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Foto: Unsplash/ Sincerely Media

Gli stereotipi legati all’essere madre rappresentano un ostacolo reale alla carriera nel mondo accademico, il lockdown ci ha già dato un assaggio di quali potranno essere gli effetti della pandemia in termini di disparità per docenti e ricercatrici. Un articolo pubblicato in collaborazione con Nature

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L’umorismo è uno degli strumenti di cui le donne appartenenti al mondo accademico dispongono per affrontare le conseguenze della pandemia sul proprio lavoro e sulla propria vita familiare. “Chi prova ancora a twittare quanto produttivo fosse Isaac Newton mentre lavorava da casa riceverà in premio la mia piccola peste di tre anni!” recitava un tweet diventato virale a metà marzo. 

Dal momento che la mia università ha chiuso i battenti il 12 marzo a causa dell’emergenza sanitaria, ho avuto il piacere di vedere così tante albe quante non ne avevo mai viste in vita mia. Devo infatti iniziare a lavorare prima che sorga il sole.

Il silenzio e la concentrazione sono di fondamentale importanza per pensare e per svolgere attività didattica. Quando registro le lezioni (che verranno poi rese disponibili online), è importantissimo minimizzare i rumori di sottofondo. Piccolo problema: mio figlio ha due anni! Nella registrazione della prima lezione “da remoto” si distingue chiaramente il suono della sua tromba giocattolo quando spiego le ultime due slide della presentazione. Gli unici momenti in cui posso registrare sono la notte e la mattina presto, quando lui dorme.

Un’altra ipoteca significativa sul mio tempo è rappresentata dai colleghi e dalle colleghe che, da ogni angolo del pianeta, hanno il desiderio spasmodico di fare videochiamate. A qualsiasi ora del giorno. In questo modo, hanno iniziato a conoscere mio figlio, la cui testolina entra di tanto in tanto nel campo visivo della webcam.

Tutto ciò implica che ho meno tempo a disposizione per dedicarmi alla preparazione di articoli scientifici. Piuttosto che lavorare, con i miei colleghi e le mie colleghe cerchiamo di resistere quotidianamente. Naturalmente, in confronto alle pesanti conseguenze che deve affrontare chi contrae il Covid-19, queste sono sciocchezze. E sappiamo perfettamente quale fortuna sia poter fare un lavoro come il nostro. La ricchezza, o la mancanza di denaro, e altre forme di disuguaglianza sociale stanno condizionando l’accesso al mondo del lavoro, alla sanità, ai generi alimentari e ad altre tipologie di servizi.

Sono pur sempre una demografa sociale che studia il modo in cui le famiglie gestiscono il lavoro domestico e il lavoro retribuito. La mia attività di ricerca si focalizza spesso sulle donne appartenenti al mondo accademico o sulle professioniste, e in questo momento mi identifico con la mia materia. Sono già a lavoro con un team di colleghi e colleghe per organizzare interviste ed effettuare uno studio online di tipo etnografico.

La pandemia insegna a una parte di noi una cosa importante: tanto le madri quanto i padri stanno affrontando una riorganizzazione di breve termine del lavoro di cura e dei tempi di lavoro. Nel lungo termine, questi cambiamenti nella produttività avranno un impatto sulle carriere. Chi ha carichi di cura inferiori farà carriera più rapidamente. All’interno della comunità accademica, verrà data la dovuta considerazione alle differenze in termini di vita familiare e vita lavorativa? Semplicemente no. Tanto chi ha prole quanto chi non ne ha parteciperà su base egualitaria alle procedure concorsuali volte all’ottenimento di avanzamenti di carriera o di nuove posizioni lavorative.

Il lavoro di tipo accademico, relativamente al quale gli avanzamenti di carriera si basano sul numero e sulla qualità delle pubblicazioni scientifiche di una persona, nonché sulla sua capacità di ottenere fondi per i progetti di ricerca, è sostanzialmente incompatibile con la cura della prole. A mio avviso, i dati sulle pubblicazioni scientifiche per i prossimi due anni mostreranno come, nel mondo accademico relativamente all’anno 2020, chi ha prole si trova in una posizione di svantaggio rispetto a chi non ne ha.

I dati potrebbero anche rivelare le conseguenze per le donne. Il lavoro di cura non è infatti equamente redistribuito, neppure nelle coppie con un livello di istruzione alto. Rispetto agli uomini, le donne dedicano molto più tempo al lavoro domestico. Se si conduce una comparazione con le madri e i padri all’interno di coppie sposate negli Stati Uniti, le prime dedicano il doppio del tempo al lavoro domestico e alla cura della prole rispetto ai secondi. Nei paesi dell’Europa settentrionale, caratterizzati da un maggiore egualitarismo dal punto di vista di genere, le donne svolgono pur sempre due terzi del lavoro non retribuito. Anche all’interno delle coppie eterosessuali in cui è la donna a svolgere un lavoro retribuito e a mantenere la famiglia, è sempre la donna che svolge la maggior parte del lavoro di cura.

Nel complesso, l’emergenza legata al Covid-19 sta cambiando il modo in cui l’attività di ricerca viene svolta, soprattutto in alcuni settori: i nuovi meccanismi delle procedure accelerati di revisione tra pari, la maggiore quantità e velocità dei dati disponibili, e la redistribuzione dei fondi tra settori stanno modificando gli equilibri del mondo accademico. Dovremo fare attenzione agli effetti che tutto ciò produrrà sulle disparità.

Pertanto, cosa succede se entrambi i membri di una coppia eterosessuale restano a casa? L’effetto più probabile è un inasprimento della disuguaglianza di genere.

L’inizio della carriera accademica è contrassegnato da un periodo prolungato di precariato, che di solito coincide con il periodo riproduttivo delle donne. L’espressione in lingua inglese maternal wall, che si riferisce alle discriminazioni e alle limitazioni – il “muro”, appunto – che colpiscono le madri lavoratrici, è ormai in voga da più di un decennio. Politiche quali il congedo garantito e i permessi per la cura dei membri della famiglia rivestono grande importanza per le donne. Una possibile soluzione immediatamente praticabile potrebbe essere quella di considerare questo periodo di lockdown come congedo per fini di assistenza per tutti coloro che si prendono cura di un membro della famiglia a loro carico. Di ciò si potrebbe poi tenere conto nel momento in cui i profili di queste persone verranno valutati, ad esempio, nell’ambito di una procedura concorsuale aperta a fini di avanzamento di carriera. Questa soluzione sarebbe estremamente utile per le famiglie che si trovano in posizione di particolare svantaggio in questo periodo, soprattutto quelle monogenitoriali, a capo delle quali vi è spesso una donna.

Gli uomini possono avere un ruolo in tutto ciò. L’economista Paolo Brunori, un collega che insegna all’Università di Firenze, è padre due volte (18 mesi e cinque anni, queste le età). Sua moglie è pediatra e deve recarsi in ospedale per svolgere il proprio lavoro, mentre lui lavora da remoto. Mi ha confessato: “Dedicarmi all’attività di ricerca mi risulta quasi impossibile perché non ho mai a disposizione tre o quattro ore consecutive per concentrarmi. Cerco di suddividere le cose che devo fare in tanti piccoli task, e provo a portarli a termine quando Silvia, mia moglie, è a casa o quando i membri della mia famiglia dormono”. Paolo, così come coloro che si trovano in situazioni simili, dovrebbero farsi portavoce di questo messaggio: le ore che i membri della nostra famiglia dedicano al lavoro di cura e alla gestione della vita domestica sono spesso invisibili e ignorate.

L’unica soluzione possibile è quella classica: un investimento di lungo termine nell’uguaglianza di genere.

Articolo comparso il 17 aprile 2020 su Nature, e ripubblicato in collaborazione con la redazione della rivista, che ringraziamo.