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Il congedo di paternità è una
questione politica fondamentale

Foto: Unsplash/ Kelly Sikkema

Per favorire la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, la politica deve ripartire dai padri. Un estratto dal nuovo rapporto della European trade union confederation

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La conciliazione tra vita personale e vita professionale interessa i lavoratori di tutti i settori e si manifesta in ogni momento della vita lavorativa, coinvolgendo la cura dei figli e delle persone con problemi di salute o di disabilità. Un equilibrio tra lavoro e vita personale poggia sulla sincronizzazione della vita lavorativa con il ciclo di vita individuale e l’equilibrio tra le esigenze private e professionali e non si tratta di una mansione individuale da assolvere.

Le donne continuano a sobbarcarsi le responsabilità di cura e lavorano molto più degli uomini con un orario part-time. La maggior parte delle persone con figli minorenni (77%) si prende cura e/o educa i figli ogni giorno. Ciò rappresenta l’88% delle madri e il 64% dei padri e, tra quelli che si prendono cura dei figli, gli uomini sono impegnati, in media, 21 ore settimanali rispetto alle 39 ore delle donne. Esiste, altresì, un contributo significativo dei nonni alla cura dei figli. Tra le persone con nipoti, il 29% degli uomini e il 35% delle donne afferma di prendersi cura e/o di educare i nipoti almeno una o due volte alla settimana.

I dati dell’Indagine europea sulla qualità della vita del 2016 mostrano che il 28% delle donne (rispetto al 17% degli uomini) di età compresa tra i 50 e i 64 anni si prende cura almeno una volta alla settimana di un familiare o un amico disabile; la percentuale è del 27% tra le donne della stessa età che svolgono un lavoro retribuito. La tabella 1 indica “la percentuale di uomini ripartiti nelle varie fasce di età che prestano cure (almeno una volta alla settimana).

Tuttavia, dalla ricerca emerge che molti uomini preferirebbero avere più tempo da dedicare alla cura di familiari non autosufficienti. Gli uomini hanno espresso il desiderio di avere un orario di lavoro più breve nel periodo della vita in cui la conciliazione diventa più problematica sia per gli uomini che per le donne: questo periodo coincide con le cure da prestare ai figli in tenera età.

Tabella 1. Percentuale di uomini ripartiti nelle varie fasce di età che prestano cure almeno una volta alla settimana

Esiste un divario di genere alquanto pronunciato nell’orario di lavoro durante la fase parentale; alcune donne escono dal mercato del lavoro, mentre nell’insieme, la riduzione dell’orario di lavoro per le madri occupate assume maggiore importanza nel primo periodo di vita del figlio. Per contro, la fase parentale dei padri è caratterizzata da un lieve ma continuo aumento dell’orario di lavoro. Ciò non combacia con l’auspicio degli uomini in termini di orario di lavoro come mostra la figura 1.

Una maggiore enfasi sulla figura maschile, nella definizione delle modalità di conciliazione, potrebbe contribuire a riequilibrare la situazione. Investire sulla conciliazione tra vita personale e lavoro significa rilanciare l’inclusività del mercato del lavoro ed elevare la qualità della vita degli individui. La conciliazione costituisce una misura di ampio respiro che affronta la situazione delle donne sul mercato del lavoro e al contempo incoraggia il rafforzamento del ruolo di cura degli uomini all’interno del nucleo familiare, contribuendo così a promuove la non discriminazione e la parità di genere.

Il congedo di paternità retribuito in occasione della nascita di un figlio rafforza il legame tra padre e neonato, contribuisce a un migliore sviluppo cognitivo del bambino, diminuisce il livello di stress del padre legato alla nascita e offre un maggiore sostegno alla madre. Inoltre, il diritto al congedo di paternità può avere un impatto positivo sulla partecipazione delle donne sul mercato del lavoro e può incentivare gli uomini a fruire del congedo di paternità.

Nel 2018, tutti gli stati membri dell'Unione europea hanno garantito ai padri la possibilità di trascorrere del tempo con i loro figli senza essere penalizzati in busta paga nei mesi precedenti o successivi alla nascita. Tuttavia, non tutti i paesi hanno formulato tale possibilità come un diritto individuale del padre ma piuttosto come un “diritto di famiglia” o come un diritto del padre dipendente da quello della madre.

Figura1. Orario di lavoro effettivo e desiderato durante la vita lavorativa, in base al sesso (orario settimanale), UE28

 

Il congedo di paternità configura un panorama molto variegato con alcuni stati membri più generosi rispetto ad altri nella sua concessione. Nella maggior parte dei casi il congedo di paternità alla nascita di un figlio viene retribuito con una sensibile riduzione della busta paga e per periodi molto brevi che arrivano a un massimo di una settimana (Repubblica Ceca, Grecia, Ungheria, Italia, malta, Olanda, Romania), di due settimane (Belgio, Cipro, Danimarca, Estonia, Francia, Irlanda, Lettonia, Lussemburgo, Polonia, Spagna, Regno Unito) o più di due settimane in Bulgaria, Finlandia, Lituania, Portogallo, Romania, Slovenia, Spagna, Svezia. Generalmente, il congedo di paternità viene retribuito e in buona parte dei casi al livello retributivo più alto anche se può essere stabilito un tetto massimo.

La disponibilità e l’utilizzo del congedo parentale per i padri influisce notevolmente sulla partecipazione delle donne nel mercato del lavoro in quanto contribuisce ad alleviare, equilibrare e ridurre le responsabilità di cura della madre e se adeguatamente strutturato concorre a favorire il rientro al lavoro dopo la nascita di un figlio.

Oltre allo squilibrio di genere nell’utilizzo del congedo parentale, permangono delle differenze tra gli stati membri dell’Ue e nei sistemi di retribuzione del periodo di congedo.

Il 90% dei padri nell’Ue non utilizza il congedo parentale.

Le evidenze raccolte nell’attività di ricerca mostrano l’importanza del quadro politico nazionale, segnatamente degli incentivi economici, nel determinare la tendenza degli uomini a usufruire del congedo parentale e di paternità. I padri sono reticenti nel prendere il congedo parentale in assenza di pratiche o norme legate alla sfera culturale e del lavoro. Inoltre i costi economici rappresentano il vincolo maggiore soprattutto per gli uomini con un reddito basso.

Tradizionalmente, i congedi parentali sono poco retribuiti, soltanto un terzo degli stati membri dell’Ue garantisce un tasso di sostituzione compreso tra l’80% e il 100% del reddito. In altri stati membri il tasso di sostituzione scende al 70% circa, e in altri ancora si basa su modelli misti basati sul reddito o su un forfait, che può essere estremamente basso. In sei stati membri i congedi parentali che spettano ai padri non vengono retribuiti (Cipro, Grecia, Irlanda, Olanda e Spagna). Tuttavia, in alcuni di questi stati membri, i contratti collettivi fissano delle forme di retribuzione e i datori di lavoro possono, su base volontaria, corrispondere una retribuzione per un determinato periodo di tempo.

Estratto dal rapporto 'Rebalance: strategie sindacali e buone pratiche per promuovere la conciliazione tra tempi di lavoro e di vita'