Il problema dei programmi di aiuto alle famiglie è che spesso disincentivano l'occupazione femminile. Il "Work tax credit" permette di coniugare la lotta alla povertà con il sostegno al lavoro delle donne. Ed è un'ottima alternativa al quoziente familiare
È un dato di fatto che l’Italia presenta il più basso tasso di occupazione femminile dell’Unione Europea. Tra i paesi membri dell’Ocse, tassi minori di quelli italiani sono presenti solo in Cile, Messico e Turchia. In Europa, l’evidenza empirica delinea uno scenario peggiore non solo rispetto ai paesi con regimi di welfare socialdemocratici tipici dei paesi scandinavi, a quelli con sistemi corporatisti tipo Francia e Germania e liberali come il Regno Unito, ma anche a molti paesi dell’Europa dell’Est ed agli altri paesi mediterranei.
È mia convinzione che uno strumento efficace in mano all’autorità politica per favorire la partecipazione femminile nel mercato del lavoro ed allo stesso tempo integrare i redditi dei lavoratori con salari bassi siano gli in-work benefits (IWB). Gli IWB sono trasferimenti monetari per individui poveri che richiedono ai beneficiari di lavorare un numero minimo di ore. Gli IWB nascono dall’acceso dibattito accademico e politico a proposito degli effetti disincentivanti sull’offerta di lavoro tipici degli strumenti che, come il reddito minimo garantito e i sussidi di disoccupazione, aiutano le fasce a reddito basso.
Un esempio, nel Regno Unito, è il Working Tax Credit (WTC). Il WTC è un sussidio concesso alle famiglie a condizione che almeno un individuo lavori per 16 o più ore alla settimana (almeno 30 ore se senza figli). L’ammontare dipende dalla composizione familiare (famiglie con figli hanno diritto ad una maggiorazione) e dal reddito della famiglia (l’ammontare decresce con l’aumentare del reddito familiare). Nel 2010, per una coppia con figli, l’entità massima del sussidio era pari a 380 sterline al mese e si azzerava per famiglie con un reddito di 1500 o più sterline al mese.
Inoltre, per le famiglie con figli in cui i genitori lavorano a tempo pieno, la WTC include il rimborso di una parte sostanziale (il 70%) delle spese per la cura dei figli, fino a un massimo 120 sterline alla settimana in presenza di un figlio e 210 per quelle con 2 o più figli.
Nati negli anni ’70 nel Regno Unito e negli Stati Uniti come crediti d’imposta rimborsabili per persone con figli a carico, gli IWB sono stati più recentemente inseriti tra gli strumenti di politica fiscale di molti altri paesi (Nota 1). In Italia, al contrario, gli IWB sono rimasti ai margini del dibattito politico, nonostante la loro introduzione sia stata considerata positivamente in più sedi (si veda la proposta alternativa al quoziente familiare su questo sito, così come le proposte a firma Boeri e Del Boca e Boeri e Figari sulla voce.info).
In particolare, l’ultimo dei contributi citati si basa sull’introduzione in Italia di un IWB ricalcato su quello vigente nel Regno Unito, che finanziandosi attraverso l’eliminazione delle detrazioni per familiari a carico (una misura che come noto disincentiva l’offerta di lavoro delle donne in coppia) aumenterebbe il tasso di occupazione femminile in Italia tra circa i 3 ed i 5 punti percentuali (Nota 2).
I risultati degli studi che hanno analizzato l’effetto degli IWB sulla povertà e sull’offerta di lavoro nei sistemi più maturi, cioè gli Stati Uniti ed il Regno Unito, possono fornire indicazioni costruttive per l’adozione di schemi analoghi nel nostro paese. Al contrario, le esperienze più recenti (come il Prime pour l'Emploi introdotto in Francia nel 2001 e la riforma dei “Mini-jobs” del 2003 in Germania) si prestano meno, in parte perché necessitano di una valutazione più approfondita, in parte a causa del modesto ammontare del sussidio.
In generale, gli IWB anglosassoni hanno centrato almeno in parte gli obiettivi che si erano preposti. Sebbene gli effetti variano di caso in caso a seconda della riforma in esame, si può affermare che in generale gli IWB hanno aumentato sia l’occupazione che il reddito disponibile della popolazione a basso reddito, alleviato la povertà infantile e dato impulso a quel circolo virtuoso tra lavoro ed inclusione sociale che ne ha ispirato l’introduzione.
Un indizio della positività dei risultati è il sostegno bipartisan di cui gli IWB godono sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti. Negli Stati Uniti, l’Earned Income Tax Credit è stata introdotta dal presidente Ford nel 1975. Dopo successive espansioni effettuate nel 1986 (Reagan), 1990 (Bush padre), 1993 (Clinton) e 2001 (Bush figlio), l’Earned Income Tax Credit è oggi il più grande programma anti-povertà a livello federale degli Stati Uniti, con più di venti milioni di famiglie beneficiarie, quasi tutte con figli a carico. Nel Regno Unito, il WTC serve più di 4 milioni di famiglie con figli a carico e circa 500 mila famiglie senza figli e, sebbene plasmato dal governo laburista Blair, è stato finora escluso dai tagli del piano di riforma fiscale del governo conservatore Cameron.
L’indipendenza economica delle donne, ed in particolare delle mamme, ne è uscita rafforzata. Per esempio, l’introduzione della Working Family Tax Credit nel Regno Unito nel 1999 ha causato un aumento dei tassi di occupazione delle madri sole di almeno 5 punti percentuali (Nota 2). Questo in parte perché le donne rispondono di più agli incentivi monetari (mentre gli uomini hanno una bassa elasticità della quantità di lavoro offerta rispetto al salario, cioè cercano un lavoro full-time a “qualunque” costo), in parte perché queste riforme sono state ideate come mezzo principale per includere le madri sole nel mondo del lavoro e contribuire alla rottura della trasmissione ciclica di condizioni di svantaggio di generazione in generazione.
L’assegnazione di un ammontare aggiuntivo per rimborsare una quota sostanziale delle spese necessarie per la cura dei figli si è mostrato un elemento determinante nell’incremento dell’occupazione delle madri nel caso inglese (Nota 3). Questo elemento si presta bene al caso italiano, che si contraddistingue per la scarsa diffusione dell’uso di asili nido (a parte poche realtà virtuose) e l’alto numero di interruzioni del rapporto di lavoro per maternità (senza un successivo ritorno nel mercato del lavoro nella maggior parte dei casi).
Inoltre, come mostrato in numerose valutazioni dell’impatto sociale ed economico delle politiche pubbliche, l’esito di una singola misura dipende dalla capacità di integrarsi al contesto pre-esistente. Tale raccomandazione è di particolare rilievo in un sistema di welfare che come quello italiano è notoriamente frammentato.
Le esperienze passate hanno mostrato come il buon esito degli IWB sia dipeso dalla presenza di un salario minimo nazionale, che ha impedito ai datori di lavoro di inglobare il sussidio abbassando i salari dei lavoratori beneficiari per un ammontare corrispondente al sussidio. Visto anche la mancanza in Italia di un sistema assistenziale universale tipo minimo reddito garantito (che introdurrebbe un salario minimo implicito), l’introduzione di un (basso) salario minimo nazionale, magari aggiustabile a livello regionale in un contesto federalista (come negli States), è una scelta obbligata.
Gli IWB sembrano ben congegnati anche come stimolo all’emersione del lavoro nero. Su questo campo i dati sono limitati e pertanto le analisi scarseggiano. Resta pur sempre la logica economica, che suggerisce come un sussidio ai lavoratori a basso reddito sia un incentivo alla loro regolarizzazione (che diventerebbe un pre-requisito per poter beneficiare del sussidio).
È infine controverso se la soglia massima per poter accedere al trasferimento debba riguardare i redditi familiari o quelli personali, e se il sussidio debba riguardare anche le famiglie senza figli.
Usare il reddito familiare potrebbe deprimere ulteriormente l’offerta di lavoro delle donne sposate. Infatti, la presenza di un marito occupato potrebbe disincentivare lavori part-time in modo da diminuire il reddito complessivo ed accedere al sussidio. Al contrario, una soglia sui redditi personali spronerebbe l’occupazione anche delle donne in coppia (oltre che dei singles). Come controindicazione si potrebbe ribattere che accederebbero al sussidio persone che guadagnano poco ma hanno partners benestanti. Si tratta di un classico tradeoff tra equità (favorire la riduzione della povertà) ed efficienza (favorire la partecipazione nel mercato del lavoro).
La mia opinione al riguardo è che la soglia per accedere al sussidio dovrebbe essere posta sui redditi individuali per incentivare al massimo l’occupazione femminile e alterare al minimo scelte altamente personali quali il matrimonio, il divorzio e il numero di figli (per lo stesso motivo dovrebbe essere estesa anche famiglie senza figli come nel Regno Unito), nella convinzione che una partecipazione maggiore al mercato del lavoro (soprattutto) delle donne italiane sarebbe un veicolo più efficace di altri verso una maggiore crescita collettiva ed una maggiore libertà individuale.
Nota 1. Una recente rassegna degli in-work benefits e del loro impatto in paesi OECD si trova in: Immervoll, H. and M. Pearson (2009) A good time for making work pay? Taking stock of in-work benefits and related measures across the OECD. IZA Policy Paper No. 3. Bonn: IZA.
Nota 2. Figari, F. (2011) From housewives to independent earners: can the tax system help Italian women to work?. ISER Working paper 2011-15. Colchester: University of Essex.
Nota 3. Brewer, M., A. Duncan, A. Shephard and M. J. Suarez (2006) Did Working Family Tax Credit work? The impact of in-work support on labour supply in Great Britain. Labour Economics, 13: 699–720.
Nota 4. Francesconi, M. and W. van der Klaauw (2007) The Socioeconomic Consequences of "In-Work" Benefit Reform for British Lone Mothers. Journal of Human Resources, 42: 1–31 .