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Politiche di genere
a che punto è la Turchia?

foto Twitter/@AlatonLeyla

Turchia, si torna a parlare di violenza sulle donne dopo il ritrovamento del corpo senza vita della studentessa Özgecan Aslan. Intanto, le dichiarazioni del presidente Endorgan continuano a sollevare indignazione. Il punto sulle politiche di genere adottate negli ultimi dieci anni

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Si torna a parlare di violenza contro le donne in Turchia, con la scoperta del corpo della studentessa universitaria Özgecan Aslan, ritrovato senza vita e bruciato dopo il tentativo di stupro da parte del conducente del minibus che la ragazza aveva preso per tornare a casa. Le reazioni, sfociate in una vera mobilitazione, mostrano a che punto è oggi la questione di genere nel paese.

Al vertice su donne e giustizia promosso dall'associazione Donne e Democrazia Kadem, il presidente Erdogan dichiarava "Non potete mettere gli uomini e le donne alla pari, questo è contro la natura, perchè la natura delle donne è diversa". Come al solito, la prospettiva politica proposta da Erdogan sulle tematiche di genere ha sollevato indignazione tra le attiviste e la società civile così come nei partiti dell'opposizione. Ma quali sono stati gli orientamenti sulle politiche di genere in Turchia negli ultimi dieci anni? 

Dopo le riforme degli anni '20 promosse da Ataturk che rendevano illegale la poligamia e abolivano i tribunali islamici a favore di istituzioni laiche, la seconda grande ondata di riforme è avvenuta a partire dal 2001 quando è stato modificato il codice civile turco, seguito a breve dal codice penale (2003) per arrivare al 2004 quando all'articolo 10 della Costituzione è stata aggiunta la frase "le donne e gli uomini hanno uguali diritti e lo stato è responsabile di prendere tutte le misure necessarie a realizzare l'uguaglianza tra uomini e donne".

Anche se in Turchia manca una raccolta sistematica di dati di genere, l'istituto nazionale di statistica (TSI) ha costituito un'"unità operativa di genere" che fornisce dati specifici. Anche organizzazioni come Ka-Der (Associazione per il sostegno e la formazione di donne candidate) contribuiscono al monitoraggio dei trend di genere (sul sito di Ka-Der si può scaricare il rapporto statistico Woman Statistics Report 2012-2013). Quindi, nonostante tutto, possiamo avere una panoramica abbastanza precisa della condizione delle donne turche.

Per quanto riguarda la partecipazione politica il numero di donne in parlamento è cresciuto da 24 a 79 su 550, in termini percentuali significa che dal 4,4% si è passati al 14,3% (ma il numero di donne nel consiglio dei ministri è rimasto invariato). Le donne sindaco sono passate da 18 a 37 e il tasso di donne nelle giunte cittadine è passato dal 2,3% al 10,7%. 

Nell'educazione la percentuale di donne non scolarizzate, che era del 19% secondo il Rapporto periodico sui progressi della Turchia in vista dell'ingresso nell'UE del 2004, nel 2013 è sceso al 7%[1].

Dal 2004 al 2014, c'è stata una crescita lenta ma continua nel tasso di occupazione femminile dal 25,5% al 29,7% anche se circa un terzo delle donne che risultano occupate lavorano non pagate in ditte familiari del settore agricolo. Inoltre, mentre i dati generali sull'occupazione sono cresciuti e quelli sulla disoccupazione diminuiti, nel 2012 il tasso di disoccupazione femminile è rimasto molto alto.  

Ancora più negativi i numeri che riguardano la violenza domestica: in Turchia, secondo l'ultimo rapporto nazionale sulla violenza contro le donne, il 40% delle donne ha subito violenza fisica o sessuale per mano di uomo durante la sua vita.  Percentuale che arriva al 47% nelle aree rurali e al 42% in quelle urbane. Il rapporto annuale sulla violenza maschile contro le donne Bianet Annual Male Violence Report (una newsletter turca che tiene traccia di tutti i casi di violenza contro le donne riportati dai media locali, nazionali e online) dichiara che nel 2013 gli uomini hanno ucciso dieci bambini e 214 donne, ne hanno stuprate 167, picchiate 241 e molestate 161. Il quadro non migliora se consideriamo che, di fronte a un'interrogazione da parte di una parlamentare repubblicana, il Ministro di giustizia ha dichiarato che non vengono raccolti dati specifici su quante donne siano state uccise o stuprate da mariti, amanti, compagni. 

Questi dati, comparati con quelli internazionali, ci parlano di una Turchia ben lontana dalla parità di genere. Secondo il  Global Gender Gap Report 2013, la Turchia è 120esima su 136 paesi per la parità di genere, 127esima per la partecipazione economica, 104esima per l'educazione, 59esima per la salute e 103esima per partecipazione politica. Secondo il rapporto, tolti gli anni 2003-2004, non ci sono stati miglioramenti significativi nella condizione delle donne turche. 

Questo avviene perché, nonostante tutte le riforme legali e istituzionali derivate dai trattati internazionali, dalla candidatura all'entrata nell'Unione Europea e dagli sforzi delle organizzazioni femministe, negli ultimi dieci anni, il partito al governo, fortemente maschile e conservatore, ha frenato l'applicazione delle riforme.

AKP [2] considera le libertà innanzi tutto in riferimento all'Islam e vede le donne come membri di una famiglia e non come individui. Ha cambiato, per esempio, il nome del "Ministero per la donna e la famiglia" in "Ministero per la famiglia e i diritti sociali" e ha messo il dipartimento governativo per le pari opportunità sotto quest'ultimo. Le donne hanno criticato questa azione come "un passo indietro sia per la parità tra uomini e donne che per la democrazia".  Hanno argomentato che le politiche che riguardano la condizione delle donne, la violenza domestica e la discriminazione sul lavoro non dovrebbero essere sotto il cappello delle politiche famigliari perchè hanno una matrice di genere e che quello di cui la Turchia ha bisogno è una donna Ministra delle pari opportunità [3]

Il 22 settembre del 2014 segna un'ulteriore tappa della battaglia sulla prospettiva di genere. Il Ministro dell'educazione annuncia la revoca del divieto del velo a scuola, permettendo alle bambine di prima elementare di coprire i capelli nei luoghi pubblici: in questo modo le famiglie possono rispettare la tradizione islamica che prevede che le donne si coprano la testa a partire dalla pubertà. I gruppi conservatori parlano di questo evento come di un allargamento delle libertà e i membri del partito di governo AKP, come per esempio il Ministro dell'educazione Nabi Avcı, hanno dichiarato che la revoca era dovuta a un'incalzante pressione. "Quando ho incontrato gli studenti all'inizio dell'anno scolastico aspettavano questa bella notizia con trepidazione" ha dichiarato il vice premier  Bülent Arınç, ricordando la sua visita a Bursa, una delle principali città della Turchia.  La stessa legge che vietava il velo vieta anche gli shorts, i pantaloni stretti, le gonne sopra il ginocchio, gli spacchi, le cannottiere, i pantaloni corti, le camicie senza maniche, ma questa parte della legge non ha subito modifiche. Come conseguenza i gruppi laici e i gruppi Alevi (ossia le comunità musulmane eterodosse molto distanti dai sunniti maggioritari) hanno colto la palla al balzo per puntare, ancora una volta, il dito sul fatto che l'AKP parla di libertà soltanto nell'ambito di una cornice religiosa di matrice islamica, e rimane in silenzio di fronte alle altre istanze o per esempio di fronte alla richiesta di revocare l'obbligo di frequenza per le lezioni di religione (così come peraltro già chiesto dall'UE).

Erdogan rilascia spesso dichiarazioni su temi morali che sono sensibili da un punto di vista di genere. Condivide sistematicamente le sue idee sulle politiche demografiche, sposta tutta la responsabilità sulle donne e invita le coppie ad avere almeno tre figli, e in uno dei suoi discorsi di inaugurazione dell'anno scolastico in un'Università femminile ha ammonito le studentesse di non essere troppo pretenziose, non aspettare "l'uomo giusto" ma di sposarsi quanto prima marriage. Il premier ha deciso di continuare a proibire l'aborto, con il sostegno del ministro per la sanità Recep Akdag che ha dichiarato "le vittime di stupro che rimangono incinta devono portare avanti la gravidanza e lo stato eventualmente si occuperà del bambino". Sullo stesso tema Ayhan Sefer Üstün, parlamentare dell'AKP e presidente della commissione per i diritti umani ha dichiarato "Uno stupratore è più innocente della vittima di stupro che abortisce... le donne in Bosnia sono state stuprate durante la guerra, ma non hanno abortito”[4]

Alcune inaspettate somiglianze tra i due periodi in cui sono avvenute le riforme statali che riguardano le donne sottolineano una continuità storica. In entrambi i casi le politiche di genere sono state guidate dallo stato e calate dall'alto dai due gruppi al governo che pur incarnando due punti di vista opporti uno laico progressista e l'altro religioso conservatore hanno entrambi usato il proprio potere per definire le relazioni di genere secondo una prospettiva prettamente maschile. Nell'Era Repubblicana l'emancipazione femminile e la visibilità delle donne nella vita pubblica, che si manifestava  nei canoni di bellezza, abbigliamento e comportamento, doveva servire a rafforzare l'idea di una Turchia nazione moderna. Oggi la rivendicazione dell'AKP di aver ridisegnato i limiti che definiscono il comportamento appropriato alle donne "decenti" (che tra le varie cose non dovrebbero ridere in pubblico) ci fornisce una rappresentazione simbolica della ferma volontà di lasciare la parità di genere fuori dalla porta.  

Leggi la versione in inglese dell'articolo 

NOTE

[1] Secondo il TSI Women in Statistics Report 2013
[2] Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, di matrice islamico-conservativa, al potere in Turchia dal 2002.
[3] European Stability Initiative Sex and Power in Turkey, 2007.
[4] Deniz Kandiyoti, No Laughing Matter: Women and New Populism in Turkey