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Scrivere oggi. Intervista
a Giulia Caminito

Foto: Unsplash/ Brent Gorwin

Che tipo di visibilità viene data alle autrici dalla filiera editoriale? Ne parliamo con Giulia Caminito, scrittrice ed editor che si è occupata soprattutto di narrativa italiana contemporanea e del Novecento

Giulia Caminito ha trent'anni, dopo gli studi in filosofia ha lavorato come editor e nel 2016 è uscito per Giunti il suo primo romanzo, La grande A (Premio Bagutta opera prima, Premio Giuseppe Berto, Premio Brancati giovani). "Ho iniziato a lavorare nel mondo del libro dopo l'università" ci racconta. "Ho girato un po’ come una trottola per anni, tra case editrici per bambine e bambini, fiere del libro, gallerie d’illustrazione e fondazioni fino ad approdare alla casa editrice Elliot di Roma dove ho imparato il mestiere da assistant editor e poi editor, dedicandomi soprattutto alla narrativa italiana contemporanea e del Novecento". L'abbiamo intervistata per ragionare sulla visibilità delle scrittrici del passato e del presente. 

Oltre a scrivere, e a lavorare nella filiera del libro, da tempo hai iniziato una ricerca sulle scrittrici del passato di cui oggi non si parla più, ci spieghi da dove nasce questo percorso e che strade ha trovato finora?

Questa ricerca per me è iniziata qualche anno fa, quando lavoravo a Roma come editor e il resto del tempo lo passavo nell’archivio di una fondazione, che aveva e ha tuttora una meravigliosa biblioteca, ricchissima per quanto riguarda il nostro Novecento letterario. Ho iniziato, per fare proposte per una collana in casa editrice che si chiamava Novecento italiano, a spulciare quell’archivio e poi molti altri. L’idea della collana era quella di provare a riportare in libreria titoli del Novecento sia scritti da donne che da uomini, che erano un po’ stati dimenticati nel corso degli anni, ma che secondo noi avevano ancora molti pregi e potevano essere adatti ai lettori contemporanei. Mentre mi occupavo della collana il mio interesse personale si è focalizzato nel tempo soprattutto sulle scrittrici, perché mi sono resa facilmente conto che moltissime oggi non vengono più pubblicate, discusse, considerate.

Quali sono i motivi secondo te?

I motivi penso siano vari, e anche le colpe. Spesso dei grandi editori che non le hanno più ripubblicate e tenute vive in libreria. In ogni caso è insindacabile questa sproporzione per cui del Novecento italiano si conoscono molti uomini e pochissime donne, tranne alcuni famosi e conclamati casi. In realtà se si vanno a leggere le donne dai primi del Novecento fino alla fine della seconda metà del secolo si trovano testi meravigliosi ed entusiasmanti per lingua, idee e inventiva. Tramite queste scrittrici si può ricostruire un percorso peculiare e ricco di sorprese, che illumina molto anche la produzione contemporanea.

Tra le scrittrici a cui sei approdata nelle tue ricerche quali sono quelle che ti hanno colpita di più e perché?

Ce ne sono davvero molte, ve ne cito due perché sono a mio avviso emblematiche e perché spesso parlo di loro durante gli incontri: Livia de Stefani e Laudomia Bonanni. Due scrittrici diverse completamente, che però sono accomunate dall’essere state entrambe molto vicine all’ambiente romano del dopoguerra e ai coniugi Bellonci, dall’essere state pubblicate da grandi editori come Rizzoli e Bompiani, dall’aver avuto riconoscimenti ed essere state apprezzate dalla critica, ma senza mai raggiungere quello status che permette agli scrittori e alle scrittrici di farsi apprezzare in maniera costante nel corso degli anni. C’è in entrambe un uso della lingua italiana sorprendente, una critica sociale a volte feroce e un pensiero femminile forte, deciso, molto attuale. Però molti e molte non le conoscono neanche, a menzionarle in pubblico purtroppo spesso si assiste a facce confuse e silenzi. Queste due autrici hanno scritto tanto e ad alti livelli eppure oggi di loro si sa assai poco e assai meno di quanto si sa di loro colleghi uomini che hanno avuto lo stesso percorso o carriera letteraria. 

Dove hai portato le scrittrici 'scomparse' a cui hai deciso di dedicarti?

Dopo il periodo in casa editrice, non potendo più pubblicarle, ho continuato a provare a parlarne e a proporle in vari contesti, tra questi anche un ciclo di incontri alla Libreria Tuba dove ci siamo occupate di alcune scrittrici come Amalia Guglielminetti, Matilde Serao e Livia de Stefani. Io non sono una studiosa o un’accademica e ci sono oggi in Italia moltissime donne e alcuni uomini che a tempo pieno e da molto prima di me si occupano di queste scrittrici, io provo solo, come lettrice e appassionata, a parlarne a un pubblico vicino a me per gusti ed età, cercando, attraverso la lettura ad alta voce, il racconto della loro vita e il dibattito pubblico di continuare a sostenerle. Nei prossimi mesi girerò un po’ l’Italia con qualche incontro per parlare nelle scuole o nei circoli di lettura di queste scrittrici. Sogno un giorno di rivederne molte ben pubblicate, e già qualcosa si sta muovendo, sarebbe bello continuare a progettare e unire le forze per farle tornare o arrivare per la prima volta al pubblico.

Saltando al presente, qual è secondo te la situazione dei cataloghi di narrativa delle principali case editrici italiane? Quanto sono presenti le donne e che tipo di visibilità viene data alle scrittrici dalla filiera editoriale?

Penso che la situazione sia radicalmente cambiata e molto migliorata nel corso degli anni, si dà peso alla produzione delle scrittrici e a quella degli scrittori e si sta cercando di superare la differenziazione tra due tipi di narrativa. Credo che la sfida editoriale sia da sempre quella di togliere le donne dal loro angolo, renderle universali, renderle letteratura e basta, non letteratura femminile - delle donne, per le donne, di sole donne - mantenendo in questo movimento però una specificità. Insomma nell’editoria si riflettono i grandi interrogativi, le lotte e anche gli scontri che il movimento delle donne ha avuto e continua ad avere a livello politico e pubblico. Alcune mie colleghe forse non saranno d’accordo, perché appunto rallegrarsi di certi eventi per loro è sinonimo di ghettizzazione, però io invece ho appreso con molta gioia il fatto che l’anno scorso il Premio Strega non l’abbia vinto uno scrittore sui quarantacinque di Einaudi, mi è sembrato importante. Non perché gli scrittori sui quarantacinque non siano bravi o perché i premi siano lo specchio indiscusso di quello che succede nella letteratura, ma perché comunque hanno, volenti o nolenti, un riverbero nel mondo editoriale, nel mercato e nella filiera del libro, che può anche non vedersi nell’immediato, ma farsi notare nel tempo. Quello che credo è che comunque, anche se ci sembra che la situazione sia migliorata, non bisogna pensare che gli spazi d’espressione conquistati siano definitivi e ormai assodati, ma guardarsi sempre le spalle e continuare a esprimere pareri e mettere in questione quello che il mercato editoriale di anno in anno ci propone, ci impone, ci suggerisce. Non serve cadere in vittimismi o in lamentele, ma è necessaria una buona dose di lucidità per vedere quello che va bene se va bene e quello che va male se va male. 

Il tuo romanzo d'esordio, in cui scrivi la storia di tua nonna e della tua bisnonna nell’Eritrea e nell'Etiopia post coloniali, ha ricevuto diversi premi e apprezzamenti della critica. Cosa ti porti dietro di questa prima esperienza? 

A oggi mi porto dietro di certo un paio di anni belli intensi e carichi di molte esperienze, sensazioni e speranze. Ho iniziato a viaggiare per l’Italia per parlare del libro e della storia della mia famiglia. Ho dovuto lasciare il lavoro fisso in casa editrice e oggi continuo a lavorare come editor freelance. Sono molto soddisfatta di come è andata con il libro, non tutto è stato semplice, il libro è anche stato giustamente criticato, ma è stato un lungo viaggio formativo per me, in cui ho imparato, ho incontrato, ho parlato, ho dedicato la maggior parte del tempo a qualcosa che amo. E per questo sono fortunata. Da oggi in poi però comincio a fare sul serio, perché devo cercare di rimanere focalizzata sul mio percorso e impegnarmi il più possibile, portare avanti i miei progetti e lavorare a testa china per superarmi e mettermi in gioco. Sono preoccupata e spaventata, ma visto che ho ancora l’occasione di scrivere voglio provare a farlo al massimo delle mie forze. Il prossimo febbraio dovrebbe uscire il mio secondo romanzo con Bompiani, dedicato a un’altra storia della mia famiglia, alle Marche, agli anarchici e alla vita delle suore clarisse del convento di Serra de conti.

Che significa per te essere una scrittrice  nell'Italia di oggi?

Beh, io non mi ci sento ancora, una scrittrice, perché penso che la prova del tempo e la dedizione decideranno per me. Oggi scrivere e basta è difficile, ma questo vale per le donne come per gli uomini, soprattutto per gli under quaranta, ma non solo. Scrivere e basta vuol dire anche essere preda di molte variabili di cui non vorresti tenere conto, come per esempio il plauso dei giornalisti, i premi letterari, il marketing, i rendiconti, il numero di copie vendute, le rese delle librerie, gli articoli pagati, gli incontri fuorisede, gli anticipi delle future cose che in teoria scriverai, e tutta una parte di faccende che c’entra poco con la scrittura, ma che se lo fai per campare devi avere ben chiara. Non è semplice, io per esempio non ce la faccio a scrivere e basta perché non sono una che vende moltissime copie con quello che scrive e quindi devo, e voglio, continuare a lavorare come giovane editor e fare il lavoro che so fare, senza perderlo di vista. Per campare di libri, con libri che non sfondano il muro delle buone vendite, quindi quasi tutti ahimè, bisognerebbe scrivere per giornali paganti, fare corsi di scrittura creativa paganti, fare incontri paganti, e sfornare un libro l’anno pagato in anticipo, almeno. Ecco io tutte queste cose non riesco a farle, quindi cerco di barcamenarmi continuando a dire sì ai progetti che mi interessano e a portare avanti le cose a cui tengo. Solo col tempo mi renderò conto se ho scelto bene o no, quando ho deciso di dedicarmi ai libri e alla scrittura.

Leggi il dossier dell'Osservatorio su donne e uomini nell'editoria