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Il gender gap
dell'informazione

Foto: Flickr/European Parliament

Di che tipo è la presenza delle donne nel sistema di vecchi e nuovi media? Perché le donne vengono interpellate quasi sempre come testimoni e quasi mai come esperte? Tutti i dati sul gap di genere nel mondo dell'informazione

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Le ultime elezioni amministrative hanno nuovamente dimostrato i limiti dell’atteggiamento culturale dei mezzi di informazione nei confronti delle donne. L’elezione di donne a cariche istituzionali generalmente ricoperte da uomini ha messo in crisi il mondo dell’informazione che ha dovuto confrontarsi con un uso della lingua italiana più adeguato che riconoscesse legittimità alla professionalità femminile.

Il tema del rapporto tra mass media e donne d’altronde è annoso, già negli anni ’70 negli Stati Uniti e in Inghilterra, l’Ufficio nazionale della pubblicità da una parte, e il Sindacato nazionale dei giornalisti dall’altra, avevano invitato i propri iscritti a tenere un linguaggio parlato, scritto e visivo privo di stereotipi. 

Tuttavia, le prime tracce di analisi mediatica mirata sul genere risalgono al 1979 quando l’Unesco pubblicò un resoconto di materiali e ricerche degli anni precedenti. Con questo testo veniva analizzato il rapporto tra i mezzi di comunicazine di massa e il ruolo, l’immagine e la condizione sociale delle donne nei paesi occidentali e negli Stati Uniti[1]. Al tempo vennero presi in considerazione tutti i mezzi di comunicazione di massa: radio, giornali, film e televisione. L’analisi concluse che l’immagine che si traeva era stereotipata, riproponeva infatti soprattutto i ruoli di madre e di moglie, e si mise in luce come la rappresentazione dei ruoli femminili a sua volta influenzava come le donne si percepivano e venivano percepite dalla collettività. Tra le conclusioni si sottolineava anche che all’interno dell’organizzazione verticale e orizzontale dei mass media, la scarsa presenza femminile ad ogni livello e in ogni aspetto era da attribuire esclusivamente a considerazioni culturali che influenzavano l’organigramma dei media a sfavore delle donne. Tra le proposte si individuava la necessità di reclutare donne qualificate che potessero ambire anche a ruoli dirigenziali per cambiare questa mentalità stereotipata. Inoltre, si suggeriva di istituire riferimenti valutativi esclusivamente basati sulle capacità e la necessità di continuare a monitorare questa condizione, di creare banche dati nazionali e internazionali sulla condizione delle donne nei mass media che fossero di riferimento ai governi, ai mezzi di informazione specializzata e ai privati per pensare a future politiche e ricerche.

Questo auspicio verrà alla luce nel 1995, dopo la Piattaforma di Beijing, con il Global media monitoring project, che ad oggi è il progetto di ricerca sul gender nei media più longevo e che è diventato un vero punto di riferimento per istituzioni e privati, fornendo ogni cinque anni dati e ricerche che vengono seguite e utilizzate da istituzioni pubbliche e private in tutto il mondo.

Dall'ultima analisi, del 2015, si evidenzia che il tema del media gender gap ha dimensioni globali. In Europa la presenza di donne come soggetti o fonti di notizie è incrementata di solo 9 punti percentuali dal 1995 al 2015, passando dal 16% al 25%, mentre in America del Nord la percentuale è passata dal 27% al 36% e in Africa ed Europa dell’Est la situazione è rimasta pressoché invariata nel tempo. 

Anche i nuovi media registrano una scarsa presenza femminile nelle notizie online, le donne infatti  compaiono solo per il 26% in Francia, il 29% in Italia, il 28% in Inghilterra e il 43% negli Stati Uniti. In generale in Europa il ruolo delle donne  nei mezzi di informazione tradizionali in qualità di esperte o commentatrici è solo del 18% mentre come espressione di un’opinione popolare raggiunge il 42%. Nell’America del Nord le percentuali si alzano ma la disparità rimane notevole, le donne esperte sono il 32% ma come opinioniste popolari raggiungono il 78%.

Anche negli Stati Uniti perciò la situazione non è idilliaca e solo di recente si è sentita la necessità di sviluppare, nella ricerca, l’aspetto della legittimità riconosciuta al ruolo e alla sapienza delle donne nei media. Nel 2005, l’attrice Jane Fonda ha creato il The women’s  media center, che ogni anno pubblica la ricerca The Status of women in the US media. Il trend osservato dall’analisi del Centro non è affatto positivo, lo scorso anno ad esempio sulle principali reti televisive americane Abc, Cbs, Fox, Nbc, Cnn nei programmi dedicati alla politica della domenica mattina su una media di 4000 ospiti totali, solo il 30% sono state donne e la percentuale si riduce ulteriormente al 22% nelle tematiche di politica estera. Il centro ha quindi pensato di creare un database messo a disposizione degli stessi media, SheSource,costituito dai curricula delle eccellenze al femminile a cui rivolgersi per avere una consulenza o per invitare un’esperta a intervenire nelle trasmissioni.

In Inghilterra è nel ventunesimo secolo che si iniziano a cercare soluzioni al fatto che una percentuale elevata di presenza femminile nei media viene raggiunta solo quando si parla di vittime (79%) ma l’esperto è comunque un uomo (76%).  Nel 2012 anche la rete televisiva inglese Bbc è stata richiamata per via di tale evidente disparità. Successivamente la Bbc ha cercato di rimediare  creando gli Expert women’s day, ossia giorni di formazione dedicati alle professioniste sulla comunicazione televisiva. Nello stesso anno nasce il portale The women's room che raccoglie le esperienze professionali di donne in vari settori, suddivise sia a livello territoriale che settoriale a cui i media possono riferirsi.

In Francia nel 2010 l’allora ministra delle Pari opportunità, Nadine Morano, ha firmato con il presidente dei canali televisivi, con i proprietari di stampa e radio e con la commissione sull’immagine delle donne nei media un accordo per cambiare l’immagine stereotipata veicolata dai mass media: non più solo madri, mogli, vittime o testimoni, non più femminilità intesa solo come sensualità ma piuttosto come conoscenza e preparazione. Con questo accordo, i vari mezzi di informazione si impegnavano infatti a dar maggior voce e visibilità anche alle esperte. Tuttavia, dai dati evidenziati dall’analisi della commissione sull’immagine delle donne nei media dell’anno seguente, le donne rappresentano solo il 18% degli ospiti nei palinsesti televisivi.

Nel 2014 la situazione non è migliorata, secondo una ricerca del Consiglio superiore degli audiovisivi sulle maggiori reti generaliste francesi Tf1, France 2, France3, Canal+, Arte, M6 e le radio Rmc, Rtl, Europe 1, France Inter nel primo trimestre dell’anno, la presenza di esperte in tv è del 20,4% rispetto al 18,9% del 2013 e in radio passa dal 16,56% al 17,73%.

Le autrici di prodotti giornalistici vedono invece una flessione di presenza nonostante si assista a un aumento delle iscritte all’albo giornalistico. I dati parlano infatti di un decremento in tv: da un 40,4% del 2013 a un 38,5% dell’anno successivo, rimanendo ancorate a settori di salute, educazione e del sociale mentre restano pressoché assenti da tematiche di economia, politica internazionale o tecnologia. In radio invece si assiste a un leggero aumento di presenze di donne, dal 17,85% al 20,2%, seppure molto spazio viene dato a donne impegnate in politica in quanto già popolari. Il settore della politica interna, infatti, risulta quello con le maggiori presenze femminili. 

Ancora in Francia, nello stesso anno, un’associazione di ragazze dedite alla tecnologia Girlz in web, lancia L’annuario delle esperte del digitale, un portale che propone 400 profili di donne specializzate nelle nuove tecnologie con l’intento di diventare il più grande annuario di esperte in questo settore chiave dell’economia francese. Il progetto ha avuto il sostegno di Google per le aziende e del Women’s forum.

In questo clima, anche l’arte di una fotografa francese Marie Hélène le Ny ha aiutato a creare un nuovo rapporto tra immagine, mezzi di comunicazione e sapienza femminile. Nel 2010, ispirata da Simone de Beauvoir e dal suo "donna non si nasce ma si diventa", realizza Du côté des femmes, on ne naît pas femme, on le devient..., una mostra che ritrae 192 donne a cui fa scegliere una lettura che le rappresenti e che accompagnerà le loro immagini. Emblema di questo primo progetto è la foto della storica Michelle Perrot che legge Virginia Woolf. Da questo primo lavoro è nata la collaborazione con il ministero dell’Istruzione superiore, dell’Università e della Ricerca che le ha affidato nel 2013 un ulteriore progetto artistico Infinités PlurELLES finalizzato a promuovere l’immagine delle scienziate, perché l’esempio crea e modifica i modelli sociali. Anche per questo progetto, l’artista riprende la tecnica usata nel primo: fotografie in bianco e nero per staccare l'immagine della realtà da quella che viene proposta dai media per contribuire a creare l’immaginario collettivo delle e sulle donne.

In Italia è l’Osservatorio di Pavia, che su modello del GMMP, su proposta del consiglio nazionale dell'economia e del lavoro, ha avviato  dal 2001 una ricerca sull’immagine delle donne nei programmi di fiction e di intrattenimento, che nel 2004 ha incluso anche l’informazione. Lo studio ha preso in considerazione le maggiori reti nazionali, pubbliche e private, le reti Rai, Mediaset e La 7, e in particolare i loro più noti talk show d’informazione. I risultati evidenziano una percentuale della presenza femminile del 24%, su quasi 2000 ospiti,  legata spesso a temi sociali (22%), di costume e società (16%), di cronaca (11%) mentre la loro presenza diventa irrisoria in questioni come la politica (6%), l’economia (7%), le telecomunicazioni (3%) e la giustizia (3%). Non a caso la presenza femminile risulta significativa solo in quei programmi di dibattito che prevedono un’alternanza tra attualità, gossip, politica, cronaca e nelle quali spesso viene affiancata da una presenza maschile mentre è raro che succeda il contrario. Gli uomini, infatti, ospiti in qualità di esperti sono il 66% contro il 37% delle donne che più spesso sono interpellate come testimoni o narratrici di esperienze personali (49% contro il 25% degli uomini). 

Nel 2014 l’Osservatorio di Pavia ha realizzato anche uno studio per la Rai. L’analisi delinea che, ancora, su più di 700 programmi delle reti pubbliche presi in considerazione tra informazione, fiction e intrattenimento, le donne risultano raramente protagoniste. Le giornaliste, conduttrici e presentatrici sono il 41% ma una donna è invitata in qualità di opinion maker solo nel 32%  dei casi. I settori in cui le donne sono maggiormente presenti restano ancora quelli del servizio e dell’intrattenimento, mentre nei telegiornali sono presenti per il 37% ma solo come testimoni dirette e solo per il 16% come esperte. L’unico dato di rappresentanza femminile che supera il 50% è quello che le vede partecipare alle trasmissioni in qualità di pubblico in studio o da casa.

È evidente che l’Italia abbia bisogno di un enforcement per valorizzare le eccellenze femminili, un tentativo a riguardo vedrà la luce proprio in autunno e si chiamerà Cherchez la femme. Cento nomi di donne contro gli stereotipi. Una guida, cartacea e online, pensata dalle giornaliste Giovanna Pezzuoli, Luisella Seveso e Monia Azzalini della rete GiULia, rete nazionale di giornaliste unite, libere ed autonome da sempre impegnate attentamente e attivamente nel sollecitare il rispetto delle differenze di genere. Il portale e la guida cartacea daranno visibilità alle abilità professionali di cento donne in ogni settore e si propongono come punto di riferimento per abbattere il media gender gap, per una comunicazione più completa ed equilibrata. 

Basterà far sapere che sappiamo? Le ricerche e le analisi future ce lo diranno.

NOTE

[1]Mass media: the image, role, and social conditions of women. A collection and analysis of research materials, Micke Ceulemans, Guido Fauconnier,  UNESCO, 1979.