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cambiamo i pesi

Percentuale delle Deputate sul totale dei Parlamentari eletti alla Camera

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Cominciamo dagli scranni di Montecitorio, sede della Camera dei deputati.  Nel grafico che segue, la parte rossa mostra come le elette (21,3%) siano ancora una parte minoritaria rispetto ai deputati  maschi (78,7%).

Grafico 1: Percentuale delle Deputate sul totale dei Parlamentari eletti alla Camera, 2010

Percentuale delle Deputate sul totale dei Parlamentari eletti alla Camera

fonte: OpenParlamento, 2011

Il cd. Porcellum non contiene previsioni sulla promozione della rappresentanza femminile e il sistema attuale che prevede le liste “bloccate” affida di fatto alle scelte di vertice dei partiti anche la decisione sulla maggiore o maggiore presenza di donne (e la scelta dei nomi). Ne viene fuori che,  in entrambi i rami del parlamento, le donne sono molto lontane dal raggiungere la parità e restano schiacciate al di sotto della soglia del 20% nella maggior parte dei gruppi parlamentari, se non addirittura assenti (ad es. nel gruppo misto in senato). Ecco la situazione gruppo per gruppo.

Grafico 2: Composizione percentuale delle elette per Gruppo Parlamentare alla Camera, 2011

Composizione percentuale delle elette per Gruppo Parlamentare alla Camera

Grafico 3: Composizione percentuale delle elette per Gruppo Parlamentare in Senato, 2011

Composizione percentuale delle elette per Gruppo Parlamentare in Senato

fonte: OpenParlamento, 2011

La composizione per genere dei diversi gruppi si differenzia molto tra le due camere. Infatti, in alcuni il numero delle elette in senato risulta essere maggiore rispetto a quello della camera (es., l’Idv dal 9,1% della camera passa al 16,7% in senato), per altri è vero il contrario (es., UDC e Terzo Polo) anche se ciò riflette una composizione dei gruppi in senato più ampia. Confrontando i due maggiori schieramenti politici, nella camera risulta in vantaggio il Pd rispetto al Pdl di quasi 10 punti percentuali, nel senato le elette del Pd risultano essere quasi il triplo rispetto a quelle del Pdl.

I grafici che seguono riepilogano invece l'evoluzione della presenza femminile in parlamento nel corso della storia repubblicana.

Grafico 4: Andamento rappresentanza femminile dalla I legislatura ad oggi, Camera, 1948 - 2008

Andamento rappresentanza femminile dalla I legislatura ad oggi, Camera, 1948 - 2008

Grafico 5: Andamento rappresentanza femminile dalla I legislatura ad oggi, Senato, 1948 – 2008

Grafico 5: Andamento rappresentanza femminile dalla I legislatura ad oggi, Senato, 1948 – 2008

fonte: OpenParlamento, 2011

Nel 1948, con l’entrata in vigore della Costituzione e l’elezione di un regolare Parlamento, le senatrici erano l’1,04%, mentre le deputate arrivavano al 7%. I minimi storici furono raggiunti al Senato nel 1953 con lo 0,4%, mentre alla Camera dei deputati nel 1968 con il 2,8%. Dopo 60 anni, nel 2008 le senatrici salgono al 18%, mentre le deputate si attestano al 20,4%. Oltre a una maggiore responsabilità politica verso la questione, la crescita della presenza femminile a livello istituzionale è dovuta il larga parte dall'adozione di provvedimenti “esterni”, ossia delle regolamentazioni internazionali sulle pari opportunità (convenzioni ONU, fra cui la CEDAW contro la discriminazione di genere) e delle direttive emesse dall’Unione Europea, a partire dalla parità di trattamento e remunerazione. L’impennata di presenze femminili, nel 1994 con il 16,1% alla Camera e nel 1992 con il 8,9% al Senato, si deve all’entrata in vigore della legge n. 1993/81, che ammetteva le quote “riservate” a candidature femminili[1].

Nella scheda allegata, un riepilogo dell'evoluzione normativa e giurisprudenziale sulla presenza femminile in parlamento. Qui invece il testo dell'"Accordo per la democrazia paritaria" con il quale un vasto fronte di associazioni e comitati di donne si prepara alle prossime scadenze politiche ed elettorali.

[1] Una successiva sentenza della Corte Costituzionale ha giudicato tale legge incostituzionale (n. 422, 1995) sulla base del principio di libertà, secondo cui ogni cittadino può scegliere se votare o farsi votare, indipendentemente dal sesso.