Articolodisuguaglianze - retribuzioni

Chi c’è sopra
il soffitto di cristallo

Molto si discute di diseguaglianza e distribuzione dei redditi, ma mai lo si fa in una prospettiva di genere. Non è una sorpresa che il numero di donne diminuisca al salire del reddito: quali sono le cause? Una ricerca su dati inglesi e canadesi fa il punto.

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L’interesse per la disuguaglianza nei redditi, per come si è evoluta nel tempo e per le diverse dinamiche che caratterizzano singoli paesi si è rinnovato in maniera decisa negli ultimi anni grazie a una letteratura che, utilizzando dati fiscali, ha costruito le quote di reddito detenute dai percentili più ricchi della popolazione per più di venti paesi, su un orizzonte temporale che per alcuni di essi arriva al secolo. Sebbene il 10%, il 5%, l’1% o addirittura lo 0,1% più ricco della popolazione rappresentino una quota molto piccola della popolazione complessiva, la quota di reddito detenuta è assolutamente significativa ed in grado di influenzare la misurazione della disuguaglianza dei redditi (Alvaredo et al., 2013).

Nel dibattito che si è sviluppato attorno a questa letteratura e che, anche grazie al recente libro di Piketty (2014), ha raggiunto un pubblico di non addetti ai lavori, c’è un aspetto che è sorprendentemente assente: il genere. Quando parliamo dell’1% più ricco della popolazione, quante donne troviamo? C’è un soffitto di cristallo che impedisce che le donne raggiungano i percentili più alti della distribuzione del reddito? Se le donne sono fortemente sotto-rappresentate nella coda alta della distribuzione, possono emergere interrogativi sull’equità del sistema economico complessivo, che si sommano a quelli sollevati dai differenziali occupazionali e salariali che osserviamo nel mercato del lavoro.

L’esistenza o meno di un soffitto di cristallo è generalmente analizzata con riferimento ai redditi da lavoro dipendente (si vedano ad esempio Cotter et al, 2001, Albrecht, Björklund and Vroman, 2003, e Arulampalam, Booth and Bryan, 2007): il termine soffitto di cristallo viene utilizzato per riferirsi a situazioni in cui le donne guadagnano mediamente meno degli uomini o, più rigorosamente, per individuare situazioni in cui il differenziale salariale tra uomini e donne è maggiore ad alti, piuttosto che a bassi livelli di stipendio. In questo articolo studiamo se le donne siano sottorappresentate nella coda alta della distribuzione, ma spostiamo la nostra attenzione dai salari al reddito complessivo, includendo nell’analisi il reddito di lavoro autonomo e i redditi di capitale. Nella parte alta della distribuzione queste sono componenti di guadagno significative e potrebbero offrire un’immagine della disuguaglianza di genere diversa e comunque più ricca rispetto a quella che possiamo cogliere soffermandoci unicamente sui salari. La legislazione sulla parità salariale o sulle discriminazioni sul posto di lavoro non si applica al lavoro autonomo, che può quindi evidenziare svantaggi specifici ed ulteriori per le donne. Nel passato, le donne possedevano quote significative della ricchezza complessiva grazie a eredità, e quindi godevano di rilevanti redditi di capitale. I guadagni delle donne, evidenziati dal calo nel differenziale salariale di genere osservato in molti paesi dell’OCSE, sono stati controbilanciati oppure rafforzati dalla dinamica del lavoro autonomo o dei redditi di capitale?

Una pubblicazione recente dell’ufficio statistico canadese (Statistics Canada, 2013) mostra che la percentuale di donne nell’1% più ricco della popolazione è salita dall’11% del 1982 al 21% nel 2010. Certamente un progresso, ma il traguardo della parità non è ancora all’orizzonte. Quali termini di confronto abbiamo a disposizione per valutare i dati canadesi? Poiché le quote di reddito detenute dall’x% più ricco della popolazione si costruiscono sulla base di dati fiscali, la scelta dell’unità impositiva condiziona la possibilità di costruire top income shares differenziate per genere. Stati Uniti e Francia, due dei paesi maggiormente studiati nella letteratura sulla parte alta della distribuzione del reddito, adottano la famiglia come unità impositiva e applicano una tassazione congiunta, per cui i redditi individuali non sono registrati nei dati fiscali. Per studiare l’evoluzione nelle quote di reddito detenute dai più abbienti distinguendo per genere dobbiamo guardare a paesi che adottano sistemi di tassazione del reddito su base individuale. Oltre al Canada, il Regno Unito, ad esempio. In questo articolo riportiamo i risultati delle prime analisi che abbiamo condotto sui dati per questo paese, utilizzando come fonte le informazioni per classi di reddito pubblicate (1) nella Survey of Personal Incomes. Nel progetto di ricerca che stiamo sviluppando all’INET presso la Oxford Martin School stiamo raccogliendo i microdati anche per Australia, Danimarca, Norvegia e Spagna, oltre che per il Regno Unito (2)


 

Donne e gruppi di reddito nel Regno Unito

Nella Figura 1 riportiamo la composizione per genere dei gruppi che occupano la parte alta della distribuzione del reddito nel Regno Unito dal 1997 al 2011. (3) Due conclusioni possono essere tratte dalla Figura 1: la prima è che la percentuale di donne nei gruppi che detengono redditi elevati è cresciuta nel periodo che va dal 1997 al 2011. Nel 1997 le donne rappresentavano il 22% del decile più elevato mentre nel 2011 questa percentuale è salita al 28%; nel 1997, le donne erano il 14% del percentile più elevato e nel 2011 il 17%. Confrontando questi risultati con i dati canadesi possiamo dire che in 14 anni la percentuale di donne nel percentile più elevato è aumentata di 3 punti percentuali mentre l’incremento in Canada di 10 punti percentuali ha richiesto il doppio del tempo. La seconda conclusione è che se scomponiamo ulteriormente il percentile più ricco e analizziamo la dinamica nella presenza femminile al suo interno, notiamo che gli incrementi sono molto più contenuti e la crescita molto meno visibile. Per lo 0.1% più ricco della popolazione, non c’è alcun cambiamento significativo nella presenza femminile tra il 1999 e il 2011. Le donne sono quindi tanto meno rappresentate quanto più si sale nella scala dei redditi. Nel 1997, spostandosi dal decile più ricco allo 0.5% più ricco la presenza femminile scendeva di 9 punti percentuali. Nel 2011 il confronto equivalente vede la percentuale femminile scendere di 14 punti percentuali.

Se c’è stato un miglioramento nella posizione delle donne ai bassi ma non agli alti percentili tra i redditi elevati, possiamo interpretare questi risultati come evidenza della presenza di un soffitto di cristallo? (4) Sicuramente è necessaria ulteriore ricerca. Riteniamo sia importante esaminare il fenomeno non solo in relazione alla distribuzione salariale ma anche a quella dei redditi complessivi, includendo redditi da lavoro autonomo e da capitale. In Canada e nel Regno Unito, l’evidenza disponibile dimostra che la presenza femminile nel percentile più alto è aumentata nel tempo, ma il progresso è molto più lento o addirittura assente quando guardiamo a percentuali sempre più ristrette in cima alla distribuzione. Se nel Regno Unito provassimo a ordinare per reddito uomini e donne, la pendenza della “parata” per i primi è maggiore di quella delle seconde, nel 1997 come nel 2011.

Nella nostra ricerca abbiamo l’obiettivo di capire quanto queste conclusioni valgano anche in altri paesi, di esaminare nel lungo periodo l’evoluzione delle differenze di genere nella parte alta della distribuzione del reddito, e il diverso ruolo giocato da ciascuna componente di reddito.

 

(1) Si veda Atkinson (2007).

(2) Anche l’Italia, dove la polarizzazione dei redditi è elevata come dimostrato in questo articolo, applica un sistema di tassazione individuale e potrebbe rientrare nel gruppo di paesi per i quali l’analisi proposta in questo articolo può essere sviluppata. Per lo studio della dinamica della coda alta della distribuzione del reddito in Italia si veda Alvaredo e Pisano (2010). 

(3) In ciascun caso, i gruppi di reddito sono definiti in percentuale della popolazione con almeno 15 anni e si riferiscono ai redditi complessivi lordi. 

(4) Nel nostro articolo apparso su VoxEu questo punto è ulteriormente approfondito con il calcolo del coefficiente α della distribuzione di Pareto.