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Figli rimandati
a mai più

Foto: Unsplash/ Fabrizio Verrecchia

In Italia il tasso di natalità continua a scendere e aumentano le donne che rinunciano alla maternità o che la rimandano fino al momento in cui è troppo tardi. Per molte non è una scelta libera ma è colpa della crisi, uno studio ci spiega perché

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Il numero di donne che rinuncia in modo definitivo alla maternità è in aumento da decenni in tutti i paesi sviluppati. Quello che sorprende è che, di recente, detto numero sia in rapido aumento anche nei paesi del sud Europa, dove la norma sociale della maternità si ritiene più forte rispetto a paesi dell’Europa continentale e del nord. In Italia, la percentuale di donne ancora senza figli all’avvicinarsi della fine dell’età riproduttiva (40-44 anni) è rimasta stabile intorno al 12% per le donne nate tra il primo dopoguerra e la fine degli anni ’50, per poi rapidamente aumentare arrivando a toccare il 21% tra le donne nate nella prima metà degli anni ‘70 (Fig. 1). Inoltre, tale crescita non sembra destinata a rallentare: tra le donne nate negli anni ‘80 si stima che un’italiana su quattro rimarrà senza figli[1]. Alcune donne riusciranno ad avere figli dopo i 40 o i 45 anni ma, al momento, questa probabilità, anche se in crescita, rimane molto bassa (le nascite al di sopra dei 45 anni sono lo 0,6% del totale nel 2013 secondo l'Istat). 

Le ragioni del rinvio 

Nonostante i dati mostrino come la rinuncia alla maternità sia un fenomeno di portata sostanziale, il dibattito in Italia si concentra ancora quasi esclusivamente sulle ragioni biologiche dell’infertilità, come se quest’ultima fosse solamente dovuta alla sterilità o all’astinenza sessuale. La dimensione del fenomeno e la sua rapida diffusione, però, suggeriscono che la rinuncia alla maternità abbia oggi assunto radici più sociali che biologiche. La proporzione di donne senza figli cresce indubbiamente con il cambiamento degli stili di vita, la prolungata permanenza nel mondo degli studi e la maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro. 

Tuttavia, un fattore non trascurabile è che, in Italia più che in altri paesi, le donne che non vogliono perdere la propria sicurezza lavorativa rinunciano ad avere figli per mancanza di politiche familiari e di servizi per l’infanzia adeguati a sostenere la combinazione maternità-lavoro. Nella maggior parte dei casi, inoltre, le stesse donne non fanno la scelta di non avere figli volontariamente o consapevolmente, ma si trovano per varie ragioni a rimandare la gravidanza fino a quando non diventa troppo tardi.

Infine, recenti studi mostrano che, negli ultimi anni, la rinuncia alla maternità in Italia è dipesa fortemente anche dall’incertezza legata alla crisi, Letizia Mencarini ne parlava su Ingenere già nel 2013. La precarietà lavorativa, i redditi in calo e l’incertezza sul futuro inducono infatti i giovani a rimandare l’uscita dalla famiglia d’origine e la formazione di una famiglia propria. In questo contesto, le coppie, più e meno giovani, rimandano la decisione di avere un figlio. Specialmente nei paesi dove le politiche familiari sono più deboli, la decisione di avere figli è sempre più dipendente dal reddito di entrambi i partner. Non a caso, dunque, la precarietà del lavoro e il rischio concreto della disoccupazione spingono le coppie a rimandare. Basti pensare che, durante la recente recessione, l’aumento della disoccupazione femminile in Europa e negli Stati Uniti ha contribuito in ugual misura rispetto alla disoccupazione maschile al calo della natalità.

Figura 1: Percentuale di donne italiane senza figli all’età di 40-44 anni, per anno di nascita

Fonte: Elaborazione dell’autore da Caltabiano, Comolli e Rosina (2017)

La crisi e chi rinuncia

In un recente studio condotto insieme a Marcantonio Caltabiano dell’Università di Messina e Alessandro Rosina dell’Università Cattolica di Milano, ci siamo chiesti che ruolo ha avuto la crisi scoppiata nel 2008 sulla posticipazione del primo figlio da parte delle donne vicine ai 40, per le quali un rinvio molto probabilmente si è tradotto nella rinuncia definitiva alla maternità. Assodata la tendenza di lungo periodo alla posticipazione della maternità antecedente lo scoppio della crisi, lo studio ha cercato di capire se la crisi abbia accelerato o meno questo trend.

I dati della rilevazione sulle forze lavoro 2004-2013 (Istat) mostrano che in Italia l’aumento della rinuncia al primo figlio dovuto alla crisi tra le donne nella fascia d’età 37-44 anni non è omogeneo e comune per tutte le donne. Non si evidenziano grosse differenze a livello territoriale, mentre emergono disparità a seconda del livello di istruzione. Le donne italiane a rischio di una permanente rinuncia alla maternità a causa della recessione sono le donne nella fascia di istruzione media, vale a dire le donne che hanno al massimo conseguito la licenza media o il diploma di scuola superiore oppure il diploma universitario (diverso dalla laurea).

In modo particolare, la probabilità di rimanere senza figli ha subito, rispetto al trend di lungo periodo, un'accelerazione del 2% tra le donne con licenza media o superiore nella fascia d’età 37-39. Maggiore l’aumento tra le donne con diploma universitario e ancora più avanti negli anni: la probabilità di rimanere senza figli all’età di 38-40 anni è aumentata dell’8% a causa della recessione, e tra le 42-44enni questa è aumentata del 3%. Queste sono le donne che prima della crisi raramente rimanevano senza figli, ma per le quali l’incertezza economica ha pesato di più nel bilancio familiare: la perdita del proprio lavoro o di quello del marito, una cassa integrazione o una trasformazione da un contratto full-time ad un part-time fanno la differenza a fine mese, incidendo maggiormente sul reddito familiare e quindi sulle scelte riproduttive.

Le donne laureate senza figli, invece, da una parte sono state toccate dalla crisi in misura minore e inoltre sono probabilmente più consapevoli del declino della capacità biologica di concepire oltre i 40 anni e per questo durante la crisi hanno continuato ad avere figli quando li volevano. Le donne con istruzione elementare, d’altra parte, sono un gruppo decisamente svantaggiato che, come evidenziato da studi precedenti, prima della crisi rappresentava una fetta rilevante delle donne italiane che rimanevano senza figli. Queste sono donne che già prima della crisi avevano un reddito molto basso e una vita professionale “intermittente” e che hanno reagito all’ulteriore aumento dell’incertezza economica portato dalla crisi, non più rimandando la maternità, ma al contrario reiventandosi come madri, probabilmente per realizzarsi socialmente, acquisire un ruolo nella società, non nutrendo speranze di potersi realizzare nel campo del lavoro. 

Note

[1] Dati preliminari Eurostat, Istat e Human Fertility Database.

[2] Caltabiano, Comolli e Rosina, 2017.

Riferimenti

Caltabiano, M., Comolli, C.L. e Rosina, A., 2017, “The effect of the Great Recession on permanent childlessness in Italy”, Demographic Research 37(20): 635-668.