Articolopari opportunità - ricerca - università

Piramide contro imbuto
Economiste e carriera

Più si sale ai vertici, e più l'ambiente si fa maschile. Come in altri settori, anche in quello economico la carriera delle donne continua a fermarsi ai piani bassi. In molti paesi, e anche in Italia, sono nate associazioni per esaltare la presenza femminile nei ruoli di prestigio e rimediare alla cronica scarsità. E in effetti dei passi avanti ci sono stati

Articoli correlati

Differenze di genere e disuguaglianze sociali sono due aspetti che dovrebbero essere affrontati insieme. Cosa ci insegna lo studio multidimensionale

Per la prima volta nella storia l'Europa propone due donne alla guida di Banca Centrale e Commissione europea, un risultato importante quanto necessario per chiedersi cosa cambierà davvero

Politiche di pari opportunità, parità di genere e protezione sociale sono le sfide che il nuovo Parlamento europeo avrà il compito di affrontare nei prossimi mesi. Ne parliamo con Ruth Paserman, che ha seguito da vicino l’iter del Pilastro sociale europeo

In Italia le donne scelgono più spesso di studiare materie sociali e umanistiche all'università. E anche se sono di più a biologia, matematica e statistica, le informatiche e le fisiche sono ancora troppo poche. Ecco perché è importante un'inversione di rotta nelle politiche educative

Sono il 28,5% del totale. Le economiste sono sempre state, e continuano a essere, sottorappresentate ai vertici dell’accademia in Italia. Non arrivano infatti nemmeno a un terzo del totale degli economisti in ruolo nelle università italiane[1], e andando a disaggregare la composizione del personale accademico, le percentuali si riducono ulteriormente, in quanto solo il 16,4% degli ordinari e il 26,9% degli associati sono donne; invece, all'inizio della carriera accademica, le donne sono pari al 42,4% dei ricercatori.

In realtà la scarsa presenza femminile tra gli economisti, in particolare in ruoli di prestigio, non si limita ai confini nazionali. Ciò ha dato vita a varie associazioni nel mondo occidentale (e non solo: nel 2003 è nato a Shanghai il Chinese Women Economists Network) con il fine di monitorare e promuovere il ruolo delle donne nella professione di economista. In particolare ricordiamo, agli inizi degli anni ’70, l’iniziativa dell’American Economic Association (Aea) di istituire un Committee on the Status of Women in the Economics Profession (Cswep), che ha dato inizio a un grande numero di studi, in particolare negli Stati Uniti;  nel Regno Unito, il Women’s Committee (Cwe) della Royal Economic Society svolge dal 1996 una funzione simile. A livello europeo, dal 2005 Women in Economics (WinE), presso l'European Economic Association, cerca di promuovere network femminili di ricerca in economia e raccolta dati sulla presenza femminile tra gli economisti a livello europeo, così come in Spagna (dal 2006) il Comité sobre la Situación de la Mujer en la Economía (Cosme). In Italia, dopo la pubblicazione nel 1999 del volume Che genere di economista?,[2] in cui si è condotto uno studio articolato sulle donne economiste nell’università italiana, nuove iniziative e associazioni/comitati sono ad oggi assenti, fatta eccezione per la Commissione di genere della Società italiana degli economisti (Sie).

Come mostra la Figura 1, la struttura gerarchica in campo economico è fortemente influenzata dalla componente di genere: per le donne si osserva una classica struttura piramidale con al vertice le donne ordinario (il 21,1% del totale delle economiste), seguite dagli associati (26,6%) e alla base i ricercatori (52,3%);[3] al contrario, per gli uomini la struttura assume una forma a “imbuto”, con la percentuale più consistente rappresentata dagli ordinari (43,2%), seguiti dagli associati (28,5%) e dai ricercatori (28,4%). Tale differenza nella composizione di genere dei ruoli accademici induce a una riflessione sul diverso “passo” nei percorsi di carriera: mentre per le donne la persistenza in ruolo nelle fasce più basse sembra essere più frequente e l’avanzamento di carriera più lento e difficile, per gli uomini il passaggio di ruolo sembra essere più veloce e lineare, tanto che la maggior parte degli economisti accademici italiani ha già raggiunto il vertice della carriera. 

Figura 1 - Struttura gerarchica nelle università italiane nel settore economico 

 

Per capire meglio quali siano le differenze di genere tra gli economisti accademici italiani si può far ricorso ai dati pubblicati recentemente dalla Commissione di genere della (Sie), che forniscono una fotografia dello status quo della professione. Riepilogando i principali risultati, risulta che l'investimento delle donne nella carriera di economista è significativo, comparabile e talvolta superiore a quello maschile, sia in termini di formazione, sia come impegno nel funzionamento dell'istituzione, sia nell'attività di ricerca: si consegue il dottorato come titolo di specializzazione e si entra in ruolo senza particolari disincentivi a proseguire.

Tuttavia, a fronte di un tale investimento, si riscontra una diffusa percezione di difficoltà nella progressione di carriera unicamente lega­ta al genere. I dati, infatti, evidenziano il fallimento delle donne laddove i meccanismi di cooptazione e di riconoscimento delle competenze professionali sono più rilevanti: le donne, soprattutto le giovani, pur conti­nuando a fare attività di ricerca, sono meno visibili e meno coinvolte nei networks di supporto professionale.

Sul piano privato, i dati mostrano che esiste un trade-off tra famiglia e lavoro per una parte consistente di donne economiste, ma in una direzione opposta a quella classicamente avan­zata: una quota significativa di donne sceglie di non vivere in coppia, e non avere figli, forse come effetto di vincoli legati alla professione.

Infine è importante sottolineare che ben il 43% delle economiste intervistate ritiene, nel corso del proprio percorso lavorativo, di essere stata oggetto di discriminazione (tra gli uomini la percentuale scende al 18%), dovuta, nel 67% dei casi, non alle tematiche di ricerca prescelte o ad altre motivazioni, ma al solo fatto di essere “donna”.

 Tabella 1: Percezioni della difficoltà di carriera (%)

 

Percezioni di essere stata/o discriminato nella carriera

Appartenenza a un determinato

sesso come causa di discriminazione

 

Uomo

Donna

Uomo

Donna

COORTE GIOVANE

(< 40 anni)

20,0

30,8

0

75

COORTE MEDIANA

(40 – 50 anni)

23,5

48,8

0

65

COORTE ANZIANA

(> 50 anni)

13,6

45,1

0

65,2

TOTALE

18

43

0

66,6

Fonte: Sie

Come mostra la Tabella 1, per gli uomini il fenomeno si riduce passando dalla coorte più giovane a quella più anziana, mentre tra le donne le rispondenti delle coorti più anziane, dichiarano in percentuali più rilevanti di avere subito delle discriminazioni durante il proprio percorso di carriera.

Entrando nel dettaglio delle cause principali, ben il 67% delle economiste dichiara una discriminazione per sesso. A tal proposito, riportiamo integralmente il commento di un’intervistata: “Non credo che vi siano state discriminazioni consapevoli, ma al tempo stesso credo che, a parità di circostanze, se fossi stata un uomo avrei fatto carriera un po’ più velocemente”. Il restante 33% delle donne, che hanno dichiarato di aver subito un trattamento non equo, identifica in età, tematica di ricerca e non appartenenza a forti network le cause della discriminazione. Tra gli uomini, invece, il 43,7% di coloro che hanno dichiarato di essersi sentiti discriminati ha riportato come causa la tematica di ricerca scelta, il 31,2% il non far parte di network forti e, in percentuale inferiore, hanno indicato nelle idee politiche manifestate e l’età i fattori discriminanti.



[1] Dati Cineca-Miur su personale in ruolo nei settori disciplinari SECS-P01/SECS-P06 aggiornati al 31/12/2012.

[2] Carabelli, A., Parisi, D., Rosselli, A. (a cura di) (1999), Che “genere” di economista?, Bologna: Il Mulino.

[3] La struttura piramidale femminile, appena descritta, ha subito delle variazioni nel tempo: negli ultimi dodici anni la presenza in Italia delle donne al vertice è aumentata del 62,3%, ma ciononostante la struttura gerarchica è rimasta identica a se stessa nella forma.