Articolodisuguaglianze - Europa - pari opportunità

Ripresa, cosa sta facendo
l'Europa per le donne

Foto: Unsplash/ Ryoji Iwata

Una prospettiva di genere e intersezionale è essenziale per adottare delle misure di ripresa efficaci e non dispersive. Un'analisi sullo stato dei lavori in Europa

Articoli correlati

Quante donne in Italia hanno raggiunto vertici di potere nella pubblica amministrazione? Una ricerca di Openpolis fa il punto sul gender gap nelle istituzioni

A che genere di università pensiamo quando parliamo di iscrizioni, percorsi di studio e carriere? Partendo da una sollecitazione delle rettrici, la Crui istituisce una commissione per raggiungere un maggiore equilibrio tra donne e uomini negli atenei

Ripresa: quella che nel piano nazionale viene chiamata "valutazione di impatto di genere" resta l’ennesima etichetta vuota, spostando dal piano della programmazione a quello della sorte l’occasione storica di contribuire a una crescita economica equa ed efficiente

Come, e a che prezzo per la democrazia, i capi di stato e di governo dell'Unione europea hanno raggiunto l'accordo sul bilancio pluriennale europeo da cui dipendono i fondi del 'Next Generation'

La crisi socio-economica da Covid19 sta aumentando le disuguaglianze e non può essere letta con una sola lente. Una prospettiva di genere e intersezionale è essenziale per adottare delle misure di recovery efficaci invece che dispersive. Uno sguardo che non sembra aver permeato le istituzioni europee, perché, nonostante le linee guida e i programmi d’azione, la strategia sulla gender equality continua a non avere una voce di spesa dedicata nel bilancio europeo. Nemmeno in questa circostanza.

A luglio il consiglio europeo ha trovato un accordo sull’impegno economico del Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 (Qfp), il budget europeo che definisce priorità di spesa e cifre da destinare ai vari programmi europei. Oltre all’accordo sul Qfp – che dopo i negoziati con il parlamento si attesta a 1074 miliardi di euro – è stata raggiunta anche l’intesa su quello che in Italia viene definito recovery fund, e tra i corridoi delle istituzioni Next Generation EU (NGEU).

La cifra è ben nota, si tratta di 750 miliardi per rispondere alla crisi causata dal Covid19, che, per la prima volta, la commissione europea recupererà sul mercato e non attraverso il finanziamento diretto degli stati membri. Il ‘tesoretto’ destinerà una parte dei fondi attraverso sovvenzioni, 312,5 miliardi, e il resto, 360 miliardi, verrà invece trasferito agli stati in forma di prestiti. Queste risorse andranno a sostenere alcuni programmi considerati centrali, come HorizonEurope, quello dedicato alla ricerca, o EU4Health, il nuovo progetto rivolto alla salute. La maggior parte, 672,5 miliardi, sono concentrate nel cosiddetto Recovery and resilience facility (Rrf) che aiuterà gli stati membri ad affrontare l’impatto della crisi economica e sociale causata dalla pandemia, insieme al Qfp.

Si potrà accedere a questi fondi se le azioni degli stati membri saranno allineate alle priorità dell’Ue e se rifletteranno le sfide territoriali specifiche descritte dalle raccomandazioni del semestre europeo. Crescita economica, creazione di posti di lavoro e resilienza sociale saranno alcuni dei focus, assieme alla riconversione ecologica a cui saranno destinati il 37% delle risorse e alla transizione digitale per cui si riserva il 20%. I fondi potranno essere assegnati fino al 2023 e i progetti finanziati dovranno compiersi entro 2026.

Sulla data di partenza invece ancora non è possibile avere certezze: nonostante l’intesa di luglio tra i capi di stato e di governo e l’accordo raggiunto tra istituzioni (parlamento e consiglio europeo hanno entrambi la responsabilità legislativa sul budget), NGEU è ancora fermo, ostaggio del veto di Polonia e Ungheria che non vogliono che lo stanziamento di fondi venga legato al rispetto dello stato di diritto europeo. Proprio quell’articolo 2 del Trattato dell’Ue che prevede il rispetto dei diritti umani e dà indicazione agli stati membri di ridurre le disuguaglianze e combattere le discriminazioni.

È qui che si tracciano le linee delle politiche europee di recovery. Policy document, studi, lettere, petizioni da parte dei più grandi gruppi di donne (ma non solo) a livello europeo si sono moltiplicati, tra questi la Lobby europea delle donne, le donne del partito socialista europeo, la petizione #halfofit e lo studio di impatto commissionato dalla eurodeputata verde Alexandra Geese. Semplificando, tre sono le richieste che indicano questi documenti: una voce di spesa dedicata alle questioni di genere nel budget europeo; investimenti nei settori a maggioranza femminile, in particolare nel settore della cura; rendere vincolante per l’accesso ai fondi il rispetto dello stato di diritto.

Eppure la risposta è un’altra e lascia trapelare che i paesi del nord Europa, la Svezia in particolare, vengono messi in discussione come modelli culturali per una politica di gender equality europea, mentre avanzano a braccio di ferro i paesi dell’est Europa che tirano indietro sulle conquiste già ottenute, rischiando di vanificare anche le risorse e gli sforzi già spesi. Quella narrazione della crisi da Covid19 come occasione per intaccare le disuguaglianze diventa sempre più rarefatta.

Già la crisi del 2008 aveva lanciato buone prospettive, tra cui il raggiungimento degli standard di Barcellona al 33% sui servizi di cura per l’infanzia entro il 2010 raggiunti al 2018 solo in 13 paesi, per risolversi in un definanziamento anche a livello europeo dei programmi di gender equality. Nel 2020 la lettura di genere della crisi da Covid19 è rientrata a stento tra le linee guida e NGEU non ne fa menzione specifica.

La Gender equality strategy 2020-2025 si riconferma non avere una voce di budget dedicata. Come in passato, si dovrebbe finanziare attraverso i programmi che rientrano nel Qfp e adesso anche nel NGEU. Anche se, in un’Unione europea dove il 44% delle persone ritiene che il ruolo più importante delle donne sia quello di prendersi cura della casa e della famiglia e il 43% crede che il ruolo più importante degli uomini sia quello di guadagnare, questo fattore rappresenta un grave limite, e non lascia sperare in un’adeguata distribuzione dei fondi che miri a intaccare le disuguaglianze[1].

Malgrado l’analisi condotta con la survey Quality of life and quality of society during Covid19 abbia registrato un aumento dell’ottimismo tra gli intervistati tra aprile e luglio 2020, quelle che fanno più fatica a guadagnare ottimismo sul proprio futuro sono le donne, su cui la crisi si sta abbattendo in modo più massiccio. Le aree maggiormente colpite sono quelle del lavoro di cura, della violenza, dell’occupazione e della povertà. Ciascuna di esse è tenuta insieme all’altra dalla necessità di una lettura di genere. Le statistiche Eurostat sull’occupazione registrano un divario di 11,4% tra donne occupate e uomini al secondo quarto del 2020. La percentuale delle donne disoccupate è passata da 6,8% nel primo quarto del 2020 a 7,9% nel terzo quarto di quest’anno, mentre per gli uomini si è passati dal re 6,2% al 7,1%.

Uno studio dell’istituto tedesco di ricerca economica e sociale riporta che nella seconda metà del primo semestre 2020 l’aumento dell’inattività femminile si è registrato soprattutto tra donne tra i 35-49 anni, 27% delle madri ha ridotto le ore di lavoro pagato per occuparsi della famiglia, a fronte del 16% dei padri.  Il numero delle ore settimanali dedicate alla cura della famiglia varia tra un massimo di 22,2 e 26,5 in Austria e Croazia per le donne, a confronto con 13,8 e 11,8 in Austria e Portogallo per gli uomini, e un minimo in Danimarca di 3,7 per gli uomini e 6 per le donne, e durante i lockdown è certamente aumentata.

Secondo l’Ocse solo il 45% delle ore lavorate dalle donne viene retribuito, mentre per gli uomini si conta almeno il 67% (dati 2020). Lo status della famiglia di provenienza incide molto sulla possibilità delle donne di perseguire un desiderio di realizzazione lavorativa, e quando questo si realizza il lavoro di cura è affidato ad altre donne. In Europa il 76% del lavoro di cura passa per vie informali, e l’80% di questo è fornito da donne migranti o provenienti da minoranze etniche[2].

Uno studio Eige in via di pubblicazione fissa la cifra delle lavoratrici della cura a 49 milioni. Le donne contribuiscono per il 93% all’assistenza all’infanzia e all’insegnamento, per l’86% ai servizi sanitari e per il 95% alla collaborazione domestica. Le cifre sono approssimative perché non è possibile conteggiare tutto il sommerso.

La segregazione orizzontale investe anche il settore digitale, e preoccupa anche l’impegno che l’Ue chiede sulla digitalizzazione, se non accompagnato da una lettura di genere. Le donne rappresentano solo il 17% nelle carriere ICT e STEM nell'UE e solo il 36% dei laureati Stem (scienze, tecnologie, ingegneria, matematica), anche se le performance delle ragazze superano significativamente i risultati degli studenti maschi, contrariamente a quel pregiudizio che ha storicamente visto i ragazzi dominare le materie tecnologiche.

I luoghi di lavoro in cui l'uso di tecnologie è aumentato maggiormente tra il 2009 e il 2014 appartengono ai macrosettori "educazione e salute" o "informazione e comunicazione", dove si registra una maggiore incidenza di donne dipendenti e di dipendenti laureati. Nonostante la maggiore presenza di donne impiegate in questi settori, i pregiudizi sui talenti delle donne in ambito Stem e Ict (tecnologie della comunicazione e dell'informazione) sono ancora efficaci e potrebbero lasciare le donne fuori dalle posizioni di livello superiore.

L'invecchiamento potrebbe essere un altro ostacolo: il 20% delle donne occupate nell'Ue ha più di 50 anni. Le donne di questa età, che stanno affrontando il processo di transizione digitale del mercato del lavoro, accelerato dai nuovi bisogni della pandemia, sono probabilmente a maggior rischio di esclusione dal mercato del lavoro formale.

Intanto un comunicato stampa del 5 ottobre della European Trade Union Confederation fissa la data per la chiusura del divario salariale in Europa al prossimo secolo, precisamente al 2104. I dati Eurostat mostrano che il divario salariale di genere si è abbassato dell’1% negli ultimi 8 anni, e senza misure vincolanti sarà destinato a crescere in almeno nove stati membri. In Germania e Repubblica Ceca le donne dovranno aspettare il 2121, mentre il divario si sta chiudendo talmente lentamente in Francia che ci vorraano più di mille anni per raggiungere la parità salariale.

In altri nove paesi si auspica di chiudere il gender pay gap nella seconda metà di questo secolo, e in tre paesi, Belgio, Lussemburgo e Romania, potrebbe chiudersi in questa decade, anche se queste cifre dovrebbero essere riconfermate a partire da una lettura attenta delle caratteristiche del mercato del lavoro di ogni singolo stato.

A fronte di questi dati si apprende che la commissione europea ha posticipato la pubblicazione della direttiva su pay trasparency dal 4 novembre al 15 dicembre, e che l’intera iniziativa resta sospesa dopo l’aggiunta di un “tbc” (to be confirmed) accanto all’ultima data.

Note 

[1] Special Eurobarometer 465, June 2017

[2] Hoffmann, F., & Rodrigues, R., Informal carers: who takes care of them?, Policy brief, April 2010, European Centre for Social Welfare Policy and Research, Vienna

Leggi anche

Parità significa ripresa

Una vera ripresa mette al centro le donne

Come accederemo ai fondi per la ripresa