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Gli effetti della crisi
sulla parità

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Il 2017 è stato il decimo anno di una crisi ancora in corso. Facciamo un bilancio per capire come questa ha cambiato la vita delle donne e degli uomini e l'impatto che ha avuto in termini di parità

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Le politiche di austerità adottate da molti dei paesi della zona Euro hanno avuto un forte impatto di genere. I paesi membri del G8, impegnati fino all’inizio del 2010 in politiche di sostegno alla domanda che avrebbero dovuto impedire che la crisi finanziaria si traducesse in depressione, hanno iniziato a introdurre misure fiscali restrittive nel tentativo di riconquistare la fiducia di quelle stesse istituzioni finanziarie responsabili della crisi finanziaria e beneficiarie privilegiate dei piani di salvataggio che hanno affossato le finanze pubbliche. 

L’intervento pubblico anti-crisi non ha assunto in Europa una veste neutrale in termini di genere, ma si è anzi ispirato a pregiudizi e modelli familiari tradizionali promuovendo potenzialmente un peggioramento del ruolo della donna nell’economia e nella società, oltre che ulteriori diseguaglianze di genere.

Se le donne sono state inizialmente risparmiate dai peggiori effetti della crisi, non sono riuscite poi a evitare i peggiori effetti di alcuni dei suoi “rimedi”. Le principali misure di stimolo promosse dalla maggior parte dei governi europei nella prima fase della crisi finanziaria hanno coinvolto essenzialmente i settori economici più colpiti in termini occupazionali e tradizionalmente dominati dall’impiego maschile per effetto della segregazione occupazionale, nonostante i differenziali salariali di genere e l’allocazione del peso del lavoro domestico e delle attività di cura abbiano continuato a penalizzare le donne.  

Le misure di austerità e consolidamento fiscale avviate a partire dal 2010 hanno invece essenzialmente preso la forma dei tagli alla spesa pubblica per il welfare e il pubblico impiego, con un destinatario implicito prevalente: le donne. 

Poiché la posizione delle donne è radicalmente cambiata dai tempi dell'ultima grande recessione, l’esperienza non ci fornisce informazioni sufficienti a capire l’impatto di genere di questa crisi. Crisi che offre l’opportunità di realizzare cambiamenti radicali, tra i quali la possibilità di fare importanti progressi in tema di uguaglianza tra donne e uomini, ma nel contempo pone anche una sfida laddove la parità di genere venga considerata una questione da relegare ai momenti rosei.

L'impatto della crisi sugli uomini e sulle donne

La crisi è ancora in atto, malgrado i deboli segnali di ripresa. Si possono trarre, di conseguenza, solo conclusioni parziali.

La prima conclusione è che durante la crisi abbiamo assistito a un livellamento verso il basso della disparità di genere nell’occupazione, nella disoccupazione, nei salari e nella povertà. Questo elemento, tuttavia, non riflette un progresso nella parità di genere, giacché è determinato dal calo dei tassi di occupazione, dall’incremento dei tassi di disoccupazione e dalla diminuzione dei guadagni sia per gli uomini sia per le donne.

Dall’inizio della crisi, la segregazione del mercato del lavoro ha, in effetti, protetto l’occupazione femminile, la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e le loro retribuzioni. Questa segregazione determina una presenza massiccia delle donne nel settore dei servizi – compreso il pubblico impiego – e una sotto rappresentazione nei settori dell’industria manifatturiera, nell’edilizia e nei segmenti del settore finanziario dominati dalla presenza maschile. Il livello complessivo di segregazione in un paese è legato positivamente e nettamente alla differenza di posti di lavoro persi per gli uomini e le donne. Gli uomini hanno subito una perdita di posti di lavoro superiore a quella delle donne nei paesi caratterizzati da una maggiore segregazione. Inoltre, la segregazione occupazionale rischia di esporre maggiormente le donne laddove con le misure di consolidamento fiscale sono tagliati posti di lavoro nel pubblico impiego.

La seconda conclusione importante è che il comportamento delle donne sul mercato del lavoro durante la crisi è stato analogo a quello degli uomini. L’idea tradizionale che le donne fungano da manodopera di riserva, chiamate a lavorare quando aumenta la domanda e respinte di nuovo quando la domanda si contrae, era stata già messa in discussione in occasione di crisi precedenti, ed è stata definitivamente confutata dall’esperienza di questa crisi. Le “riserve” di oggi sono giovani uomini e donne con contratti di lavoro precari, e i lavoratori immigrati.

Il peggioramento delle condizioni occupazionali ha influito su donne e uomini in modo diverso, piuttosto che “di più” o “di meno”. Vi sono prove che durante la crisi i diritti del lavoro sono stati violati o ridimensionati, ma nessuna chiara indicazione del fatto che uomini o donne ne abbiano risentito maggiormente. Gli uomini si descrivono come i più colpiti dalla crisi, lamentando con più frequenza una maggiore precarietà lavorativa, la riduzione delle retribuzioni o il dover accettare lavori meno interessanti.

Alcune ripercussioni della crisi riguardano però in modo specifico le donne. I diritti delle donne in gravidanza concernenti congedi e assegni di maternità sono stati spesso ridimensionati e pochi sono gli sviluppi riguardanti il lavoro non retribuito. 

La terza conclusione che vogliamo portare all'attenzione è che, mentre vi sono testimonianze di un ridimensionamento non uniforme delle prestazioni assistenziali nei primi anni della crisi, vi è la minaccia che il consolidamento fiscale possa alla fine ridurre sia le prestazioni assistenziali sia l’occupazione nel settore, con il conseguente impatto sulla parità di genere.

Le misure di consolidamento che rischiano di avere il maggiore impatto sull’uguaglianza di genere comprendono il blocco o il taglio dei salari nel pubblico impiego; il blocco delle assunzioni o la riduzione del personale nel settore pubblico; le riforme delle pensioni; le riduzioni e restrizioni dei sussidi/assegni/strutture concernenti la cura delle persone; la riduzione delle indennità per gli alloggi o degli assegni familiari; la restrizione dei criteri di ammissibilità per sussidi di disoccupazione o assistenziali o la riduzione del tasso di sostituzione delle pensioni; le misure fiscali; gli aumenti dell’IVA e i rincari delle tariffe per i servizi pubblici agevolati. 

Cosa dicono i dati sulla parità

I dati più recenti suggeriscono che l’impatto specifico delle misure di consolidamento fiscale sull’uguaglianza di genere varia notevolmente da un paese all’altro. Se in alcuni paesi l’impatto è modesto e non sistematicamente pro-inuguaglianza, in altri il notevole calo dell’occupazione, delle prestazioni e dei servizi sociali sta verosimilmente annullando i progressi registrati in precedenza. Non è escluso che le disparità in Europa possano aumentare nuovamente come “effetto collaterale” del consolidamento fiscale.

L'analisi da me condotta in questi anni insieme a Valeria Cirillo e Carlo D'ippoliti[1] si focalizza su una concettualizzazione delle classi sociali, che cerca di conciliare l’attenzione per la distribuzione funzionale del reddito con un focus di genere. Restringendo il focus alle sole attività di distribuzione monetaria legate al mercato si può analizzare empiricamente la distribuzione in classi degli individui, utilizzando la base dati EU-SILC per il periodo 2008-2015. In particolare, lo schema di classe ipotizzato prevede l’esistenza di tre formazioni sociali legate alla distribuzione funzionale del reddito: la classe dei “lavoratori” costituita da tutti quei soggetti la cui fonte di reddito è esclusivamente da lavoro; la classe dei “capitalisti” il cui reddito è esclusivamente da capitale e rendita; la classe residuale, configurandosi come la classe di chi percepisce reddito misto da lavoro autonomo.

La distribuzione e redistribuzione del reddito monetario all’interno del circuito economico avviene in tre principali ambiti: Stato, mercato e famiglia.

Ciascuna famiglia può assumere due posizioni rispetto allo Stato e al mercato. Rispetto al primo, la famiglia può essere beneficiaria di trasferimenti, o piuttosto trasferire risorse a sua volta allo Stato sotto forma di tasse su proprietà e consumi. Rispetto al mercato, ciascuna famiglia ricade in una delle tre classi prima descritte secondo la natura del reddito percepito.

Quello che emerge dalla nostra analisi, ancora in fase di svolgimento, è che la recessione ha colpito i redditi da lavoro delle famiglie, indipendentemente dal sesso del capofamiglia, mentre differenze si osservano nei redditi da capitale. In particolare, il consolidamento fiscale mostra una correlazione positiva con i redditi da capitale delle famiglie con capofamiglia donna. Un fenomeno che intendiamo esplorare più in dettaglio nel prosieguo della nostra ricerca. 

Note

[1] Cirillo, V., Corsi, M. and C. D’Ippoliti (2017), “European households’ incomes since the crisis”, Investigación Económica, LXXVI (301): 57-­‐85; Cirillo, V., Corsi, M. and C. D’Ippoliti (2016), “Gender, Class and the Crisis” in Fadda, S. and P. Tridico, Varieties of Economic Inequality, Routledge; Cirillo, V., Corsi, M. and C. D’Ippoliti (2015), “Gender, class and the crisis”, CEB Working Papers, n. 15-­‐026, Université Libre de Bruxelles; Corsi, M. and C. D’Ippoliti (2013), “Class and Gender in Europe, Before and During the Economic Crisis”, CEB Working Papers, n. 13-­‐027, Université Libre de Bruxelles

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