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Apprendistato, un canale
poco femminile

Il governo punta tutto sulla figura dell'apprendista, come via d'ingresso prevalente nel mondo del lavoro. Un'intenzione che si scontra però con molti ostacoli nella pratica. E ha un problema: è poco usato dalle donne giovani. Come rimediare?

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Nel 2008 gli apprendisti erano il 16,1% degli occupati tra i 15 e i 29 anni. Solo un anno dopo – nel pieno di una crisi che colpisce sopratutto l’occupazione giovanile - sono diventati il 15,9%. Nel 2010 erano scesi ancora, al 15,1%: in numeri assoluti, solo 542.000i. Ma i due ultimi ministri del lavoro, Sacconi prima e Fornero poi, assicurano che l’apprendistato sarà il contratto “prevalente” nel primo inserimento lavorativo dei giovani. Dati i numeri appena visti, c'è da compiere un miracolo; e questo miracolo è affidato soprattutto ai disincentivi introdotti dalla riforma per gli altri rapporti di lavoro a termine, e agli incentivi per l'apprendistato, nelle sue tre differenti tipologie: le due mai decollate (quella prevista per i ragazzi sotto i 18 anni e quella per l’alta formazione) e quella davvero diffusa, il cosiddetto “apprendistato professionalizzante”. Succederà davvero? Saremmo tutti più tranquilli se la riforma del mercato del lavoro, oltre ad avere saggiamente ricondotto al loro scopo originario gli stages, avesse anche disboscato energicamente la selva contrattuale ereditata dalla legge Biagi, e imposto vincoli assolutamente stringenti alle finte partite Iva. Dal 2003 in avanti, sono stati questi i rapporti di lavoro che hanno insidiato l’apprendistato: essendo più facili, attraenti e convenienti per moltissime aziende. I disincentivi legati all'aumento dei contributi funzioneranno davvero o, come molti già prevedono, la sola differenza sarà che, in un paese in cui non esiste una soglia retributiva minima, a pagarli con buste paga più magre saranno alla fine gli stessi lavoratori? Staremo a vedere. Anche qualora si dovesse assistere a una ripresa dell’occupazione, capace di trascinare un incremento significativo di quella giovanile, non è affatto scontato che l’apprendistato possa avere uno sviluppo tale da diventare davvero la via maestra del primo inserimento lavorativo.

Gli incentivi all’apprendistato ci sono sempre stati, e molto importanti sia sul versante delle agevolazioni fiscali e contributive, sia su quello del sotto-inquadramento (consentito dalla normativa e largamente utilizzato dalle imprese). A fronte di tali incentivi, le imprese hanno obblighi formativi: sono questi a giustificare, oltre alle agevolazioni, anche un periodo di prova così lungo (da 3 a 6 anni). Ma finora non è stato affatto difficile aggirarli. Nel 2010 gli apprendisti che hanno avuto una qualche formazione esterna all’azienda organizzata dalle Regioni sono stati solo 136.748 (pari al 33% nel Nord e al 16% nel Centro-Sud). Quanto alla formazione aziendale, sarà un caso, ma anno dopo anno non ci sono mai dati sufficienti per poterne sapere qualcosa. Per gran parte delle imprese – e per oltre la metà delle regioni – non è ancora recepita l’idea che valga la pena investire tempo di lavoro e risorse per qualificare i lavoratori.

C’è comunque da augurarsi che, nonostante tutto, l’apprendistato prenda il volo. Anche quello riservato ai minorenni che non hanno completato gli studi (meno di 18 anni) in modo da consentire loro di conseguire una qualifica professionale formale, finora disertatissimo dalle aziende. Nel 2009 sono solo 10.419 gli apprendisti minori, precipitati a 7.702 nel 2010 (solo l’1,4% dell’intero apprendistato). Dovrebbe passare infatti anche da lì lo svuotamento dell’enorme bacino di giovanissimi senza diplomi o qualifiche professionali, e senza lavoro. Ma le resistenze aziendali sono state finora molto forti: troppo poco affidabili i ragazzi che si ritrovano in giovane età fuori dalla scuola e dalla formazione professionale; e troppo poco sostenibili quelle 240 o 400 ore annue di formazione che bisognerebbe garantirgli. Inoltre, le agevolazioni previste non premiano questa tipologia di apprendistato rispetto a quello tradizionale (l’apprendistato professionalizzante) che interessando gli over 18 presenta il vantaggio di non dover rispettare le norme che tutelano il lavoro minorile. La riforma Fornero non prevede dispositivi che possano sbloccare le contrarietà delle aziende, e non c’è da aspettarsi molto neppure sul versante delle politiche regionali, visto che le regioni davvero impegnate in questo campo sono meno delle dita di una mano.

Con tutti i suoi limiti l’apprendistato, nelle sue diverse forme, è un canale di inserimento lavorativo che bisognerebbe sviluppare. Tutte le indagini sulla situazione occupazionale dei giovani che conseguono una qualifica professionale rilevano il vantaggio, in termini di stabilizzazione lavorativa e di crescita professionale, di chi ha avuto un contratto di apprendistato rispetto a chi si è invece imbattuto nelle diverse forme contrattuali precarie.

Stupisce che Elsa Fornero, ministro delle pari opportunità oltre che del lavoro, non abbia finora dedicato una sola parola alla connotazione di genere del contratto di apprendistato, che resta prevalentemente maschile. Non è un dettaglio secondario, nel momento in cui si propone l'apprendistato come il contratto “prevalente”, il fatto che dei 542.000 apprendisti del 2010 solo il 43% siano giovani donne.

Tab. 1 - Numero medio di rapporti di lavoro in apprendistato per classi di età e ripartizione geografica, 2010

Fonte: Isfol (2011), Monitoraggio sull’apprendistato. XII Rapporto, Dicembre 2011

La disparità tra maschi e femmine non si può d’altro canto spiegare con i vincoli che derivano da maternità e lavori di cura, proprio per le fasce d’età interessate. Paradossalmente, i dati disaggregati per fasce di età mostrano che l’apprendistato diventa sempre più accessibile alle giovani donne via via che ci si avvicina alla fase della vita in cui ci si sposa e si fanno i primi figli. Sotto i 18 anni le apprendiste sono solo il 25,7%, tra i 18 e i 24 anni il 39,5%, tra i 25 e i 29 il 48,1%, infine sopra i 29 anni (una piccola minoranza sul totale) sono il 50,7%.

Sono diverse le motivazioni che spiegano la minor presenza femminile nell'apprendistato, non tutte negative. Nelle aree meridionali, dove in generale le donne attive sono molto meno numerose degli uomini, ci si può aspettare che le difficoltà dell’apprendistato femminile siano dovute alla causa di sempre: un pesante effetto di scoraggiamento (soprattutto per le giovani con bassi livelli di istruzione): in un mercato dove il lavoro è scarso, sono i maschi ad avere la priorità. Ma nelle aree del Centro-Nord la più bassa presenza delle giovani nell’apprendistato rispetto ai coetanei maschi è spiegata, almeno in parte, dalle migliori performance scolastiche (tra le giovani il tasso di proseguimento scolastico è più elevato, hanno in media migliori risultati e sono meno esposte ai rischi di bocciature e abbandoni precoci). In questo caso, è evidente, non si tratta di svantaggio ma di vantaggio di genere. Ma pesano anche (soprattutto tra le meno giovani) fenomeni legati alla segregazione/autosegregazione formativa. Dopo la scuola media le ragazze si orientano (e vengono orientate) più verso percorsi di studio riferiti al settore dei servizi e ai lavori impiegatizi che non verso il comparto industriale. Anche nella formazione professionale, dove si addensano gli studenti più interessati a conseguire un titolo di immediata spendibilità lavorativa e dove prevale una formazione di tipo tecnico-operativo, sono sovrarappresentati i maschi (e, da qualche anno, quelli di provenienza straniera), mentre le ragazze si concentrano per lo più nei corsi di estetica, cura delle persone, contabilità, segretariato aziendale, informatica.

Propensioni “naturali” o stereotipi e pregiudizi sessisti? E’ un fatto che tutto ciò pesi di più nei rami bassi dell’istruzione che non in quelli alti, e soprattutto in quelli più direttamente orientati al lavoro, e che finisca col condizionare e rendere più problematico il rapporto tra le donne e alcuni settori del mondo produttivo. Ed è anche un fatto che l’apprendistato sia stato storicamente più utilizzato dalle aziende industriali e artigiane del settore manifatturiero (dove, salvo per i comparti del tessile e dell’alimentare, i lavoratori sono prevalentemente maschi), dell’edilizia e delle costruzioni, dei trasporti, per figure professionali per lo più operaie e tecniche. Sono tuttavia in crescita il il commercio (che ha superato in numero di apprendisti il manifatturiero), l’alberghiero e i servizi alle imprese, con molte figure professionali diverse da quelle operaie. Resta molto debole invece, per accesso all’apprendistato, il settore della sanità ed altre tipologie di servizi che richiedono come requisito di ingresso il possesso di determinate specializzazioni professionali.

La storia non è acqua, certamente, ma le cose si possono far evolvere. E anche l’apprendistato potrebbe cambiare i suoi connotati storici se si estendesse, come previsto dal Testo unico dell’apprendistato (D.Lgs 167/2011), verso i settori del praticantato professionale e in direzione dei profili e delle figure che popolano il comparto dei servizi alle imprese e alle persone. E’ qui, infatti, che le giovani donne diplomate e qualificate cercano soprattutto il lavoro. Ma c’è molto da cambiare, nella cultura sociale e in quella imprenditoriale, anche nel settore industriale e in altri settori produttivi. Non saranno, purtroppo, solo i divieti ai contratti con dimissioni incorporate in caso di gravidanza o i congedi di paternità di tre giorni a produrre tutti i cambiamenti che servono. Bisognerebbe pensarci, quando si prende la strada degli incentivi.

 

i I dati riportati in questo articolo sono ripresi dal XII Rapporto Isfol Monitoraggio sull’apprendistato pubblicato nel dicembre 2011, scaricabile alla pagina: http://www.isfol.it/Notizie/Dettaglio/index.scm?codi_noti=7216&cod_archivio=1

 

Per la classificazione dei tre tipi di apprendistato e i riferimenti normativi, si veda la scheda su questo stesso sito.

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