Prossima

L’innovazione non basta a garantire inclusione, a fare la differenza è il modo in cui un sistema utilizza le informazioni disponibili per orientare scelte, prodotti e politiche. Per una finanza digitale davvero aperta alle donne servono infrastrutture adeguate, trasparenza e criteri condivisi per la raccolta dei dati che guidano le decisioni

Nella finanza 
digitale

5 min lettura
Credits Unsplash/A Chosen Soul
Finanza digitale

La finanza digitale sta trasformando il modo in cui si risparmia, si accede al credito, si assicurano beni e si partecipa alla vita economica. È spesso raccontata come un progresso per tutte e tutti, uno spazio in cui la tecnologia livella le differenze. Eppure questa narrazione ignora un punto fondamentale: molte donne non compaiono nei dati che guidano regolamentazione, innovazione e algoritmi.

Questa invisibilità genera una forma di esclusione sottile ma pervasiva, definita data inequality. Non nasce dalla tecnologia in sé, ma da cosa entra nei sistemi di misurazione e cosa invece resta ai margini. Ed è proprio in queste omissioni che si riproducono le disuguaglianze.

L’idea che gli strumenti digitali siano intrinsecamente imparziali viene smentita quando si osservano più da vicino i risultati. Una parte consistente degli algoritmi riproduce i pregiudizi (bias) già presenti nei dati con cui vengono addestrati. Accade, per esempio, in Kenya: un algoritmo di credito ritenuto imparziale ha concesso prestiti più piccoli alle donne, nonostante avessero performance di rimborso migliori rispetto agli uomini. È un esempio chiaro di come l’assenza di dati disaggregati renda più difficile individuare e correggere distorsioni che incidono sulla vita economica delle persone.

Il problema non si limita ai singoli algoritmi, ma riguarda anche la qualità delle informazioni disponibili a livello globale. Lo studio pilota 2024–2025 del Financial Access Survey del Fondo Monetario Internazionale ha introdotto oltre cento nuove variabili FinTech (abbreviazione di financial technology, in italiano tecnofinanza), comprese misurazioni disaggregate per sesso. Tuttavia, solo undici dei paesi partecipanti hanno fornito dati completi, lasciando ampie zone d’ombra su come uomini e donne usino strumenti come wallet digitali, mobile money o piattaforme di credito online.

L’esperienza di alcuni paesi mostra quanto la visibilità sia decisiva. Il Cile rappresenta un caso particolarmente avanzato: da più di vent’anni il supervisore finanziario pubblica dati disaggregati per sesso su prestiti, depositi e altri prodotti. Grazie a questa continuità informativa è stato possibile rilevare tassi di insolvenza più bassi e livelli inferiori di debito in sofferenza tra le clienti donne, e basare su questa evidenza la crescita del programma CreceMujer, che in tre anni ha ampliato il portafoglio di circa il 33% senza deterioramento della qualità del credito.

Il caso del Messico mostra un percorso diverso ma ugualmente significativo. Qui i dati amministrativi obbligatori sono integrati con una grande indagine nazionale sull'inclusione finanziaria (National Survey of Financial Inclusion, ENIF), che rileva comportamenti e barriere percepite dai consumatori. I dati rivelano che, pur avendo maggiore accesso ai conti di base, le donne utilizzano meno credito e meno prodotti assicurativi. Queste evidenze hanno contribuito alla revisione delle regole prudenziali del 2021, che ha ridotto gli accantonamenti per specifici prestiti concessi alle donne, in considerazione delle loro migliori performance di rimborso.

Il Kenya, invece, mostra un quadro diverso. La diffusione dei servizi digitali è molto ampia e il divario di genere nell’accesso formale è ormai inferiore ai due punti percentuali. Tuttavia, gran parte dei dati raccolti dagli operatori privati non viene condivisa con le autorità pubbliche, che continuano a fare affidamento quasi esclusivamente sulle indagini triennali FinAccess. In un settore che evolve a grande velocità, dati raccolti ogni tre anni rischiano però di arrivare troppo tardi per cogliere cambiamenti, nuove vulnerabilità o forme emergenti di esclusione. Anche in un contesto tecnologicamente avanzato, l’assenza di un sistema informativo continuo impedisce di intercettare tempestivamente ciò che sta accadendo, lasciando zone d’ombra proprio dove servirebbe maggiore attenzione.

Questi tre casi, osservati in contesti profondamente diversi, mettono in luce un aspetto spesso trascurato. L’innovazione non basta di per sé a garantire inclusione: a fare la differenza è il modo in cui un sistema utilizza le informazioni disponibili per orientare scelte, prodotti e politiche. Quando questa capacità è parziale, anche strumenti sofisticati finiscono per funzionare con una visione limitata. Non è solo un limite tecnico: in molte economie, anche avanzate, la dimensione di genere non entra ancora stabilmente nei dati che guidano le decisioni. Anche l’Europa, infatti, presenta un punto cieco: sistemi come AnaCredit e modelli come FINREP (Financial Reporting) e COREP (Common Reporting) non includono la variabile sesso, lasciando i decisori senza uno dei dati più basilari per valutare differenze negli esiti tra uomini e donne. La tecnologia avanza rapidamente, l’uso dei dati molto meno, e questo divario rischia di trasformare l’inclusione in un obiettivo evocato ma non pienamente realizzato.

Da queste esperienze emerge un filo comune. Le politiche funzionano quando i dati diventano un pilastro stabile. Servono mandati chiari che rendano il reporting di genere un requisito e non un gesto volontario. Servono infrastrutture digitali in grado di raccogliere e armonizzare informazioni in modo affidabile. E serve trasparenza, perché dati non condivisi non generano cambiamento. Dove questi elementi convivono, la visibilità si traduce in capacità di intervenire e correggere.

Questa necessità è ancora più evidente nell’era dell’intelligenza artificiale. Il regolamento europeo sull’AI considera i sistemi di valutazione del merito creditizio come applicazioni ad alto rischio e richiede controlli sui bias e supervisione umana. Senza dati disaggregati non è possibile verificare se gli algoritmi producano esiti diversi per uomini e donne, né intervenire per correggerli.

Alla fine, questa prospettiva suggerisce una conclusione chiara: i dati sono davvero i migliori alleati delle donne nella finanza. Quando sono raccolti e utilizzati in modo sistematico, trasformano il riconoscimento in rappresentazione e l’informazione in inclusione. È attraverso questo passaggio, dal dato all’azione, che la finanza digitale può diventare spazio di sviluppo economico più giusto e condiviso.

Leggi l'articolo in inglese