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Più donne scienziate?
Basta un disegno

Sono poche le ragazze che, una volta finita la scuola, scelgono facoltà scientifiche. Questione di gusti, di predisposizione o semplicemente di stereotipi duri a morire? I risultati di uno studio condotto negli Stati Uniti offrono scenari sorprendenti. E potenzialmente rivoluzionari

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“Draw a Scientist” è un esperimento messo a punto nel 1983 e da allora usato innumerevoli volte, e in molti paesi. Il suo scopo è quello di far luce sugli stereotipi che bambini tra i 5 e gli 8 anni hanno sulla figura dello scienziato, e in quale momento della vita essi si formino. Un dato sconcertante che emerge da tutti gli studi in cui è stato usato è la percentuale, bassissima, di bambini che disegnano una donna scienziato. La percentuale di bambini è zero. Quella di bambine è il 36 per cento. Sono i risultati di uno studio condotto nel 2010 da Fermilab, importante centro di ricerca in fisica, negli Stati Uniti. Sono cifre per cui viene naturale chiedersi: quanta parte di questa disparità di genere è dovuta a stereotipi, e quanta trova riscontro nella realtà? Discernere le due, in realtà, non è semplice, ma entrambe dirigono l’attenzione verso un fenomeno diffuso su scala internazionale, e particolarmente problematico in Italia: la sistematica mancanza di donne in discipline Stem (acronimo inglese per scienze, tecnologia, ingegneria e matematica). Una rapida occhiata alle statistiche mostra come, tra gli studenti universitari iscritti alla facoltà di Ingegneria, solo il 24% sia di sesso femminile; la stessa percentuale scende al 18% nelle facoltà di informatica (1). Dove sono le donne che mancano all’appello? Nel nostro Paese, d’altra parte, il 60% del totale dei laureati nel 2012 è di sesso femminile. Le proporzioni, infatti, non sono così inique in tutte le facoltà: le ragazze tendono a   concentrasi in facoltà come scienze dell’educazione (88,6%), scienze infermieristiche (69%) e lingue straniere (85%). Questione di gusti? Di capacità? Di vantaggio comparato in alcuni campi rispetto ad altri? Eppure le donne che riescono a iscriversi e terminare gli studi in facoltà Stem lo fanno meglio e più velocemente dei loro colleghi. Questo non deve esser necessariamente interpretato come la prova che le donne sono più brave degli uomini, in quanto vi è probabilmente autoselezione all’ingresso – solo donne più talentuose e determinate si iscrivono in queste facoltà. E’ tuttavia un segnale che le donne sono in grado di dare un contributo importante in queste discipline, che si sta tuttavia sistematicamente perdendo. Parte della colpa ricade su stereotipi che vedono le donne come meno “adatte” ad occupare queste posizioni lavorative, o meno brave nelle materie scientifiche. Parte di essa va ricercata in ambienti lavorativi a composizione prettamente maschile, in cui conciliare carriera e sfera personale può sembrare impossibile. Questi fattori sono in grado di scoraggiare le ragazze sin dai primi anni di scuola. Sentirsi meno brave dei compagni in matematica porta ad applicarsi di meno e ad avere effettivamente risultati peggiori; prospettive di lavoro difficili e svantaggiose, associate agli scarsi riconoscimenti di talenti femminili in ambito Stem, abbattono gli incentivi di giovani studentesse a scegliere queste carriere rispetto ad altre.
A fronte dello scenario delineato dalle statistiche, la domanda naturale è: come contrastare questa tendenza? Una risposta può esser cercata nel secondo round dell’esperimento “Draw a Scientist”, in cui i bambini coinvolti sono stati portati direttamente in laboratorio, per osservare i ricercatori da vicino. Dopo la visita, il 57% delle bambine ha disegnato una donna scienziato. Questo risultato suggerisce che parte del problema sta nel far conoscere, alle giovani studentesse che si apprestano a fare la scelta della propria carriera lavorativa, le reali possibilità in termini di vita professionale, personale, di equilibrio fra le due, e soprattutto di possibilità di successo. Esempi positivi di donne ingegneri, matematiche o informatiche che ce l’hanno fatta sono uno dei pochi mezzi per rompere un equilibrio malato, dal quale sembra difficile uscire. Allo stesso tempo, un’inversione drastica di questa tendenza ha il potenziale di persistere nel tempo e tramandarsi, tramite il passaggio di role-models fra madre e figlia, di generazione in generazione. Le conseguenze di un cambiamento del genere sarebbero rivoluzionarie.

(1) Indagine Almalaurea sul profilo dei Laureati nel 2012