Articolofamiglie - finanza - generazioni - risparmio - storie

Economia di coppia
Chiara e Salvatore

Foto: Flickr/ Anssi Koskinen

Dopo la sentenza della Cassazione sul post-divorzio apriamo il dibattito sull'economia di coppia. Chiara racconta la storia patrimoniale dei suoi trent'anni di matrimonio con Salvatore

Articoli correlati

Più che tradizionali o nuove, le famiglie in Italia sono costrette all'incertezza da politiche spesso “sperimentali”. Lo era anche il bonus infanzia appena cancellato dal governo. Servono invece misure stabili all’interno di una strategia complessiva di sostegno a fecondità e occupazione femminile

"Cinque giorni per i padri sono soldi buttati". Secondo Maria Fermanelli, pioniera del gluten free in Italia e presidente di Cna impresa donna, per colmare il gender gap serve una volontà politica forte che promuova la condivisione reale della genitorialità

Le atlete guadagnano in media il 30% in meno dei colleghi, in un paese dove le sportive sono ancora relegate per legge al dilettantismo. Ne parliamo con Gioia Virgilio e Silvia Lolli, curatrici del volume Donne e sport uscito per I libri di Emil a fine 2018

In Kerala 5 milioni di donne hanno formato un muro umano lungo 650 chilometri per protestare contro il divieto di accesso al tempio di Sabarimala. Il 2 gennaio due di loro sono finalmente entrate potendo offrire le loro preghiere ad Ayyappan

Sono partita da un'impostazione di autonomia economica di entrambi, tanto più per una certa disparità nelle famiglie di provenienza: più modesta la mia, più "solida" la sua. Per orgoglio, avevo voluto non solo la separazione dei beni (comunque consigliata da tutti), ma anche l'intestazione solo a lui della casa comune, in quanto comprata con i soldi di lui, o – meglio  della sua famiglia. Ulteriore fattore di disuguaglianza, avevo sposato un orfano di genitori molto anziani, che molto presto aveva fruito del suo patrimonio. Per l’eredità dai miei longevi e amatissimi genitori, ho dovuto aspettare altri trent’anni (non mi lamento, per carità, ma in tempi di longevità crescente, con tre o quattro generazioni che convivono, è poi giusto che i giovani debbano aspettare la morte dei genitori?).

Con il passare degli anni, nel mio matrimonio emergeva sempre più chiaramente che al benessere comune io contribuivo non solo con il mio lavoro professionale, ma anche con la totalità del lavoro "non pagato" che alimentava la vita comune (non solo la manutenzione degli affetti, ma le ristrutturazioni edilizie, i rapporti con i medici, con i commercialisti, con le banche, fino all’automobile che guidavo solo io, ai 6 mila libri della sua biblioteca che gli ho classificato, all’editing dei suoi libri, ecc.).

Ho cominciato a pensare: ma perché mia madre è comproprietaria della casa comune e io invece no? Perché papà le ha pagato i contributi per la prosecuzione volontaria e io invece mi sono pagata da sola il riscatto della laurea? Certo, io potevo pagare e lei no, però lei da mio padre aveva avuto qualcosa in cambio del lavoro non pagato e io da mio marito invece niente. Era tutto "a perdere", tanto i soldi li ricevevo dal mio datore di lavoro. Ma è giusto che chi beneficia del "lavoro familiare" dell'altro non restituisca qualche cosa? Problema che si porrebbe non solo per la "moglie", ma per ogni coppia in cui esistesse uno squilibrio nel contributo che ognuno dei due fornisce al lavoro familiare. E non solo al momento del divorzio, per riceverne a posteriori il risarcimento, ma come buona prassi all'interno della convivenza.

Di conseguenza, ho fatto qualche piccola operazione di "autotutela": ad esempio, ho chiesto e ottenuto (senza alcuna difficoltà, lo riconosco) che la nostra "casa comune" fosse intestata anche a me, in modo da ripristinare una sostanziale parità. Insomma, era proprio vero che noi eravamo più "moderni" della generazione precedente, o avevamo qualche cosa da imparare? Loro sono stati molto attenti all’equità economica fra marito e moglie, mentre delle figlie pensavano che dovevano arrangiarsi da sole, una volta assicurata un’adeguata istruzione. Niente dote e niente corredo, vecchiume superato.

In ogni caso, se io e mio marito oggi decidessimo di divorziare e dovessimo ridefinire il confine fra il patrimonio mio e quello suo, sarebbero cavoli acidi, come si suol dire, non tanto per la casa (almeno degli immobili la proprietà è chiara), quanto per la banca. 

Eh già, perché il matrimonio fra la "mia" banca e la "sua" banca, che ha comprato la mia, ha prodotto una confusione assoluta nei due depositi, entrambi cointestati. Per ottenere che ne fossero differenziate le intestazioni, il suo a "Salvatore e Chiara", e il mio a "Chiara e Salvatore", ho dovuto minacciare di portare via i miei soldi. Pare che abbiano dovuto fare un'eccezione alle regole della Banca. Dopo tutto, era per la dignità che volevo mantenere la distinzione, l’interesse propendeva per l’unificazione. Salvo accorgermi, praticamente per caso, che di default era stato stabilito, non so da chi, che quando scadeva un investimento collegato al "mio" deposito, veniva accreditato l'importo corrispondente sul "suo". Insomma, la separazione dei beni in campo bancario non ha per niente funzionato. Per la banca, sempre e solo comunione dei beni, o meglio confusione dei beni. Fortunatamente non ci sono divorzi in arrivo, ma non si può mai sapere... 

So bene che la sentenza della Cassazione non ha quasi nulla a che vedere con tutto ciò, ma il tema "matrimonio e patrimonio" ci sta tutto, credo.

Per finire, vorrei citare due casi di donne che conosco, cui la scelta di convivere rinunciando al matrimonio, ha portato un grave danno. Il matrimonio è anche un sistema di diritti e doveri reciproci, ma senza matrimonio (o unione civile), non ci sono diritti e doveri?

La prima, una mia cara amica, sei anni fa ha perso il suo compagno, professore universitario, per un infarto nel giro di una notte. Qualche giorno dopo, la figlia di lui, legittima erede, ha cambiato la serratura, e lei non è potuta neanche entrare nella "loro" casa (ma giuridicamente non era per niente sua, e non avendo lui fatto testamento, nessuna cosa di lui le era stata trasmessa). Adesso, con un Alzheimer galoppante, è probabile che i familiari la mettano in istituto, perché, dovendo anche pagare l'affitto di una casa (mai comprata, meglio viaggiare...), la sua pensione di professoressa sembra non bastare per pagare una badante.

Il secondo caso, è quello della mia ex colf, che stava per sposarsi con il suo convivente divorziato, ma anche in questo caso una morte troppo repentina ha fatto la differenza fra l'avere una pensione di reversibilità e il non avere niente. 

Conclusioni? La saggezza delle nonne direbbe che l'autonomia è una bella cosa, ma non per tutta la vita rimaniamo autonomi, ed è meglio pensarci bene prima. Noi potremmo dire che ogni persona, sana o malata, uomo o donna, sposata oppure no, dovrebbe avere diritto alla sicurezza. Comunque, a parte il welfare (che ci garantisce sempre meno), c'è tutto un ampio spazio per l'autogoverno delle persone e delle forme di convivenza, su cui dobbiamo cominciare a riflettere: patti pre-matrimoniali, testamenti, banche e assicurazioni, anche per imparare come si fa a proteggersi con quello che c’è. 

E poi, un’altra cosa. La famiglia, o comunque vogliamo chiamare il piccolo mondo delle relazioni intime, non può tollerare la disuguaglianza al proprio interno. Non può esserci amore, vero affetto, fra disuguali. Vale fra i partner, ma vale anche fra le generazioni. I genitori lasciano qualcosa in più al figlio “difficile”, non si fanno mai parti uguali fra disuguali. Solo quando si torna estranei, perché l’amore finisce, ritorna anche la disuguaglianza. Legge o non legge, la società grande dovrebbe imparare qualcosa dalla società piccola.

Chiara, 57 anni

Vuoi raccontare la tua economia di coppia? Scrivi alla redazione