Articololavoro - welfare

Curiamo la disoccupazione
con i lavori di cura

Il problema dell'invecchiamento e quello del lavoro: le due soluzioni possono viaggiare insieme, e gli anziani possono diventare il motore della ripresa. Il modello francese dei vouchers e la necessità di una strategia che può liberare e potenziare il lavoro femminile

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Un’indagine condotta dall’Isfol rivela che le donne sono più penalizzate in termini di reddito, stabilità e possibilità di decidere in autonomia. Per gli uomini, invece, gli svantaggi arrivano da orari, minore possibilità di socializzare e condizioni fisiche più dure

Uno degli aspetti più sottovalutati della crisi è il cambiamento nella cura di anziani e disabili. Soprattutto nei paesi mediterranei - con welfare più fragile e politiche di austerità severe – si è assistito a un progressivo impoverimento non solo degli over 65, ma anche dei loro figli. Con conseguenze generazionali e di genere allarmanti

Permette a mamme e papà di lavorare e in più ha un dimostrato effetto positivo sul futuro rendimento scolastico dei figli. Eppure, il numero di posti a disposizione è tra i più bassi d'Europa, e di politiche per l'infanzia neanche l'ombra.

Una bozza di legge presentata in parlamento punta a introdurre uno strumento per l'acquisto di servizi universali alla persona, dalla cura dei piccoli all'assistenza agli anziani e alle persone non autosufficienti. Un modello mutuato da una positiva esperienza francese, che potrebbe avere numerosi effetti positivi, in primis per le donne. Ecco quali

Possiamo vantare una delle speranze di vita più alte al mondo, ma siamo una nazione di non-più-giovani. Benché ad Ingenere amiamo le statistiche, il grigio progressivo di cui si sta tingendo questo paese è fin troppo sotto gli occhi di tutti per avere bisogno di cifre. Il paradosso è che, mentre la crisi acuisce la percezione che un paese sempre più grigio non possa nutrire grandi aspirazioni di crescita economica, l’Italia è ancora in grado, se vuole, di approfittare dell'opportunità di fare degli anziani un motore della ripresa occupazionale.

Qui i numeri servono. Secondo le proiezioni del ‘constant disability scenario’ 1 elaborato dagli esperti della Comunità europea, in Italia gli anziani con almeno una disabilità sono destinati a salire a 4 milioni e 379 mila nel 2050 rispetto ai 2 milioni e 659 mila stimati per il 2010, con un incremento di 1 milione e 720 mila spalmato sui prossimi trent’anni. Proviamo a tradurre questo incremento di domanda in potenziale crescita occupazionale con una stima a grandi spanne, ma non infondata. In quell’Olanda che attualmente vanta uno dei maggiori tassi di copertura per la cura degli anziani, chi è curato a domicilio ma non soffre di disabilità gravi quale la demenza senile riceve in media 10 ore la settimana, cure personali e lavoro domestico inclusi (Bettio e Verashchagina 2010). Se si prendono queste ore come parametro rappresentativo, di qui al 2050 si creerebbero 860 mila posti di lavoro ‘part-time’ a 20 ore l’uno la settimana, o 477 mila posti di lavoro a 36 ore la settimana, un tempo pieno per la maggioranza delle italiane. Pochi? Se tutta questa occupazione aggiuntiva fosse assorbita dalla componente femminile della forza lavoro basterebbero altri tre settori capaci della medesima performance occupazionale per raggiungere un tasso di occupazione femminile prossimo al 60% nei trent’anni a venire (il famoso target di Lisbona)2.

Trent’anni sono tanti, ma il calcolo è per difetto. Nello stimare la possibile occupazione aggiuntiva che una maggiore domanda di cura trainerebbe non si è tenuto conto dell’occupazione negli ospedali o nei centri territoriali di riabilitazione destinati a crescere a loro volta, né dell’espansione dell’indotto. Soprattutto, le 10 ore di cura la settimana prese a parametro rappresentativo potrebbero essere poche. Sono un valore tipico dei paesi scandinavi, capaci di organizzare efficacemente i servizi a domicilio, ma anche di tollerare molta solitudine per i propri anziani, ai quali viene garantito il benessere fisico, ma poca compagnia o socialità. E sono un prezzo da pagare per garantire la sostenibilità della finanza pubblica mentre si offrono servizi a larga copertura e a costi bassi per la famiglia.

Esistono altri modi di organizzare la cura agli anziani che implicano una razionalizzazione delle ore di cura meno spinta e guadagni occupazionali notevoli in prospettiva, quello francese in particolare. Dall’inizio degli anni 2000 in Francia si è proceduto a razionalizzare sia gli strumenti finanziari che l’offerta reale di servizi nell’ambito della non autosufficienza e della cura alla persona. L’assistenza ai non autosufficienti è incentrata sullAllocation Personalisée d'Autonomie (APA) introdotta nel 2002 a sostituzione di indennità precedenti. Finanziata in parte dalla fiscalità generale, in parte dall’utente, funziona più o meno così: una equipe di medici simile a quelle che in Italia presiedono all’erogazione dell’indennità di accompagnamento o dell’assistenza integrata a domicilio (ADI) valuta i bisogni dell’anziano, elabora un pacchetto di cure ‘personalizzato’ e assegna un relativo budget. Al costo del budget il cliente contribuisce in base al reddito e ad altri parametri, e il rispetto del budget viene monitorato. L’APA garantisce quelli che in Italia verrebbero chiamati ‘livelli essenziali di assistenza’ per soddisfare i quali la famiglia può scegliere fra i providers accreditati, domiciliari e residenziali (escluso il coniuge).

Fino alla prima metà del 2000 il settore francese del servizi alla persona era caratterizzato da una forte frammentazione dell’offerta. A fronte di un numero di imprese molto ridotto operanti nel settore, l’80% dei rapporti di lavoro coinvolgevano direttamente cliente e singolo lavoratore, spesso in nero, creando un contesto non troppo dissimile da quello che prevale ora in Italia. Il piano Borloo introdotto nel 2005 ha cambiato l’assetto del settore. Le innovazioni generali principali introdotte dal piano sono l’istituzione dell’Agenzia Nazionale dei Servizi alla Persona - un organo interministeriale che sopraintende all’intero settore dei servizi alla persona - e la razionalizzazione del sistema di vouchers (buoni servizio) pre-esistente attraverso la creazione di uno strumento unico da utilizzare sull’intera gamma dei servizi, lo Cheque Emploi Services Universel (CESU). Con il CESU la famiglia può scegliere fra i diversi providers accreditati, dall’operatore sanitario incardinato in una impresa ad un operatore individuale che fornisce cura personale (e lavoro domestico) a domicilio. Quando l’operatore prescelto è pagato attraverso il voucher universale, la famiglia gode di considerevoli agevolazioni fiscali.

In un’ottica lavorativa, uno dei vantaggi evidenti di questo sistema è il forte impulso che dà al coordinamento fra i diversi servizi che compongono la cura alla persona, compito che nell’assetto italiano ricade troppo spesso sul singolo nucleo famigliare, e sulla donna in particolare. Un secondo vantaggio è la generalizzazione del sistema di accreditamento che permette di monitorare la qualità, organizzare la formazione e controllare, almeno in parte, le condizioni di impiego dei lavoratori ‘a domicilio’. Un terzo e decisivo vantaggio è l’impulso che può venire all’emersione del lavoro nero dalla combinazione virtuosa di forti incentivi fiscali e di un sistema di accreditamento in grado di garantire scelta e qualità.

Si stima che in due anni dalla sua introduzione il settore dei servizi alla persona abbia creato circa 232 mila posti di lavoro aggiuntivi, parte dei quali probabilmente sono soltanto emersi (si veda l'articolo di Sara Picchi in questo sito). L’entità della cifra non stupisce se si riflette sul fatto che il voucher può essere usato non solo nei limiti stabiliti dall’Allocation Personalisée ma anche al di fuori e quindi in aggiunta alla medesima, ad esempio per ingaggiare collaboratori domestici che offrano qualche ora di lavoro domestico in più o servizi di cura alla persona in aggiunta a quelli ‘ essenziali’ – una passeggiata al parco o una discesa al negozio. Il sistema non costringe quindi a razionalizzare all’osso l’erogazione di ore di cura, poiché il costo aggiuntivo viene in gran parte scaricato sulle famiglie.

Non mancano alcuni rischi che l’esperienza francese ha già reso evidenti. Il sistema dei voucher favorisce sì la creazione o l’emersione di occupazione, ma rischia di ingrossare un segmento in cui il lavoratore tipico è una donna che mette insieme diversi pacchetti di ore da clienti diversi per un totale spesso inferiore al tempo pieno e al salario medio mensile, con un profilo di carriera inesistente e parecchie ore (non pagate) impiegate negli spostamenti. Ed è un problema aperto se il sistema CESU sia in grado di offrire correttivi efficaci in merito (Silvera 2010).

Il novello meccanismo che presiede all’erogazione dei servizi alla persona è solo uno dei cilindri di un motore occupazionale che le riforme del 2000 hanno sistematicamente potenziato. Il forte coordinamento che sia l’APA che la riforma Borloo hanno promosso, promette infatti di stimolare la creazione di nuova occupazione qualificata e di nuove professionalità a cavallo fra sanitario e sociale. In un assetto integrato quale quello favorito dalle riforme, inoltre, c’è spazio per incentivare settori capaci di creare ulteriore occupazione qualificata quale quello della domotica.

Insomma, l’insieme di queste riforme ha il respiro di una strategia quale quella che molti oramai invocano per il nostro paese (Gori, 2011). Un semplice confronto fra quanto pesa l’occupazione nel settore della cura alla persona in Italia rispetto agli altri paesi europei conferma quanto abbiamo ancora da guadagnare sul piano occupazionale se saremo capaci di puntare sull’attività di cura (Simonazzi 2010). Nel 2007 la somma degli occupati nei settori infermieristico, degli assistenti sociali, degli operatori addetti alla cura alla persona e dei collaboratori domestici raggiungeva il 15% o più del totale dell’occupazione in quattro paesi, Francia inclusa, mentre l’Italia superava di poco il 5%.

 

Non c’è dubbio che sul dato italiano pesino anche differenziali di ‘emersione’, ma proprio questo è uno dei problemi che la strategia francese ha affrontato e che da noi va risolto se si vuole evitare che l’incremento occupazionale vada in gran parte a beneficio di collaboratrici famigliari straniere ‘in nero’ . La domanda da rimandare alla prossima puntata è: possiamo permetterci una strategia siffatta? Nei prossimi numeri di Ingenere ci ripromettiamo di guardare ai costi e ai guadagni dell’introduzione di un sistema alla francese. Ma non ci fermeremo alla Francia perché altre proposte vengono dal Belgio, dall’Austria e da altri paesi europei. Invitiamo sin d’ora i nostri lettori ad unirsi a noi con le proprie valutazioni, proposte, critiche.

Testi citati

Bettio F. e Verashchagina A. (2010), Elderly care in Europe. Provisions and providers in 33 countries, Rapporto EGGE 2010, European Commission and Fondazione G. Brodolini. In corso di pubblicazione su: http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=748&langId=en&furtherPubs=yes

European Communities (2009a), 2009 Ageing Report: Economic and budgetary projections for theEU-27 Member States (2008-2060), European Economy no.2. [http://ec.europa.eu/economy_finance/publications/publication14992_en.pdf]

Gori C. (2011), Anziani dimenticati dal welfare, Il Sole-24ore 14/02/2011

Silvera, R. (2010), Elderly care in France. Provisions and providers. Rapporto EGGE, European Commission and Fondazione G. Brodolini (mimeo)

Simonazzi, A. (2010), Reforms and job quality. The case of the elder-care sector, Work organisation labour and globalization, volume 4 no 1; pp. 41-56.

 



 

1 A dispetto del nome, questo scenario tiene conto dei miglioramenti nella speranza di vita.

2 Nel 2008, immediatamente prima della crisi, mancavano 2509 mila nuove occupate tra i 15 e i 64 anni per raggiungere quota 60% (dati Eurostat), 1809 mila a tempo pieno e 700 a tempo parziale (all’attuale incidenza del part-time, 27.9%).

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