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L'importanza dei dati. Riflessioni
dopo le ultime sull'Istat

foto: Flickr/Tom Woodward

Valeria Maione, statistica, traccia un'ipotesi chiara di cosa accadrà dopo le ultime decisioni comunicate dal presidente dell'Istat sulla riorganizzazione dell'istituto e cosa comporterà per la ricerca statistica il passaggio dalle indagini ai registri

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L'Istat è stato il mio "primo impiego". Neolaureata ho saputo di un concorso pubblico in questo ente del quale avevo usato molti dati nella mia tesi, mi sono presentata e l'ho vinto. Ricordo ancora lo stupore che le prime due settimane di conoscenza della struttura complessa nella quale avrei lavorato mi procurarono. Un intero palazzo adiacente al ministero dell'interno pieno di macchine per la lavorazione dei dati statistici non poteva lasciare indifferenti. Oggi il pensare che analoghe operazioni possono essere svolte con un piccolo portatile mi fa sentire inesorabile il peso degli anni. Ma tant'è.

Fui destinata alla sede di corrispondenza regionale di Genova, città nella quale risiedevo e iniziai un lavoro che consisteva essenzialmente nel controllare la bontà dei dati che attraverso un sistema di collaborazione tra comuni, province e camere di commercio venivano inoltrati a Roma. Oltre ai censimenti, ogni dieci anni, ci occupavamo delle rilevazioni campionarie, forze lavoro e consumi delle famiglie. Grazie all'Istat ho conosciuto capillarmente la mia regione in quanto molto spesso andavo nei comuni campione per incontrare chi effettuava in concreto la raccolta dei dati e verificare che le operazioni complesse previste fossero svolte con la puntualità richiesta. Durante i censimenti tali incontri, ovviamente, si intensificavano e noi regionali facevamo la spola tra Roma e il territorio. Potrei ricordare molti episodi, anche divertenti. Come quella volta che, avendo notato un inserimento con calligrafia diversa in un libretto di rilevazione dei consumi chiesi spiegazione al rilevatore e al capofamiglia che il libretto aveva compilato e assistetti a una scenetta nella quale l'uno non ricordava una certa spesa in benzina e l'altro, la cui moglie benzina vendeva, gli rammentava la circostanza nella quale aveva incontrato alcune comuni conoscenze ed avevano parlato del più e del meno...

Durante il censimento dell'agricoltura fu molto difficile far capire ai colleghi che in Liguria si coltivava anche sotto gli alberi e la produzione conseguente non è proprio irrilevante. In considerazione delle differenze territoriali che anche altri colleghi testimoniarono furono previsti dei correttivi al piano nazionale già stilato.

Nell'ufficio genovese ho pure avuto modo di conoscere il mio maestro accademico, Giorgio Dellacasa, che era venuto per cercare alcuni dati in quella che consideravo la "mia" biblioteca, visto che nei ritagli di tempo avevo contribuito a rendere fruibile per il pubblico la massa di volumi, non soltanto di "nostra" produzione, che nella struttura affluivano. Lo studio pionieristico sugli indicatori alternativi al Pil, da qualche economista ritenuto “eretico” allora, era il 1979, lo facemmo insieme grazie a quei volumi.

Passata all'università, ho seguito con attenzione il mutamento degli anni '80, che probabilmente i più non hanno percepito, da Istituto centrale a nazionale, che rendeva anche con le parole il cambio di passo: da ente accentratore e unico produttore di dati statistici ufficiali a struttura che in collaborazione con altre quei dati raccoglie e produce. Un po' del lavoro che avevo svolto nella mia esperienza interna di controllo a che altri enti non si appropriassero di funzioni conferite in esclusiva all'Istat era superato in nome di una collaborazione stretta e attenta per la produzione di informazioni statistiche. Nasceva il Sistan (Sistema statistico nazionale) e con il sistema integrato si ebbero nel breve le prime indagini multiscopo attraverso le quali venivano approfonditi molti aspetti della vita economica e sociale del paese. Indagini che mettevano a frutto la struttura articolata e complessa di cui l'ente dispone fornendo agli studiosi ma, soprattutto ai decisori di politica economica, le informazioni necessarie per ben indirizzare le loro scelte.

Nella mia attività di docente, anche di statistica, ho cercato di trasferire ai miei studenti il rispetto dei numeri e la necessità di usare fonti autorevoli. Da studiosa ho ovviamente continuato a usufruire dei dati dell'Istat e in molte occasioni ho potuto apprezzare la preparazione dei suoi ricercatori. Quando, nel 2005, ho fatto parte della commissione per la revisione del paniere dei beni in funzione dei consumi degli anziani, mi sono trovata di fronte soggetti sempre pronti e disponibili a una fattiva collaborazione. Nella mia attuale veste di componente del consiglio di reggenza della sede genovese della Banca d'Italia posso testimoniare che l'uso del dato Istat da parte dell'ufficio studi locale è frequente e talvolta esclusivo in mancanza di altre autorevoli informazioni.

Date le premesse, mi preoccupa non poco il cambio di rotta che recenti decisioni parrebbero annunciare in Istat. Non posso pensare che le ristrettezze economiche inducano a rinunciare alla conoscenza. Tanto più se quella conoscenza è indispensabile per decidere dove indirizzare le poste di bilanci necessariamente attenti in quanto risicati. Fare da semplici passacarte, come il passaggio “dalle indagini ai registri” induce a ipotizzare, avallare dati prodotti da altri senza una attenta quanto preparata verifica, rinunciare alla "produzione propria" che necessita per corroborare i big data con quelle informazioni, anche micro e raccolte sul campo, che li rendono più vicini alla realtà nelle sue molteplici sfaccettature, sarebbe una stolta aberrazione per un ente nato per produrre in esclusiva.

Non possiamo fermarci al corrente e ignorare il sommerso che molto caratterizza il nostro paese. Personalmente non mi tranquillizza la lettera a Repubblica - del 19 aprile 2016 - nella quale il presidente dell’Istat Giorgio Alleva rassicura sulla centralità delle “attività relative al benessere”, molto altro sono infatti tutte le informazioni che ci derivano dalle indagini multiscopo. Come ha fatto notare Chiara Saraceno in un suo articolo, sempre su Repubblica del 16 febbraio 2016, “i dati di archivio non possono dare informazioni non solo sugli atteggiamenti, ma neppure su molti comportamenti che pure sono importanti per capire come funziona una società e si muovono gli individui che vi abitano”. Spero che non si sottovaluti quanto ho voluto rappresentare con la mia narrazione: il dato va ricercato con paziente determinazione, elevata preparazione e pure con la passione e la sensibilità che certi soggetti sono in grado di esprimere.


A quanto detto va pure aggiunto il problema, da non sottovalutare, della omogeneità del dato. A livello territoriale ho potuto più volte constatare la grande massa di informazioni disponibili su fenomeni complessi. Penso ad esempio alle violenze sulle donne. Aziende sanitarie, ospedali, istituti di accoglienza monitorano continuamente il fenomeno, ciascuno per le proprie competenze. Difficile se non impossibile rendere compatibili e comparabili queste informazioni che ciascuno costruisce con proprie modalità. Localmente ci si prova ma con risultati non esaltanti. Un ente nazionale esterno può e deve coordinare, omogeneizzare e controllare soprattutto i dati per renderli fruibili e adeguati a rappresentare la realtà.  Per fare ciò il lavoro necessario ė tale da rendere probabilmente più conveniente e veloce una raccolta mirata e organizzata ad hoc, come avviene appunto con le indagini multiscopo.

Spero che non accada quel che è avvenuto in altri contesti che vivono quotidianamente l'affossamento dei presidi e delle garanzie che di recente andiamo sperimentando, anche grazie e a causa di persone almeno all'apparenza insensibili ad approfondimenti che potrebbero far "perdere tempo". Il conoscere a fondo certe realtà, come quelle che le indagini multiscopo hanno illuminato, consente alle categorie oggetto di analisi di acquisire consapevolezza della propria situazione ed elementi da mettere in campo per difendere i propri diritti. Non vorrei che si speculasse sul fatto che quelle "categorie", non "deboli" come qualcuno vorrebbe farci credere, ma ancora non capaci di compattarsi per acquisire maggior forza, finissero per essere ancor più emarginate. È vero che la vecchiaia e la probabile conseguente saggezza mi fanno sentire sempre più la necessità di sapere cosa ci sia dietro ai numeri, ma conoscerli è essenziale anche se una battuta umoristica afferma che le statistiche assomigliano ai bikini, che svelano tutto ma non l'essenziale.