Secondo una recente indagine realizzata in Spagna, Portogallo e Italia, il nostro non è un paese per padri. I congedi totalmente retribuiti sono ancora troppo brevi, e il livello dell'occupazione femminile troppo basso. Per sostenere le nuove famiglie servono politiche solide e narrazioni diverse
L'Italia non è un paese per padri. Lo evidenzia il rapporto State of Southern European Fathers (Sosef), un’indagine che ha preso in esame paternità e cura in Spagna, Portogallo e Italia, dalla quale emerge come, sebbene i padri siano sempre più coinvolti nelle attività di cura, i cambiamenti nel nostro paese siano troppo lenti, anche rispetto alle altre aree dell’Europa del Sud. A pesare ci sono forti barriere sia a livello normativo che culturale, che fanno sì che i carichi di cura gravino ancora soprattutto sulle spalle delle donne.
Il rapporto è stato realizzato da Equimundo, organizzazione di ricerca applicata sui temi della parità di genere e della giustizia sociale, e si inserisce all’interno del progetto europeo Engaging Men in Nurturing Care Initiative (EMinC), coordinato dalla International Step by Step Association e promosso in Italia dal Centro per la salute delle bambine e dei bambini (Csb).
Realizzata fra settembre e ottobre del 2024, l’indagine raccoglie i dati provenienti da un questionario somministrato a 1.520 genitori con figli e figlie conviventi nei tre paesi dell’area mediterranea, con l’obiettivo di rispondere ad alcune domande fondamentali su paternità e cura.
In particolare, l’indagine si è concentrata sul capire chi si prende cura di figlie e figli, che impatto hanno le responsabilità di cura a livello individuale, quali barriere esistono e su quali strutture di supporto possono fare affidamento i genitori. La maggioranza delle persone intervistate, metà donne e metà uomini, ha una età compresa fra i 30 e i 40 anni, e una percentuale significativa (44%) ha figli e figlie sotto i cinque anni.
Dall’indagine emerge un quadro caratterizzato da luci e ombre. Da un lato, infatti, i dati ci dicono che in tutti i tre paesi è in atto un cambiamento positivo, con i padri che svolgono un ruolo sempre più attivo e si sentono sempre più partecipi delle attività di cura. Una tendenza, questa, che va però letta tenendo conto della differenza di percezione, fra uomini e donne, su cosa significhi dare un contributo paritario al lavoro di cura.
Il dato secondo cui il 75% degli uomini (77% in Italia) dichiara di condividere in maniera equa le responsabilità di cura con la propria partner è confermato infatti solo dal 52% delle donne intervistate, valore che scende al 50% tra le donne italiane.
Dall’altro lato, anche se i padri stanno facendo di più rispetto al passato, sono ancora le donne, specialmente in Italia, a occuparsi in misura maggiore della pulizia della casa e a provvedere ai bisogni fisici ed emotivi di bambini e bambine – compiti, questi, fortemente associati ai ruoli di genere tradizionali.
Nel nostro paese, poi, la cura intensiva, cioè che comporta un impegno superiore alle 4 ore al giorno, coinvolge le donne 2,6 volte in più rispetto agli uomini, e le donne che si occupano della pulizia della casa con questa intensità sono il 15%, contro il 7% degli uomini.
Un dato che va messo in correlazione con il fatto che, rispetto a Spagna e Portogallo, l’Italia è anche il paese con la percentuale più alta di donne casalinghe a tempo pieno (18,6%, contro il 7,6% delle spagnole e il 4,7% delle portoghesi), che si concentrano soprattutto nelle regioni del Sud.
Questo aspetto è stato sottolineato anche da Annina Lubbock, sociologa, che insieme a Barbara Vatta, antropologa e responsabile di progetti nazionali presso il Centro per la salute delle bambine e dei bambini, ha presentato a Roma i risultati dell’indagine per conto del Csb.
A impedire un maggiore coinvolgimento dei padri nella cura, ha evidenziato Lubbock durante la conferenza stampa, sono tre fattori strutturali: il primo è proprio il livello dell’occupazione femminile in Italia, che secondo i dati Istat-Cnel del 2024 è il più basso d’Europa (53%, contro una media europea del 69,3%).
Questo fa sì che le donne in Italia abbiano 20 volte (il doppio rispetto a Spagna e Portogallo) più probabilità rispetto agli uomini di essere caregiver a tempo pieno. Altro dato che colpisce in negativo è quello relativo alla percentuale delle persone intervistate che, in Italia, sono gravate da un doppio carico di cura, sia verso i figli che verso le persone anziane. Anche in questo caso, la condizione riguarda maggiormente le donne (37,5%, a fronte del 31,1% degli uomini).
E poi ci sono i congedi di paternità, che hanno un peso importante sul coinvolgimento dei padri nella cura: fra i tre paesi analizzati nell'indagine, l'Italia è quello con il divario più marcato per durata fra congedi di maternità e paternità, nonché fanalino di coda a livello europeo. Mentre le madri possono usufruire di 21 settimane (ovvero 5 mesi), la durata del congedo retribuito per i padri è infatti ferma ai 10 giorni lavorativi, equivalenti a due settimane se includiamo i weekend. In Spagna, invece, i neopadri hanno a diposizione 16 settimane, che il governo ha annunciato di voler portare a 20.
Figura 1. Quantità di congedo ben retribuito (66% o più) per i padri: congedo di paternità e parentale riservati
Per quanto riguarda l’utilizzo dei congedi, su cui non esiste ancora un sistema di monitoraggio sistematico, le ultime stime dell’Inps ci dicono che in media nel nostro paese ne usufruisce il 65% dei padri, ma con significative discrepanze a livello territoriale. La percentuale di utilizzo passa da oltre il 90% in alcune province del Nord-Est a meno del 20% al Sud.
Altra discrepanza nell’utilizzo dei congedi è quella posta in evidenza da Barbara Vatta: “il governo italiano sta lavorando molto sulle donne e molto meno sugli uomini, lasciando un ruolo supplente alle imprese, soprattutto a quelle grandi, che stanno mettendo in campo una serie di azioni per favorire la conciliazione dei padri e cambiare la cultura del lavoro” ha spiegato durante la conferenza stampa del 18 giugno 2025 a Roma.
Ma non è sufficiente, ha concluso Vatta: "le politiche nazionali pubbliche devono riconoscere questo disequilibrio fortissimo fra i congedi di maternità e paternità. Le aziende fanno tanto, ma non possono coprire tutto il tessuto economico produttivo che, di fatto, è composto perlopiù da piccole e medie imprese”.
Molti padri, infatti, come quelli che lavorano a partita Iva, in Italia non hanno diritto al congedo retribuito. Il quadro appare particolarmente negativo se confrontato con quello della Spagna, dove i dati ci dicono che ad aver diritto al congedo genitoriale sono tre quarti dei padri. Di questi, oltre il 90% usufruisce di tutte e 16 le settimane. Non sembra casuale, dunque, l'aumento – seppur lieve – della natalità registrato in Spagna nel 2024, ovvero a tre anni di distanza dall'introduzione del congedo paritetico di 16 settimane.
L’ultimo fattore a influire sul coinvolgimento dei padri italiani nelle attività di cura è quello legato agli stereotipi di genere, che nel nostro paese hanno ancora un peso maggiore rispetto a quanto avviene in Spagna e Portogallo. Le idee che legano lo svolgimento delle attività di cura ai ruoli di genere tradizionali sono infatti ancora molto radicate. Il 19% degli intervistati italiani aderisce al modello tradizionale male breadwinner - female caregiver, che attribuisce, cioè, agli uomini la responsabilità di provvedere finanziariamente alla famiglia e alle donne di occuparsi della cura della casa e dei figli.
D'altra parte, la convinzione che le differenze biologiche rendano "per natura" le donne più adatte alla cura è ancora molto diffusa tra le donne stesse: a pensarlo è il 29% delle intervistate, insieme al 32% degli uomini.
Nonostante questi aspetti, i dati raccolti tramite l'indagine ci dicono che in tutti e tre i paesi è in atto un cambiamento culturale nella volontà di partecipare attivamente al lavoro di cura da parte dei nuovi padri, che trova però ancora un ostacolo nello scarso tempo a disposizione, soprattutto per via degli impegni lavorativi. Questo è vero per il 68% dei padri italiani (a fronte di una media del 65% nei tre paesi), segno che la conciliazione fra lavoro e responsabilità familiari rappresenta ancora la sfida principale per chi è genitore nel Sud Europa.
L'attitudine positiva verso la cura è confermata anche dal fatto che i padri di tutti e tre i paesi riconoscono i benefici del congedo parentale retribuito, sia per se stessi (88%) che per le loro partner (90%), ma specialmente per i loro figli e le loro figlie (93%). Un aspetto, quest'ultimo, ancora poco enfatizzato nel dibattito pubblico sui congedi, come hanno fatto notare Annina Lubbock e Barbara Vatta durante l'incontro di presentazione dell'indagine a Roma.
Se, da un lato, questi dati ci raccontano di come si stia consolidando un diverso modello di maschilità e di paternità, più accudente e partecipe nella cura fin dalla nascita dei figli o delle figlie, dall'altro i modelli e le narrazioni di riferimento sono ancora troppo pochi, come del resto le iniziative di sensibilizzazione sugli effetti positivi che il coinvolgimento dei padri ha sullo sviluppo di bambine e bambini, anche nel lungo termine. Fra questi, c'è innanzitutto la riduzione dei comportamenti violenti fra gli adolescenti maschi.
E se, per due terzi, le persone che hanno preso parte all'indagine concordano sul fatto che il congedo genitoriale dovrebbe essere uguale tra uomini e donne, in Italia, su questo, persistono resistenze a livello sociale: solo il 39% dei padri ha dichiarato che la propria cerchia familiare e di amici era molto favorevole al congedo, contro il 50% in Portogallo e il 44% in Spagna.
In sintesi, il rapporto Sosef ci dice che l'Italia non è (ancora) un paese per padri. Per far sì che lo diventi, e che la cura diventi davvero paritaria, è necessario un doppio cambiamento, politico e culturale. Servono innanzitutto politiche solide, che valorizzino la cura ripartendo in maniera equa le responsabilità e sostenendo finanziariamente entrambi i genitori, attraverso lo strumento dei congedi. Un cambiamento che dovrebbe andare di pari passo con una trasformazione del lavoro e culturale.
Oltre a cambiare le narrazioni su paternità a mascolinità e a proporre modelli nuovi, è fondamentale sostenere questo cambio di paradigma a livello più ampio, all'interno delle comunità, ponendo l'accento sui benefici di una cura più equa per le vite di tutte le persone, in primis di bambini e bambine, e su come questo passaggio sia necessario per costruire un presente e un futuro più giusti.