Nelle periferie delle grandi città, le giovani donne che "non studiano e non lavorano" sono spesso alle prese con vite in cui l'età adulta arriva troppo presto, in bilico fra studio, lavoro, cura e responsabilità familiari. Una ricerca realizzata da Inapp in collaborazione con Save the Children mostra quali caratteristiche dovrebbe avere una rete di servizi capace di accompagnare le ragazze verso il futuro, a partire dalla possibilità di immaginarlo
Come si costruiscono, e come si interrompono, i percorsi di studio e di lavoro delle giovani donne che crescono nelle periferie delle grandi città? Su quali risorse possono contare, quali ostacoli incontrano? E che cosa serve per costruire intorno a loro una rete integrata tra scuola, servizi sociali, formazione, lavoro e terzo settore, capace di accompagnarle verso l'autonomia?
Sono domande ancora poco frequentate. Come osserva il paper dell'Istituto nazionale per l'analisi delle politiche pubbliche (Inapp) curato da Gabriella Natoli, Occhi di ragazze. Un’indagine qualitativa su povertà educativa e giovani donne nelle periferie urbane, studi e politiche parlano di giovani, a volte di donne, ma di "giovani donne quasi mai": l'incrocio tra genere e generazione scompare, persino negli strumenti di valutazione più recenti.
Eppure, tra i 18 e i 25 anni molte ragazze che vivono nelle periferie delle grandi città sono socialmente in bilico: non più minori, non ancora intercettate dal welfare per le persone adulte e alle prese con vite in cui studio, lavoro, cura e responsabilità familiari si intrecciano molto presto.
È da qui che è partito il progetto realizzato da Inapp con la collaborazione di Save the Children e presentato a Roma il 1° ottobre 2026. Una ricerca qualitativa che non si è limitata a descrivere le condizioni delle giovani donne, ma ha cercato di capire, attraverso le loro esperienze e quelle di chi lavora con loro, quali caratteristiche dovrebbe avere una rete di servizi capace di accompagnarle nei passaggi tra istruzione, formazione e lavoro. Il modello delle reti annidate nasce da questo passaggio: dai risultati della ricerca all'individuazione delle condizioni necessarie per costruire una rete.
Periferie urbane
Se si guarda alle aree metropolitane del paese e al modo in cui le disuguaglianze si distribuiscono nei territori, i dati su istruzione, formazione e lavoro non sono incoraggianti. Tra i 18 e i 24 anni l'uscita precoce dalla scuola è del 19,8% a Palermo e del 17,6% a Napoli, contro il 12,3% di Torino e il 9,5% di Roma. Anche la disoccupazione segue, con differenze, questa geografia.
Le ragazze ottengono risultati scolastici mediamente migliori dei coetanei, ma restano più esposte alla condizione di Neet (acronimo inglese dell'espressione Not in Education, Employment, or Training): nel 2025 ha riguardato il 14,9% delle giovani donne tra i 15 e i 29 anni, contro l'11,8% degli uomini. E l'Italia resta il paese europeo con il più basso tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro.
Dentro questi dati, però, le giovani donne rischiano di rimanere poco visibili. È proprio questa invisibilità che la ricerca ha cercato di mettere a fuoco.
Costruire reti
Il progetto, inserito nel Programma nazionale Giovani, donne e lavoro (FSE+ 2021-2027), aveva un obiettivo preciso: individuare un modello di rete tra scuola, servizi sociali, formazione, servizi per il lavoro e terzo settore, capace di accrescere istruzione e occupabilità delle giovani donne con percorsi formativi discontinui.
L'occupabilità viene considerata in una doppia dimensione: riguarda le competenze e le risorse individuali, ma anche le condizioni sociali e istituzionali che permettono di utilizzarle. Non basta, cioè, chiedere a una ragazza di essere più preparata o più motivata: occorre che esistano opportunità reali e contesti capaci di riconoscerle.
Per costruire il modello, la ricerca è partita dal campo.
Sono state realizzate 25 interviste in profondità a giovani donne tra i 18 e i 25 anni e 30 interviste a operatrici e operatori di scuole, servizi, formazione e terzo settore, in quattro città: Palermo, Napoli, Roma e Torino. I quartieri coinvolti comprendono, tra gli altri, lo Zen, Borgo Nuovo e la Kalsa a Palermo; Scampia, Secondigliano, Pianura e il Rione Traiano a Napoli; Tor Bella Monaca, Torre Maura, San Basilio e La Pisana a Roma; Aurora, Porta Palazzo, Barriera di Milano, Falchera e Vallette a Torino.
L'approccio è qualitativo e interpretativo: non si tratta di misurare la frequenza dei fenomeni, ma di comprendere i meccanismi attraverso cui i percorsi si aprono o si restringono.
I risultati dell'analisi sono stati poi discussi con esperte ed esperti in cinque momenti di confronto. È in questo passaggio che le evidenze della ricerca vengono tradotte in indicazioni per la costruzione della rete.
Adulte troppo presto
Il primo risultato mette in discussione un'immagine molto diffusa della giovinezza contemporanea. Non sempre l'età adulta si allunga: per alcune giovani donne arriva presto.
Si comincia a lavorare, spesso in modo informale; si contribuisce al reddito familiare; ci si occupa della casa, dei fratelli o dei genitori; in alcuni casi si diventa madri molto giovani. Il lavoro di cura può interrompere lo studio senza essere riconosciuto come parte della traiettoria lavorativa, mentre il contributo economico alla famiglia può arrivare prima ancora che si sia costruita una propria autonomia.
La ricerca mette così in discussione anche la categoria di inattività. Molte delle ragazze incontrate il lavoro lo conoscono già: fanno le pulizie, lavorano nei catering, vendono al mercato, fanno le unghie a domicilio, assistono persone anziane, si occupano di fratelli, sorelle e figli e figlie. Spesso in nero o in condizioni di forte precarietà.
Il problema, quindi, non è semplicemente portare le ragazze verso il lavoro. È capire quale lavoro, a quali condizioni e con quali possibilità di costruire autonomia.
Le responsabilità adulte si anticipano, mentre le possibilità di scelta rimangono ristrette. È anche per questo che le statistiche sull'occupazione e sull'inattività raccontano solo una parte delle loro traiettorie.
Processi di dispersione
La ricerca mostra inoltre che la dispersione scolastica è meno un evento che un processo.
Le possibilità si restringono progressivamente: l'uscita anticipata dalla scuola, la distanza degli istituti dal quartiere, le difficoltà di mobilità, le responsabilità familiari, le aspettative delle persone adulte, un orientamento che può confermare anziché ampliare le possibilità.
Il problema non riguarda soltanto le informazioni disponibili. Riguarda le aspettative: ciò che gli adulti considerano possibile per le ragazze e ciò che loro stesse possono arrivare a considerare possibile per sé.
Le ragazze, infatti, non sono prive di desideri. Le interviste mostrano aspirazioni molto diverse: aprire un'attività, continuare gli studi, lavorare nel sociale, costruire una propria autonomia economica.
È qui che entra la capacità di aspirare: la possibilità di immaginare un futuro non dipende soltanto dalle caratteristiche individuali, ma dai modelli di riferimento, dalle relazioni e dalle opportunità concretamente disponibili.
Anche le competenze spesso rimangono senza nome. Sono competenze manuali, creative, organizzative, digitali e relazionali sviluppate nel lavoro informale, nella cura, nelle reti tra pari. Ma non sempre vengono riconosciute dai servizi di orientamento e formazione.
Riconoscerle significa anche creare le condizioni perché una ragazza possa dare un nome a ciò che sa fare e trasformarlo, quando lo desidera, in una possibilità formativa o lavorativa.
L'importanza dei modelli
È a questo punto che la ricerca passa dalla descrizione alla costruzione del modello.
Dalle interviste alle operatrici e agli operatori emerge un sistema che fatica a raggiungere proprio le ragazze più lontane. Le misure esistono, ma spesso devono essere cercate: programmi come Garanzia di occupabilità dei lavoratori (Gol) e Garanzia giovani tendono a intercettare più facilmente chi possiede già qualche relazione con le istituzioni.
A 18 anni si esce dai servizi per minori; quelli per adulti non sempre riescono a vedere chi non arriva spontaneamente allo sportello.
Scuola, servizi sociali, formazione, servizi per il lavoro e terzo settore sono presenti nei territori, ma spesso lavorano più in parallelo che insieme. Le reti più efficaci dipendono dalla fiducia costruita tra singoli operatori e rischiano di interrompersi quando termina il progetto che le ha fatte nascere.
È qui che le evidenze qualitative diventano requisiti per un modello di rete: prossimità, fiducia, figure ponte, continuità dell'accompagnamento e capacità di raggiungere le ragazze nei luoghi che frequentano.
Reti annidate
Il modello delle reti annidate nasce dalla necessità di tenere insieme due dimensioni che nella pratica dei servizi tendono a separarsi: la piccola rete di relazioni fiduciarie attraverso cui si accompagnano concretamente le ragazze e l'infrastruttura più ampia di servizi, istituzioni e risorse di cui quella rete ha bisogno.
Si parla di reti annidate proprio perché una rete non sostituisce l'altra, ma è inserita in una rete più ampia. Al livello più vicino alle ragazze ci sono le relazioni operative tra gli attori che seguono un percorso. Queste micro-reti sono a loro volta sostenute da un livello territoriale di coordinamento, che mette in connessione risorse, competenze e servizi. Più in alto, il livello delle politiche definisce regole, risorse e condizioni di sistema. I tre livelli non sono separati: devono comunicare, ma senza che quelli superiori sostituiscano la capacità di azione dei livelli più vicini.
Il primo principio è andare verso le ragazze. Non aspettare che arrivino agli sportelli, ma intercettarle nei luoghi che attraversano: scuole, centri di formazione, quartieri, spazi di aggregazione e spazi digitali. Anche le reti tra pari possono diventare strumenti di outreach.
Due figure hanno una funzione centrale: l'operatore di rete, che mette in connessione gli attori della rete territoriale ed è il primo punto di contatto, e il case manager, che accompagna la giovane donna nel tempo e tiene insieme i diversi soggetti coinvolti.
Il secondo principio è la continuità.
Più che una presa in carico, il modello propone una "presa in accompagnamento": una relazione capace di attraversare scuola, formazione e lavoro e di mantenere il contatto anche quando un percorso si interrompe.
Il terzo è il riconoscimento. Dare un nome alle competenze maturate nei contesti informali, sostenere la mobilità e la formazione, rimuovere gli ostacoli alla conciliazione e considerare il genere non come una variabile aggiuntiva, ma come un asse strutturale degli interventi.
Questo significa anche costruire servizi gender-sensitive: capaci di leggere come il genere interviene concretamente nelle traiettorie di studio e lavoro, nelle responsabilità di cura, nella mobilità, nelle aspettative degli adulti e nell'accesso alle opportunità. Non si tratta di creare servizi separati per le ragazze, ma di fare in modo che i servizi esistenti sappiano riconoscere le differenze di genere e le loro conseguenze.
Dalla ricerca alla politica
Perché il modello possa funzionare, però, non basta costruire buone relazioni nei quartieri. Servono mandati condivisi tra gli attori, figure ponte capaci di tradurre linguaggi diversi, spazi di coordinamento flessibili e risorse che permettano alle reti di durare oltre i singoli progetti.
È qui che emerge una delle contraddizioni del sistema: si chiede agli enti di collaborare, mentre i bandi li mettono spesso in competizione per le stesse risorse.
Le reti annidate non chiedono quindi di aggiungere un altro servizio. Chiedono di dare struttura alle relazioni tra quelli che già esistono, rendendole più stabili e capaci di accompagnare le ragazze nei passaggi tra scuola, formazione e lavoro.
La ricerca qualitativa arriva così a una proposta organizzativa: fare in modo che raggiungere una ragazza, riconoscere le sue risorse e accompagnarla nei passaggi verso il lavoro non dipenda dalla casualità di incontrare la persona giusta o dalla durata di un singolo progetto, ma diventi una responsabilità condivisa del sistema dei servizi.
Ma c'è un'ultima questione che la ricerca porta a rimettere in discussione: la categoria stessa di Neet, cioè giovani che non studiano e non lavorano. La letteratura ne ha mostrato da tempo i limiti: dietro una stessa condizione statistica possono esserci situazioni molto diverse, dalla ricerca attiva di lavoro alla cura familiare, dal lavoro informale alla maternità, fino a percorsi formativi interrotti e a una distanza dai servizi che rende difficile essere intercettate. Dire che una ragazza "non studia e non lavora" rischia così di cancellare proprio ciò che sta facendo, le responsabilità che assume e le competenze che ha già costruito.
Forse, più che chiedersi perché queste ragazze non studiano e non lavorano, occorre allora chiedersi che cosa fanno mentre non studiano e non lavorano, quali risorse stanno usando e quali possibilità vengono loro riconosciute. È anche da questo cambiamento dello sguardo che può cominciare una politica capace di costruire reti dalla loro parte.