Articolofinanza

Se a farci paura sono i prezzi che scendono

Anche in Europa si aggira lo spettro della deflazione, contro il quale lottano da un po' la Banca del Giappone e la Fed statunitense. Un'occasione buona per una rilettura: "Deflazione, la memoria breve degli economisti". Riproponiamo un articolo di Annamaria Simonazzi e Nando Vianello, scritto nel 2003, oggi di una certa attualità

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Dal mese di marzo l'economia greca è tecnicamente in deflazione, con l'indicatore dei prezzi al consumo che mostra un segno negativo: i prezzi decrescono, e non è una buona notizia. Nell'area dell'euro, votata alla stabilità monetaria per statuto, il tasso di inflazione è a livelli bassissimi: 1,7% ad aprile. In Italia, dove lo scorso anno le famiglie hanno visto ridursi il potere d'acquisto del 4,8%, il tasso di inflazione è sotto la media dell'eurozona, all'1,1%. Più che un campanello d'allarme, è un concerto di campane che sta segnalando alla vecchia Europa che i suoi spettri inflazionistici sono lontani, e il vero pericolo oggi è nel fenomeno opposto: la deflazione. Prezzi stagnanti, o in riduzione; insieme a stagnazione o recessione della produzione, ed aumento della disoccupazione.

Lo spettro contro cui i giapponesi combattono da anni, fino alla recente gigantesca iniezione di liquidità della Bank of Japan, e diversi cicli di “quantitative easing” della Federal Reserve degli Stati Uniti. E tale politica monetaria continuerà fino a che non ci saranno consolidati segni di ripresa, ha ribadito in questi giorni il governatore della Fed, Ben Bernanke, con una comunicazione che, se ha turbato un po' i mercati che vi hanno letto sfumature e ambiguità rispetto alla linea seguita finora, non ha di fatto invertito né corretto la rotta di una politica monetaria espansiva. E in Europa? La lotta alla deflazione entrerà negli obiettivi di autorità monetarie e politiche? In attesa di saperlo, forniamo qui qualche argomento che dovrebbe indurre la Bce a muoversi. Non si tratta – ahinoi – di argomenti nuovi, ma repetita iuvant, o almeno così speriamo. Ripubblichiamo qui, nel pdf allegato, un articolo scritto da Annamaria Simonazzi e Nando Vianello nel lontano 2003. L'euro era in vigore da due anni, gli squilibri macroeconomici e le tensioni valutarie tra potenze riemergevano, la bolla finanziaria (che sarebbe esplosa nel 2008) era ancora lontana: in questo contesto le autorità monetarie di Stati Uniti ed Europa temevano il contagio della “nipponite”, ossia la malattia da deflazione. Una situazione da cui trarre alcune lezioni, allora come adesso: “Se nella caduta dei prezzi si ravvisa un male da evitare, e non un bene da promuovere, a dubitare di se stessi dovrebbero essere non solo i banchieri centrali, ma anche gli economisti. E particolarmente quelli impegnati nelle Università. Poiché ciò che essi insegnano ai loro studenti è, nove volte su dieci, che la diminuzione dei salari monetari e dei prezzi è sempre in grado di garantire la piena occupazione”.

Dunque, è utile ricordare e ribadire i motivi per cui questo modellino non funziona: tanto più oggi, con l'emergenza della disoccupazione nell'area dell'euro e in particolare tra i giovani nei paesi mediterranei. E' quel che fanno i due economisti, mettendo in evidenza i punti deboli di quella teoria, ossia i punti in cui si inceppa il meccanismo che dovrebbe portare dalla riduzione dei prezzi a un effetto-rilancio sull'economia. Riassumendo qui, in modo un po' semplificato: 1) non è vero che quando scendono i prezzi le persone si sentono più ricche, perché i loro crediti e la loro moneta valgono di più: questo è vero, per esempio, per chi ha titoli di stato, ma non per chi ha case il cui valore scende (caso di grande attualità), o azioni di imprese che si trovano a dover fronteggiare prospettive negative per il futuro; 2) non è vero che la riduzione del costo del denaro, conseguente alla deflazione, porterà automaticamente e sicuramente una ripresa degli investimenti produttivi, se non ci sono prospettive di vendere con profitto i beni prodotti con i nuovi investimenti, e dunque non ci sarà neppure una ripresa dell'attività economica. Ne seguono varie considerazioni e conclusioni di policy, alla cui lettura vi rinviamo; nella consapevolezza che una più approfondita e condivisa riflessione – tra gli economisti e tra questi e l'opinione pubblica – sugli effetti concreti di idee sbagliate (o quantomeno discutibili) possa portare, prima o poi, a sbagliare meno. E a risollevare le prospettive economiche per i nostri e per le nostre nipoti.

(Nell'illustrazione: la copertina dell'ultimo numero di The Economist, dedicata ai leader europei: "I sonnambuli")