerato un’opportunità per chi preferisce lavorare a tempo parziale e dedicare maggior tempo alla famiglia, alle attività di volontariato o ad attività diverse da quelle lavorative. In Finlandia, ciò è soprattutto il caso di quelle madri che preferiscono restare più tempo a casa seppur non a tempo pieno; nel sistema attuale, i figli e le figlie i cui padri e le cui madri percepiscono l’assegno familiare non hanno accesso ai servizi pubblici di assistenza all’infanzia, il che rende difficile conciliare gli impegni domestici con la vita lavorativa.

L’attuale sistema di assistenza in Finlandia è quindi poco flessibile, e le persone in stato di disoccupazione difficilmente accettano di svolgere lavori temporanei; ciò per timore di vedersi ridurre i sussidi di cui beneficiano. Questa argomentazione è condivisa da più parti nell’ambito del dibattito sul reddito di base in Finlandia: chiunque sia a favore di una qualche forma di reddito di base universale impernia le proprie argomentazioni sui risultati positivi in termini di occupazione, nonché sulle opportunità di rendere il lavoro più flessibile. La questione della conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare è più complessa.

A causa della polarizzazione piuttosto marcata nel mondo della politica circa le differenti concezioni in materia di organizzazione del lavoro e dei servizi di assistenza potrebbe risultare difficile discutere di politiche che rendano possibile conciliare lavoro e famiglia, nonostante – secondo i risultati del sondaggio denominato Barometro della famiglia svolto nel 2018 – più di un terzo della popolazione finlandese si dichiari favorevole allo stanziamento di una quota maggiore del gettito fiscale. La conciliazione tra lavoro di cura non retribuito e lavoro retribuito viene promossa dalla sinistra e dalla Lega verde, mentre la destra si concentra piuttosto sulla partecipazione delle donne al mondo del lavoro e sulla riduzione dei congedi per motivi di assistenza.

Dimensioni sociali

In Finlandia è diffusa l’opinione secondo cui è necessario riformare l’attuale sistema previdenziale. Tuttavia, il contenuto e gli strumenti della riforma differiscono in maniera sostanziale tra i vari attori politici.

I risultati dell’attuale sperimentazione del reddito di base, che verranno resi noti nel corso del 2019, dovrebbero fare luce sia sugli aspetti economici che su quelli politici del modello del reddito di base. Se è improbabile che la sperimentazione possa riscuotere un sostegno generalizzato a favore dell’adozione, in tempi brevi, di un modello di reddito di base senza condizionalità, i risultati contribuiranno alla pianificazione della futura riforma del sistema previdenziale, che dovrebbe semplificare e rafforzare la protezione del reddito minimo e il sistema previdenziale in generale. Il tempo ci dirà come. 

Note

[1] Perkiö, J. (2016) Universal basic income: A search for alternative models, Perkiö, J. (2019) ‘From Rights to Activation: The Evolution of the Idea of Basic Income in the Finnish Political Debate, 1980-2016’ di prossima pubblicazione sul Journal of Social Policy.

[2] Cfr. ad esempio Pateman, C. (2004) Democratizing citizenship: Some advantages of a basic income. Politics & Society 32(1): 89-105; Cantillon, S. e McLean, C. (2016) Basic Income Guarantee: The Gender Impact within Households. The Journal of Sociology and Welfare 43(3): 97-120.

[3] Hiilamo, H. e Kangas, O. (2009) Trap for Women or Freedom to Choose? The Struggle over Cash for Child Care Schemes in Finland and Sweden. Journal of Social Policy 38(3): 457-475.

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