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Donne nella crisi,
un rapporto europeo

La crisi ha colpito in maniera differente gli uomini e le donne, sia in termini di occupazione che, attraverso le politiche di austerità, in termini di tagli ai servizi. I risultati di un rapporto europeo sull'impatto di genere della recessione, e le conseguenti proposte per le politiche pubbliche

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L’Europa sta attraversando una crisi finanziaria ed economica:  partita come una “stretta creditizia” nel settore dei servizi finanziari, si è poi sviluppata in una crisi del debito sovrano. In reazione alla difficile situazione, sono state adottate politiche di consolidamento fiscale e di rigore per ridurre i deficit e il debito pubblico. La crisi non è finita e quindi i risultati di questo rapporto devono mantenere la caratteristica di un lavoro in corso.

Il network di ENEGE ha prodotto un rapporto (1) che mira a valutare l’impatto della crisi sulle condizioni di donne e uomini in Europa e sulle politiche di uguaglianza di genere. La scelta è dettata dalla consapevolezza che le crisi economiche hanno una profonda connotazione di genere. Poiché la posizione delle donne è radicalmente cambiata dai tempi dell'ultima grande recessione, l’esperienza non ci fornisce informazioni sufficienti a capire l’impatto di genere di questa crisi. Crisi che offre l’opportunità di realizzare cambiamenti radicali, tra i quali la possibilità di fare importanti progressi in tema di uguaglianza tra donne e uomini, ma nel contempo pone anche una sfida laddove la parità di genere venga considerata una questione da relegare ai momenti rosei.

Quattro conclusioni principali

Dal rapporto compilato dalle esperte di ENEGE si possono trarre quattro conclusioni principali. La prima conclusione è che durante la crisi abbiamo assistito ad un livellamento verso il basso della disparità di genere nell’occupazione, nella disoccupazione, nei salari e nella povertà. Questo elemento, tuttavia, non riflette un progresso nella parità di genere, dal momento che è determinato dal calo dei tassi di occupazione, dall’incremento dei tassi di disoccupazione e dalla diminuzione dei guadagni sia per gli uomini sia per le donne.

Dall’inizio della crisi, la segregazione del mercato del lavoro ha in effetti protetto l’occupazione femminile, la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e le loro retribuzioni. Questa segregazione determina una presenza massiccia delle donne nel settore dei servizi (compreso il pubblico impiego) e una sotto-rappresentazione nei settori dell’industria manifatturiera, nell’edilizia e nei segmenti del settore finanziario dominati dalla presenza maschile. Il livello complessivo di segregazione in un paese è legato positivamente e nettamente alla differenza di posti di lavoro persi per gli uomini e le donne. Gli uomini hanno subito una perdita di posti di lavoro superiore a quella delle donne nei paesi caratterizzati da una maggiore segregazione. Inoltre, la segregazione occupazionale rischia di esporre maggiormente le donne laddove con le misure di consolidamento fiscale vengono tagliati posti di lavoro nel pubblico impiego.

La seconda conclusione importante è che il comportamento delle donne sul mercato del lavoro durante la crisi è stato analogo a quello degli uomini. L’idea tradizionale che le donne fungano da manodopera di riserva, chiamate a lavorare quando aumenta la domanda e respinte di nuovo quando la domanda si contrae, era stata già messa in discussione in occasione di crisi precedenti, ed è stata definitivamente confutata dall’esperienza di questa crisi. Le “riserve” di oggi sono giovani uomini e donne con contratti di lavoro precari, e i lavoratori immigrati.

Questa analogia di comportamento trova giustificazione nel mutato ruolo delle donne in termini di reddito. In occasione della crisi, le famiglie con due redditi sono diminuite quasi esclusivamente a vantaggio delle coppie monoreddito femminile, la cui quota è arrivata quasi al 10%.

In termini percentuali, inoltre, gli uomini scoraggiati dal cercare occupazione sono stati più delle donne. Vi sono poi prove che dimostrano come le donne, non meno degli uomini, abbiano dovuto accettare di lavorare part-time “involontariamente”. L’aumento in termini assoluti del numero di lavoratori involontariamente part-time è in effetti superiore tra le donne, anche se in termini percentuali l’incremento è maggiore tra gli uomini.

Il peggioramento delle condizioni occupazionali ha influito su donne e uomini in modo diverso, piuttosto che “di più” o “di meno”. Vi sono prove che durante la crisi i diritti del lavoro sono stati violati o ridimensionati, ma nessuna chiara indicazione del fatto che uomini o donne ne abbiano risentito maggiormente. Gli uomini si descrivono come i più colpiti dalla crisi, lamentando con più frequenza una maggiore precarietà lavorativa, la riduzione delle retribuzioni o il dover accettare lavori meno interessanti.

Alcune ripercussioni della crisi riguardano in modo specifico le donne. I diritti delle donne in gravidanza relativi a congedi e assegni di maternità sono stati ridimensionati e in almeno quattro paesi è stata documentata una chiara discriminazione nei confronti delle donne incinte.

Poche sono le testimonianze sugli sviluppi relativi al lavoro non retribuito. Tuttavia, al culmine del primo episodio recessivo (2008-2009) in quasi tutti i paesi europei sono diminuite le spese delle famiglie per il consumo di elementi sostituibili dal lavoro non remunerato.

La terza conclusione che vogliamo portare all'attenzione è che, mentre vi sono testimonianze di un ridimensionamento non uniforme delle prestazioni assistenziali nei primi anni della crisi, vi è la minaccia che il consolidamento fiscale possa alla fine ridurre sia le prestazioni assistenziali sia l’occupazione nel settore, con il conseguente impatto sulla parità di genere.

La crisi ha lievemente ridotto le differenze di genere in termini di povertà nel primo biennio, sebbene solo a causa di un crescente rischio di povertà tra gli uomini più che tra le donne. Senza prestazioni sociali, la crisi avrebbe prodotto un maggiore incremento dei tassi di povertà in molti paesi sia per gli uomini che per le donne. Questa redistribuzione ha avuto un ruolo importante nel ridurre il differenziale di genere nei tassi di povertà.

Fino al 2010, l’istruzione e la formazione sembravano essere stati meno penalizzati dalla riduzione dei bilanci. Durante la crisi, le strategie nazionali hanno puntato sull'ampliamento di programmi in età prescolare ed extra-scolastici. Questi programmi sono vantaggiosi non solamente per i bambini, ma anche per i genitori che se ne occupano e in particolare per le donne. Tra i gruppi vulnerabili nel campo dell'istruzione e della formazione vi sono le donne immigrate, i senzatetto e le categorie a rischio di dispersione scolastica (categoria nella quale prevalgono gli uomini).

La crisi immobiliare in alcuni paesi sta gravemente penalizzando le vite delle famiglie più a rischio, tra le quali le ragazze madri e le famiglie a basso reddito (categoria nella quale prevalgono le donne). Durante la crisi il problema della mancanza di un’abitazione è aumentato, con un fenomeno dalla forte connotazione di genere in alcuni paesi.

Le condizioni di salute di uomini e donne sembrano essere peggiorate in conseguenza della crisi. Le recenti riforme della sanità varate in alcuni paesi sono state finalizzate a ridurre i costi, e in alcuni casi è stato introdotto un ticket maggiore o proprio nuovo per l'acquisto di farmaci. La riduzione dei costi ha un effetto regressivo, poiché il costo della sanità incide proporzionalmente più sulle persone a basso reddito, e quindi più pesantemente sulle donne. La riduzione dei bilanci per la sanità ha inoltre penalizzato le donne più degli uomini anche sul fronte dell’offerta, dal momento che nel settore prevale l’occupazione delle donne.

Alcuni paesi hanno accresciuto le strutture sanitarie e di lungodegenza, ma molti altri hanno aumentato i costi o ridotto le prestazioni sanitarie o di cura, nel quadro del taglio alla spesa pubblica. In 9 paesi che hanno subito il maggiore consolidamento fiscale, le indennità assistenziali di lungo termine e i sussidi monetari sono stati ridimensionati, con un impatto sproporzionato sulle donne.

Il consolidamento fiscale rappresenta un rischio per l’uguaglianza di genere. Le misure di consolidamento che rischiano di avere il maggiore impatto sull’uguaglianza di genere comprendono il blocco o il taglio dei salari nel pubblico impiego; il blocco delle assunzioni o la riduzione del personale nel settore pubblico; le riforme delle pensioni; le riduzioni e restrizioni dei sussidi/assegni/strutture relativi alla cura delle persone; la riduzione delle indennità per gli alloggi o degli assegni familiari; la restrizione dei criteri di ammissibilità per sussidi di disoccupazione o assistenziali o la riduzione del tasso di sostituzione delle pensioni; le misure fiscali; aumenti dell’IVA; e i rincari delle tariffe per servizi pubblici agevolati.

I dati più recenti raccolti nella regione suggeriscono che l’impatto specifico delle misure di consolidamento fiscale sull’uguaglianza di genere varia notevolmente da un paese all’altro. Se in alcuni paesi l’impatto è modesto e non sistematicamente pro-inuguaglianza, in altri il notevole calo dell’occupazione, delle prestazioni e dei servizi sociali sta verosimilmente annullando i progressi registrati in precedenza. Non è escluso che le disparità in Europa in termini di uguaglianza possano aumentare nuovamente come “effetto collaterale” del consolidamento fiscale.

La quarta conclusione principale di questo rapporto è che nella grande maggioranza dei paesi il mainstreaming di genere non è mai stato implementato nella elaborazione e nell’attuazione delle politiche durante la crisi. Inoltre, quasi mai le misure di consolidamento o di stimolo sono state valutate da una prospettiva di genere. L’impatto di genere è stato preso in considerazione in tutte le fasi del processo politico in circa un decimo delle iniziative politiche annunciate o realizzate in reazione alla crisi nell’ambito dei Programmi Nazionali di Riforma del 2011.

Le misure di austerity, poi, hanno anche indebolito il funzionamento delle strutture dedicate alle pari opportunità in molti Stati membri. Alcuni paesi hanno, al contrario, varato misure per rendere più efficaci le strutture esistenti, e in alcuni paesi dell’Europa Orientale hanno introdotto innovazioni istituzionali nel campo dell’uguaglianza di genere.

(...)

In conclusione le esperte hanno stilato dieci proposte nell’intento di accrescere l’uguaglianza di genere per aiutare l’economia a uscire dalla crisi.

  1. Riconsiderare la formulazione di indicatori dell’uguaglianza di genere. L’apparente miglioramento di molte disparità di genere nonostante il peggioramento dell’occupazione, dei salari, delle condizioni di lavoro e di reddito per uomini e donne solleva domande sulla capacità di questi “gender gap” di cogliere adeguatamente le tendenze della parità di genere in tempi di recessione.
  2. Incoraggiare gli Stati membri ad adottare sistemi efficaci di gender budgeting per le loro principali iniziative politiche, compresi i progetti - in corso o futuri – di stimolo alla ripresa e la revisione delle spese. Come mostra l’esperienza di Austria e Gran Bretagna, la prescrizione legale che impone che le politiche siano vagliate ex ante da una prospettiva di genere potrebbe non bastare.
  3. Monitorare attentamente il rischio che il consolidamento fiscale eroda in modo significativo le misure di welfare e le strutture dedite alle pari opportunità.
  4. Lanciare e favorire le iniziative volte ad accrescere l’alfabetizzazione finanziaria delle donne (e dell’intera popolazione) e ad assicurare una massiccia presenza di donne negli organi decisionali dei meccanismi finanziari europei. Questa crisi ha messo in evidenza quanto le decisioni politiche, tradizionalmente associate alle donne, come il welfare, l'istruzione o la conciliazione casa-lavoro, dipendano ormai da decisioni macroeconomiche e finanziarie dalle quali le donne sono tradizionalmente state esclusive e di cui sanno poco.
  5. Affrontare il carico sproporzionato della flessibilità del mercato del lavoro che grava sui giovani. Questo include il ripensamento delle tradizionali politiche controcicliche, come i contratti a tempo determinato e i sussidi di disoccupazione. Entrambe queste misure erano importanti per compensare i peggiori effetti di questa crisi su lavoro e salari, ma sono spesso pensate esclusivamente per i lavoratori in regola, a tempo pieno e indeterminato.
  6. Estendere integralmente anche alle donne le misure di sostegno al reddito. La spesa sociale e gli oneri deducibili dovrebbero avere come obiettivo centrale l’indipendenza finanziaria delle donne, soprattutto se sono mirati a far uscire uomini e donne dalla povertà.
  7. Incanalare la spesa sociale in modo da privilegiare i servizi di qualità rispetto ai sussidi economici per assicurare un impatto distributivo equo dei programmi di austerità e alleviare il carico del lavoro di cura delle donne. Convogliare i fondi finalizzati alla ripresa verso le infrastrutture sociali e di cura e non solamente verso le infrastrutture fisiche.
  8. Rafforzare il Fondo Sociale Europeo e rivederne le procedure. Numerosi paesi dell’Europa meridionale ed orientale a bassa occupazione femminile sono anche paesi in cui la recessione e il consolidamento fiscale stanno ridimensionando il welfare, la conciliazione casa-lavoro e in generale le misure che accrescono la parità. Il Fondo Strutturale Europeo rappresenta una importante risorsa in questi paesi per compensare i tagli decisi a livello locale e sostenere l’obiettivo di occupazione per il 2020. In alcuni casi, tuttavia, potrebbe rendersi necessario rivedere le spese del FSE per garantirne la totale efficacia. In particolare questa revisione dovrebbe assicurare che: (i) le procedure di accesso e spesa dei fondi siano semplici; e (ii) che i principali programmi varati continuino ad operare anche una volta venuti meno i fondi del FSE.
  9. Accrescere la vigilanza e sensibilizzare il pubblico sui casi di violazione dei diritti di maternità e congedo. Le violazioni dei diritti di maternità/parentali rischiano di essere più frequenti nelle piccole e medie imprese a causa dei maggiori costi organizzativi. Le loro specifiche necessità/limiti vanno affrontati, essendo un problema anche in tempi “normali”.
  10. Affrontare la questione della scarsa integrazione dei lavoratori nomadi e migranti, soprattutto maschi.

 

NOTE:

1. Il testo qui pubblicato è tratto dal sommario del Rapporto di sintesi "The impact of the economic crisis on the situation of women and men and on gender equality policies". Il rapporto è stato prodotto dalle reti EGGE e EGGSI della Commissione Europea confluiti nel network ENEGE. Nello specifico il rapporto porta la firma di  F. Bettio, M. Corsi, C. D'Ippoliti, A. Lyberaki, M. Samek Lodovici, A. Verashchagina. Copre ventisette paesi membri, i paesi dell'EFTA e tre paesi candidati all'ingresso nell’Unione: Turchia, Croazia e Macedonia. Il periodo di riferimento centrale per l’analisi dell’impatto occupazionale è il (quasi) quadriennio compreso tra il secondo trimestre del 2008 – quando la crisi tecnicamente iniziò per l’UE nel suo insieme - e il primo trimestre del 2012 – l’ultimo trimestre per il quale al momento di andare in stampa sono disponibili i dati di Eurostat. L’analisi dell’impatto sociale si estende al periodo compreso tra il 2005 e il 2010.