Articololavoro - migrazioni

Le badanti invisibili
anche alla crisi?

Gli stranieri stanno pagando la crisi più degli altri. Il lavoro domestico delle immigrate "tiene" di più, ma aumenta il nero e lo sfruttamento. Ma anche un settore povero attira, in tempi di povertà: tornano le italiane, arrivano anche gli uomini

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La crisi ha avuto esiti pesanti soprattutto sull’occupazione straniera. In particolare, nel 2011 il calo del tasso di occupazione degli stranieri (dal 64,5% del 2009 al 62,3) è stato più che doppio in confronto a quello degli italiani (dal 56,9% del 2009 al 56,4), nonostante il numero di occupati con cittadinanza straniera continui a crescere. La crisi ha avuto effetti differenti anche a seconda delle comunità di provenienza. Le comunità di albanesi e marocchini, prevalentemente uomini occupati nell’industria, hanno presentato una diminuzione dei tassi di occupazione e un aumento di quelli di disoccupazione più alti, le comunità filippina, polacca e ucraina, in maggioranza donne occupate nei servizi alle famiglie, hanno risentito meno della crisi. Il contributo fornito dagli occupati alla variazione complessiva della popolazione straniera è passato dal 69% del primo trimestre 2008 al 47% del quarto trimestre 2010, risultato che ha scontato gli effetti del processo di regolarizzazione dei collaboratori domestici e degli assistenti familiari dell’autunno 2009, in mancanza del quale il contributo degli occupati alla crescita della popolazione straniera sarebbe stato ancora minore (Istat, Rapporto annuale, 2011).

Di seguito saranno brevemente analizzati alcuni degli elementi emersi in questi primi anni, ovvero l’aumento del sommerso, la maggiore presenza delle italiane e l’incremento dell’incidenza maschile. I bisogni di cura rimangono e anche in tempo di crisi, la badante resta la soluzione meno onerosa rispetto al ricovero o all’istituzionalizzazione. Ma la fase economica inasprita rende ancora più urgente affrontare le questioni da tempo aperte: quelle legate al prossimo futuro e a quanto potrà ancora reggere il nostro sistema di welfare, viste anche le recenti manovre di riduzione della spesa pubblica1 e di regolarizzazione dei flussi migratori2.

L’aumento del sommerso

Fino ad un anno fa, il “successo” del settore dei servizi alla persona continuava a non essere smentito e infatti numerosi articoli di giornali sono tornati sull’argomento. Ma tra il 2009 e il 2010 i dati Inps registrano un calo degli iscritti, pari a 71.690. E' dal 2005 che l’Inps non registrava un calo degli iscritti. Ma se si confrontano quelli dell'Istat, i conti non tornano: i dati sugli occupati dell'Istat registrano un incremento pari a 73.162 lavoratori/trici (Pasquinelli, 2012). La differenza tra i due dati si deve all’aumento di un fenomeno assolutamente comune nel settore: il lavoro nero.

Secondo diversi addetti del settore3, la crisi aggraverà le condizioni di lavoro sia di assistenti familiari sia di collaboratori domestici, perché inasprirà il già consistente fenomeno di evasione contributiva, dove la propensione delle famiglie a versare i contributi continua ad essere inversamente proporzionale alle ore da contribuire. Non è un caso infatti se gli “scomparsi” dei dati Inps sono soprattutto i lavoratori con contratti superiori alle 25 ore che tra il 2009 e il 2010 sono diminuiti del 12%, mentre quelli con contratti inferiori alle 25 ore sono rimasti costanti. Moltissimi rapporti di lavoro ad ore non sono dichiarati e anche per il lavoro in forma di co-residenza, il pagamento degli oneri sociali dovrebbe riferirsi all’orario di lavoro effettivamente svolto e non a quello, ormai standard, di 30 ore. Esiste spesso un accordo fra le parti (famiglia-lavoratrice) per non pagare i contributi o per pagarne meno. Questo meccanismo è alimentato dalle stesse leggi sul lavoro domestico. Da un punto di vista previdenziale la palese disparità di trattamento che crea la legge 1403/71 ancorando i diritti previdenziali delle colf ad una c.d. retribuzione convenzionale, che mai potrà rispecchiare la retribuzione effettivamente percepita, è aggravata dal passaggio al sistema contributivo di calcolo delle prestazioni, che è destinato a mettere ancora più in risalto la modestia dei risultati che questa categoria di lavoratori può conseguire a livello pensionistico. La debolezza del sistema previdenziale previsto per il lavoro domestico italiano si aggiunge alla generale debolezza di un sistema previdenziale transnazionale, che si rende quanto mai necessario in considerazione della massiccia incidenza del lavoro straniero in questo settore. Le colf migranti, che costituiscono ormai la gran parte della categoria, rischiano di essere ancor di più penalizzate, vista la possibilità di maturare qualche diritto per il futuro, solo in presenza di periodi di soggiorno piuttosto duraturi, non sempre congruenti con i progetti di vita personali.

Le italiane si “riscoprono” badanti?

Alcuni articoli di giornale poco tempo fa parlavano di come la crisi abbia fatto “riscoprire” il lavoro di cura anche alle italiane. Proprio perché è un luogo comune pensare che le badanti siano tipicamente straniere, bisogna continuare a ribadire che le italiane non sono mai sparite dal settore e non sembrano diminuire. Tutt’altro. Circa due anni fa Federica Rossi Gasparrini, presidente dell’associazione Federcasalinghe, affermava: «Si sta verificando un fatto eccezionale - una volta questo settore era appannaggio dei migranti, oggi le donne italiane, per affrontare la crisi e la disoccupazione si rimboccano le maniche e si avvicinano all’area del servizio alla persona. Questo accade in particolare nel nord Italia, in Piemonte, Lombardia, Friuli e Veneto». Anche i dati Inps confermano la tendenza; tra il 2008 e il 2010 le lavoratrici italiane iscritte sono cresciute del 10%, a fronte di un aumento tra il 2005 – 2007 del 3% (Inps, Osservatorio sui lavoratori domestici). Maggiore impatto si è avvertito nelle iscrizioni ai corsi di formazione per assistenti familiari. Ne danno testimonianza le Acli – colf, in un servizio del quotidiano La Repubblica sulle "badanti italiane". "Negli ultimi due anni tra le iscritte ai nostri corsi di formazione le italiane sono più che raddoppiate" racconta la responsabile nazionale Raffaella Maioni. Una tendenza diffusa su tutto il territorio nazionale che registra casi come Cisterna di Latina, dove alla fine del 2010 il 100% delle diplomate era italiana.

È possibile che questo settore continui ad incidere fortemente sul lavoro precario; a suggestionare e "intercettare" donne che faticano a reinserirsi nel mondo del lavoro. Forse ancora è presto per capire cosa succederà nel lungo periodo, certo è che il settore se da una parte resiste meglio di altri alla pressione esercitata dalla crisi, dall’altra contribuisce all’aumento delle occasioni di lavoro a bassa specializzazione e remunerazione.

L’aumento dell’incidenza maschile

Poco tempo fa sono rimbalzati in molti giornali e blog, i titoli del Corriere del Veneto in cui si riportavano nel dicembre 2009 i dati relativi ai corsi di formazione degli assistenti familiari organizzati dalla provincia di Treviso. Dei 171 iscritti, 91 erano stranieri (80 donne e 11 uomini); ben 80 italiani e tra essi 12 uomini.

È possibile che la crisi possa favorire un processo di emancipazione incidendo sulla segregazione di genere che caratterizza il settore? In effetti, dal grafico si vede come l’incidenza maschile sia leggermente aumentata, negli anni 2007 e 2008 il lavoro degli uomini era rappresentato dal 10%, contro il 90% di quello delle donne; negli anni 2009 e 2010 le percentuali si sono attestate, rispettivamente, al 20% e 16% per gli uomini e 80% e 84% per le donne (Inps, Osservatorio sui lavoratori domestici). Di questi uomini, gli stranieri sono aumentati dal 13% nel 2008 al 23% del 2009, attestandosi al 18% nel 2010.

Lavoratori domestici e assistenti familiari iscritti ai registri Inps per sesso.

 

Fonte: Inps, Osservatorio sui lavoratori domestici

Bisogna precisare che buona parte della crescita del 2009 è spiegata dall’effetto sanatoria, che a differenza di quella del 2002, era destinata solo al settore di cura e della collaborazione domestica. Inoltre, nello stesso anno è stato approvato il “pacchetto sicurezza”, che ha introdotto il reato di clandestinità. È possibile che il timore di aspettare altri sette anni e quello di diventare “clandestini” abbia verosimilmente spinto i lavoratori non attivi nel settore a presentare domanda. In generale infatti, alcune spie d’allarme ci suggeriscono come il provvedimento sia stato utilizzato impropriamente in mancanza di canali di inserimento adeguati4.

Che il settore offra spazio alla creazione di lavoro è dimostrato in molti paesi europei, il problema è che questo risulta di solito di bassa qualità, sia per salari che per condizioni di lavoro. Crisi o non crisi, Il mercato le risposte comunque la darà come sempre ha fatto, il problema è se si cronicizzano le scelte “fai da te”, che non sempre rispettano la nostra idea di qualità di cura e di tutela (di anziani e di lavoratrori/trici). Il problema è se siamo disposti ancora a pagare un prezzo salato per questa irregolarità liquida. E se in futuro saremo disposti a cedere ancora, a lasciare che la nuova offerta di lavoro non giochi al ribasso. C’è un paradosso attorno a cui il lavoro informale non pagato e familiare e quello della badante continuano a ruotare a vuoto: la “mobbizzazione” delle attività di cura, pagate o no. È anche tale condizione che fa dei servizi alla persona un “settore povero”. Rispetto a questa ultima affermazione bisogna precisare che il “povero” non sta tanto nelle mansioni o nella professionalità, ma nella bassa qualità degli assetti produttivi che lo caratterizzano (le condizioni di lavoro, i livelli di professionalità, il regime delle transazioni). Ha ragione chi dice che l’anziano e la badante esprimono una stessa solitudine, una non attenzione politica. Eppure il fatto che secondo una recente ricerca, nel 2008 le famiglie italiane abbiano speso in servizi di cura 26 miliardi, una cifra che supera l’entità dell’ultima manovra di governo a fini di stabilizzazione finanziaria e competitività economica, dovrebbe far riflettere.

1 Una delle prime “vittime” di questa crisi è stato proprio il Fondo per la Non autosufficienza, che è stato azzerato nel 2011.

2 La crisi economica ha portato il direttore generale dell'Immigrazione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali Natale Forlani, ad intervenire sulla questione bloccando di fatto l'emissione del decreto flussi 2012 (c.d.click day) per l'assunzione di colf, badanti e lavoratori subordinati extracomunitari.

3 Numerose interviste a stakeholders (sindacati, cooperative, OSS, ecc…) del settore sono state effettuate durante il progetto europeoLabour market measures for reducing undeclared (illegal and moonlighting) work in private homes of elderly people”, condotto per l’Italia dalla Fondazione G. Brodolini. Si ringrazia ancora per la collaborazione.

4 Ad esempio, il fatto che un terzo delle domande è stato presentato da africani, membri di comunità poco presenti nel settore della collaborazione domestica e familiare e che in poco più di 3 casi su cinque (61,2%, 180.408 domande) si trattava di istanze a favore di collaboratori domestici e il restante per addetti alla cura della persona (Caritas/Migrantes, Dossier statistico, 2011).