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Signora austerità

foto Flickr/International Monetary Fund

Per la prima volta in un negoziato di grande portata ci sono due signore ai vertici di organismi tra i più influenti sullo scacchiere internazionale: Christine Lagarde e Angela Merkel. Due donne la cui gestione della crisi non ci sentiamo di difendere

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Questa crisi ha una differenza tutta sua: per la prima volta in un negoziato di questa portata ci sono due signore ai vertici di organismi tra i più influenti sullo scacchiere: il Fondo Monetario Internazionale e il Governo Tedesco. Christine Lagarde e Angela Merkel, due donne la cui gestione della crisi non ci sentiamo di difendere. Chiariamoci subito, questo non significa che qualche uomo al loro posto avrebbe fatto meglio, o che sia facile scorgere personaggi maschili di grande statura in questi negoziati ad alto tasso di testosterone.   Ma abbiamo provato a interrogarci sul perché avere due donne al potere non sembra aver spostato  la dinamica e gli esiti del negoziato. 

Negli ultimi anni si è molto dibattuto, molto chiesto e molto fatto sul tema ‘donne e potere’. Siamo riuscite ad allargare l'accesso delle donne ai ruoli apicali, a farne un tema dell’agenda politica delle grandi istituzioni e a far sì che giunte e governi siano più paritari. ‘Siamo’ perché la pressione e la mobilitazione delle donne hanno fatto la differenza. E oggi è normale vedere donne a capo di istituzioni pubbliche e private, economiche, politiche, scientifiche e culturali quando solo dieci anni fa ciò sembrava un obiettivo lontano. Di nomina freschissima, Valerie Amos prima rettrice della School of Oriental and African Studies (SOAS), Hilary Clinton che corre alle primarie per presidente, Fabiola Giannotti al vertice del CERN, solo per dirne alcune. Una conquista individuale per ognuna, ma anche collettiva per tutte le altre, il meritato spazio per intelligenze e capacità notevoli in corpi di donne, corpi che in quanto tali hanno dovuto guadagnarsi palmo a palmo un proprio spazio. 

Ma qualcosa ancora non funziona. Che alcune singole donne siano arrivate in alto non ha significato un cambiamento culturale radicale, radicale nel senso letterale del termine, ossia dalle radici, né una vera apertura di nuovi spazi per le (plurale) donne, almeno per ora. Quelle poche, magari molto determinate, competenti e brave a giocare il gioco del potere tanto da bucare l’old boys network e conquistare i vertici se si guardano intorno e alle spalle sono, spesso, sole. Insomma il sospetto è che non abbiamo superato la fase in cui alle donne è dato solo il permesso di 'giocare a un gioco da maschi'. 

Giocare da maschi significa preferire l’azzardo e il celodurismo, come già aveva fatto Margaret Thatcher. Così, Merkel ha finito per condiscendere al sentire della maggioranza del suo stesso popolo in una guerra senza quartiere ai greci ‘levantini’ e al malumore di paesi partner come Irlanda e paesi Baltici i quali, avedo ingoiato la medicina amara, non sono disposti ad abbonarla ad altri. Lagarde, d'altro canto, per governare il Fondo Monetario Internazionale ha scelto di mantenerne la filosofia, e non ha resistito alle pressioni e al duro confronto con i paesi membri cui il Fondo ha imposto piani di risanamento draconiani a qualche punto della loro storia. Giocare da maschi significa non rimettere in discussione priorità di politica economica che tutelano lo status quo più che guardare al futuro. Eppure, una visione di come le dinamiche potrebbero essere diverse nel governare l’ordine mondiale che va configurandosi, non è così inconcepibile. Pensiamo agli investimenti in infrastrutture sociali che, tra gli altri, inGenere continua a proporre, ma anche alla campagna di crowdfunding per rimettere il debito greco che sta impazzando sui social, a dispetto dell’ingenuità del tentativo. Troppo chiedere qualcosa di simile alle Merkel e alle Lagarde

Qualche differenza queste donne la stanno facendo. Ma quanta e dove? Come molte altre donne prima di loro hanno avuto meno problemi ad agire il loro potere  su temi che non hanno mai appassionato gli uomini, non solo perché riguardano specificamente la vita delle donne ma soprattutto perché le si riesce ancora a relegare al margine delle politiche che veramente contano, del big money, o della guerra. Così Angela Merkel è riuscita a far passare numerose misure di conciliazione come per esempio la Carta dell'Orario di Lavoro Orientato sulla Famiglia. E Christine Lagarde ha generosamente speso l’autorità del Fondo Monetario nei suoi discorsi a favore di una piena partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Azioni e parole di cui non siamo certo noi a sottovalutare l’importanza, ma che, di per sé, non sparigliano le carte in tavolo, non cambiano l'ordine di priorità degli interessi in gioco.

Avere visione e carisma a sufficienza per cambiare giochi apicali riesce anche a pochissimi uomini. Perché dunque non accontentarsi delle piccole differenze che (alcune) donne riescono a fare in politica? In fondo sarà parità vera  quando non chiederemo al genere femminile più di quanto chiediamo a quello maschile. Il problema è che per arrivarci, a questa parità, occorrono donne ‘di visione’ capaci di cambiare le regole del gioco e non solo di amministrarlo.  

Colpa dei meccanismi di selezione? Non  c’è dubbio. Arrivare in alto significa superare selezioni multiple e la selezione tende a riprodurre chi le regole del gioco le accetta, maschio o femmina. Ma nel caso delle donne c’è un rischio in più,  l’ ‘isolamento di genere’, la perdita progressiva di contatto con chi può aiutarti a sostenere una visione alternativa.  Su questo faremmo bene a interrogarci: come si può fare per non lasciare ‘sole’ le donne al comando?