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Cristina Baldacci. Archivi impossibili

“L’archivio è di fatto, e prima di tutto, un organo di potere”. Con questa lapidaria affermazione, la giovane critica d’arte Cristina Baldacci, avvia una affascinante rassegna delle molteplici utilizzazioni di quell’insieme di raccolte, indici, catalogazioni, inventari, che si riassume nella parola-chiave del libro. Dagli aspetti teorici che regolano l’ordine classificatorio dei saperi fin dall’antichità, Baldacci costruisce una serie di passaggi tra necessità di conservare e selezionare i resti mnestici del passato e le nuove strategie dell’arte contemporanea. A tale scopo, le pratiche di montaggio, bricolage, citazione e ibridazione, talvolta perseguite con ossessiva determinazione, da un secolo e mezzo a questa parte costituiscono strumenti indispensabili per conservare e riappropriarsi di una infinita quantità di materiali di cui artisti e artiste sono protagoniste: registe attive di una vera e propria messa in scena per creare speciali “connessioni di senso e di memoria”.  

Sono privilegiati alcuni artisti tedeschi contemporanei – Brooadhaers, Darboven, Haacke, Richter – ritenuti precursori di un intenso lavoro sulla memoria e l’identità personale che ripropone anche l’interrogativo intorno all’archivio come potenziale nuovo genere artistico. Intenzioni esemplarmente illustrate da Hans Haacke che considera l’artista un vero e proprio “attore del cambiamento sociale e culturale”, impegnato a mostrare tutto ciò che in genere si trova nascosto negli archivi, “quell’insieme di segreti che sono l’elemento di forza di chi detiene le redini del sistema sociale, e che dalla modernità in avanti sono stati gelosamente custoditi negli archivi di stato”.    

Cristina Baldacci, Archivi impossibili. Un’ossessione dell’arte contemporanea, Johan & Levi, 2016