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Moltiplicatore

Cos'è il moltiplicatore della politica fiscale, e perché il Fmi ha cambiato idea di recente in proposito

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Il moltiplicatore della politica fiscale permette di misurare gli effetti sul reddito (Y) di una variazione del bilancio pubblico, sia che si tratti di un aumento o di una riduzione delle imposte (T), che di un aumento o di una riduzione della spesa pubblica (G).

Facciamo un esempio. Se il governo taglia la spesa pubblica, per esempio riduce il numero di insegnanti risparmiando 100, il reddito complessivo non si ridurrà solo dei 100 corrispondenti ai minori redditi degli insegnanti, ma cadrà anche perché ora gli insegnanti devono ridurre le loro spese, trasmettendo così la riduzione del reddito anche a coloro che producevano i beni da loro acquistati, che a loro volta dovranno ridurre gli acquisti, e così via. Il valore complessivo della riduzione del reddito è determinato appunto dal valore del moltiplicatore, che dipende da una molteplicità di fattori, non ultimo da come risponde la politica monetaria.

Se si sottostima il moltiplicatore, non si sottostima solo l’impatto negativo sul reddito di un “consolidamento fiscale”, ma, data l’aliquota fiscale (t), si sovrastima anche il miglioramento del saldo di bilancio pubblico ottenuto da una riduzione della spesa pubblica. Al cadere del reddito cade infatti anche il gettito. Cioè:

ΔY = kΔG

ΔT = t ΔY = t kΔG

ΔB = ΔG – ΔT = (1-kt)ΔG

 

Se si fa l'ipotesi che il moltiplicatore (k) sia pari a 0,5, una riduzione della spesa pubblica di 100 porta a una riduzione del reddito di 50 e, data un aliquota dello 0,30, il saldo del bilancio non migliora dell’intero ammontare di riduzione della spesa pubblica, ma solo di 85. Se però il moltiplicatore è più grande – poniamo 1,5 - allora i risultati sono assai diversi: il reddito cade molto di più e il saldo del bilancio pubblico, a fronte di una riduzione della spesa di 100, migliora solo di 65.

 

k = 0,5                                       k = 1,5

ΔY = 0,5x100 = 50                      ΔY = 1,5x100 = 150

ΔT = 0,30x50 = 15                      ΔT = 0,30x150 = 45

ΔB = ΔG – ΔT = (1-kt)ΔG = 85     ΔB = ΔG – ΔT = (1-kt)ΔG = 65

 

La differenza che corre tra i due esempi qui fatti è simile a quella che si può rinvenire nei documenti del Fondo monetario internazionale, e nelle previsioni fatte dagli economisti del Fmi sull'impatto delle politiche di austerità introdotte negli anni della Grande recessione, dal 2008 in poi. Secondo il Fmi, le stime precedenti alla crisi indicavano un moltiplicatore pari a 0,5; nell'ottobre 2012 ha stimato che potrebbe essere tra 0,9 e 1,7.

Cosa c'è alla base di stime così diverse? Non si tratta di errori tecnici, o di sviste. La sottovalutazione del moltiplicatore ha radici in quella teoria economica che ipotizza che le variazioni del bilancio pubblico tendono ad essere neutralizzate da variazioni in senso opposto di altre componenti della domanda, così da lasciare invariato il reddito. Per esempio, una riduzione della spesa pubblica, nella misura in cui comporta una riduzione del tasso di interesse, aumenterà gli investimenti; i consumatori, prevedendo che la riduzione della spesa pubblica prima o poi potrà comportare una riduzione del carico fiscale, e dunque un aumento del reddito disponibile futuro, aumentano fin da ora i consumi. Impostazione teorica che gli economisti del Fondo, nel rivedere nell'ottobre 2012 le loro stime sul moltiplicatore, non hanno messo in discussione. La loro correzione è infatti dovuta al riconoscimento che, a causa della crisi, i tassi di interesse sono ormai a zero, e non possono essere ulteriormente ridotti per incentivare gli investimenti, mentre è aumentato il numero delle famiglie con un reddito così basso da non poter aumentare i consumi. La necessità di correggere le stime sarebbe dovuta pertanto alla severità della crisi e non a problemi con la teoria.

 

EC, Report on Public Finances in EMU, 2012