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Serve una lotta femminista
per il welfare

Foto: Unsplash/ Breno Assis

In Svezia le femministe stanno combattendo battaglie importanti, ma welfare e diritto del lavoro sono ancora dei vicoli ciechi. Serve una lotta femminista per un'assistenza pubblica e di qualità. Il discorso che Mirjam Katzin ha tenuto per inGenere al Festival di Internazionale a Ferrara

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Probabilmente vi aspetterete che io stia qui a raccontarvi la favola del welfare svedese caratterizzato da uguaglianza di genere e bassa disuguaglianza nella distribuzione dei redditi. Almeno, questo è quanto di solito si aspetta da me la platea quando intervengo alle conferenze in altri paesi europei o negli Stati Uniti, l’immagine che di solito si ha della Svezia. Temo che vi deluderò. La Svezia non è stata risparmiata dalle forti ondate di neoliberismo e neoconservatorismo che hanno travolto gran parte dei paesi negli ultimi decenni. Oserei perfino affermare che la Svezia è, in un certo senso, all’avanguardia in termini di neoliberalizzazione.

Tuttavia, credo fermamente che ci sia molto da imparare dall’esempio svedese quando si considera l’impatto che un’ambiziosa politica di stampo socialdemocratico, improntata al principio di responsabilità pubblica in termini di welfare e assistenza, può avere sulle disuguaglianze di genere, nell’ottica di dare vita a una società imperniata sulla solidarietà e con differenze di classe più contenute, unitamente a una politica migratoria generosa. La stessa Svezia ha molto da imparare da questa esperienza. Nella mia visione politica, ritengo che, negli ultimi 30 anni – e in particolar modo da 10 anni a questa parte –, siano stati fatti molti passi nella direzione sbagliata in relazione a diversi aspetti. Oggi la Svezia si ritrova tra i paesi Ocse che registrano una più rapida crescita delle disuguaglianze nella distribuzione dei redditi, uno stato sociale in declino e una politica migratoria molto meno generosa. Tutto ciò ha naturalmente un impatto sulla componente femminile della popolazione e sulle famiglie.

Stavolta vorrei iniziare però da un altro finale della storia, e voglio farlo sollevando tre punti:

  • la Svezia ha rappresentato e ancora rappresenta, per ovvie ragioni, un esempio a livello mondiale in termini di uguaglianza di genere;
  • tuttavia, c’è molta strada da percorrere per raggiungere un’uguaglianza di genere effettiva, e in molti campi le donne si trovano ancora a dover affrontare problemi significativi;
  • secondo il tipo di analisi al quale mi rifaccio, la situazione delle donne è correlata in larga parte anche allo stato sociale e ai modelli di assistenza rispetto ai quali si sta purtroppo andando nella direzione sbagliata a diversi livelli, con un impatto negativo sull’uguaglianza di genere.

Iniziamo dal primo punto. Consentitemi di farvi un esempio personale per spiegarmi meglio. Ho un figlio, Jacob, che presto spegnerà quattro candeline. Sono separata da suo padre, Fredrik, da un paio d’anni. Fredrik e io ci occupiamo di Jacob a settimane alterne. Ovviamente mi riferisco a quei momenti in cui nostro figlio non frequenta l’asilo, un servizio molto valido ed economico, che rappresenta una condicio sine qua non per un papà e una mamma, come noi, che lavorano a tempo pieno. Tutto ciò – tanto il fatto di essere una coppia separata, quanto l’affido condiviso – non rappresenta nulla di anomalo all’interno della fascia di popolazione di cui facciamo parte: la classe media urbana appartenente al mondo accademico.

Come spiegare questa situazione? In Svezia il sistema di congedo parentale è bilanciato dal punto di vista di genere. Ogni famiglia gode di un totale di 450 giorni, un anno e mezzo, di congedo parentale retribuito all’80%. Di questi diciotto mesi, tre possono essere fruiti esclusivamente da ciascun genitore, mentre vi è libertà di scelta per quanto riguarda i restanti dodici. Io ho così potuto decidere di tornare a lavorare a tempo parziale dopo due mesi, e successivamente per un anno e mezzo Fredrik e io abbiamo lavorato mezza giornata, mentre nell’altra mezza ci siamo occupati di Jacob. Pertanto, sin da subito, il bambino e suo padre hanno avuto la possibilità di sviluppare un rapporto molto stretto, nell’ambito del quale la quotidianità, il cosiddetto “lavoro sporco” e il legame affettivo erano qualcosa di assolutamente naturale, proprio come tra me e Jacob. Alla base di tutto ciò ci sono ovviamente le condizioni materiali e istituzionali, nonché il diritto al congedo parentale retribuito. Tuttavia, all’interno della fascia di popolazione alla quale apparteniamo, vige una rigida regola sociale, ovvero che, all’interno di una coppia eterosessuale, al padre non solo è permesso ma è anche richiesto di condividere equamente la responsabilità genitoriale con la madre, e a me, come madre, è consentito – e in qualche modo anche richiesto – di concentrarmi su aspetti della mia vita diversi dalla genitorialità, come ad esempio la mia carriera, senza essere per questo giudicata negativamente.

Vi racconto un’altra storia personale: mio padre è anziano e, a seguito di un incidente, si trova a convivere con la disabilità. Chiunque si sorprenderebbe se io o mio fratello, o mia sorella, avessimo deciso di trasferirci a casa sua per occuparci di lui o pagassimo una persona per occuparsene. Si tratta, infatti, di una responsabilità delle autorità municipali. Sia l’assistenza alla popolazione anziana sia l’assistenza alle persone con disabilità fanno parte del sistema dei servizi di welfare, che sono universali, di qualità accettabile – se non addirittura in linea con le aspettative – ed economici. Questi servizi vengono finanziati tramite il gettito fiscale e forniti indipendentemente dalle condizioni economiche della persona assistita. Quello che sto cercando di dirvi attraverso questi esempi è che è impossibile comprendere le strutture e le relazioni familiari, nonché la condizione delle donne in Svezia se non si considerano le strutture dello stato sociale, i sistemi previdenziali e i servizi di assistenza che rendono ciascuna persona autonoma rispetto alla famiglia di appartenenza.

La storia dello stato sociale svedese è di lunga data: è iniziata nei lontani anni Trenta, quando la scena politica nazionale era dominata dalla socialdemocrazia (destinata a rimanere al potere per 40 anni). Alla base c'era l’ideologia dell’ingegneria sociale, sviluppata da Gunnar e Alva Myrdal, esponenti del mondo accademico e del mondo politico socialdemocratico. L’ingegneria sociale era imperniata su una convinzione: che le scienze sociali potessero definire cosa fosse meglio per l’interesse pubblico, e che il mondo politico dovesse utilizzare le risorse pubbliche nel perseguimento di tale obiettivo. La collettività era un ideale di sostanziale importanza. Era fondato su un’idea astratta di solidarietà, secondo la quale tutte le persone, proprio come in una grande casa, dovevano prendersi cura l’una dell’altra. È questa l’immagine alla base dell’ideologia di cui stiamo parlando. A partire da un tale schema teorico, si è sviluppato un sistema redistributivo e di servizi sociali che ha reso la Svezia uno dei paesi caratterizzati da un bassissimo livello di disuguaglianza di reddito negli anni Settanta, e che ha inoltre permesso alle donne di entrare nel mondo del lavoro. L’idea che tutte le persone dovessero lavorare rivestiva una grande importanza in questa ideologia e per lo sviluppo economico dello stato socialdemocratico. In aggiunta, il movimento femminista socialista o socialdemocratico ha combattuto e riportato vittorie a livello politico quali l’assistenza all’infanzia di qualità, l’assistenza alla popolazione anziana e la previdenza sociale, nonché un sistema di imposizione fiscale individualizzato, un’altra importante riforma nell’ottica dell’uguaglianza di genere, realizzata negli anni Settanta.

Lo sviluppo di un’ideologia imperniata sull’uguaglianza di genere, a partire dagli anni Settanta, poggia quindi su molte basi: le vittorie femministe, l’idea di autonomia personale e di responsabilità collettiva in materia di welfare (idea originatasi dalla socialdemocrazia), nonché le ricadute positive che un sistema redistributivo e la partecipazione delle donne al mercato del lavoro hanno a livello economico.

Per come il sistema è costruito, sarebbe possibile avere una ripartizione pienamente egualitaria dal punto di vista di genere, dei 450 giorni di congedo parentale. Questo non avviene però nella realtà: le madri solitamente fruiscono del 75% del totale dei giorni a disposizione, mentre i padri solamente del restante 25%. Una quota significativa di padri (circa il 25%) non fruisce neppure dei tre mesi destinati esclusivamente a loro, e che pertanto vanno persi.

Come ho già detto, nella fascia di popolazione alla quale io e il padre di mio figlio apparteniamo, la genitorialità e la famiglia sono improntate all’uguaglianza di genere – seppure, certamente, non realizzata appieno. Tuttavia, al riguardo esistono molte differenze a seconda della classe sociale considerata, nonché tra le famiglie con pari livello di istruzione e quelle all’interno delle quali esistono invece disuguaglianze. Il modello di ruolo tradizionale maschile prevede che siano i padri a esercitare la patria potestà su figli e figlie, mentre il modello di ruolo tradizionale femminile prevede che siano prevalentemente le donne a farsi carico della maggior parte del lavoro di cura – per quanto riguarda la prole ma anche i membri della famiglia malati e/o anziani. Quando si cerca di spiegare questo scenario, emergono condizioni materiali ben precise. Il divario tra i diversi gruppi è in crescita, parallelamente all’aumento della disuguaglianza tra le classi sociali. Inoltre, via via che il lavoro delle donne diventa precario, i ruoli tradizionali all’interno della famiglia esercitano un’attrattiva più forte. Le disuguaglianze nel mercato del lavoro sono sempre più significative, e lo stato sociale tende a occuparsi sempre meno del lavoro riproduttivo e della sicurezza sociale delle persone. Tutto ciò ha ovviamente degli effetti sulle norme che riguardano le famiglie.

In generale, il mercato del lavoro svedese ha queste caratteristiche da molto tempo, generalizzando: l’industria pesante e ad alto contenuto tecnologico è appannaggio degli uomini (ingegneri o colletti blu); il settore pubblico/dell’assistenza, i cosiddetti “altri servizi” e il commercio al dettaglio sono a forte prevalenza femminile (insegnanti, infermiere, assistenti sanitarie, commesse, ecc.). Si tratta di un mercato del lavoro fortemente segregato dal punto di vista di genere. Le fondamenta dello stato sociale poggiano quindi sul lavoro di cura e sul settore dei servizi, entrambi a prevalenza femminile, e questa divisione di genere del mercato del lavoro permane. Tuttavia, il lavoro riproduttivo è stato, per così dire, professionalizzato e retribuito in una misura molto maggiore rispetto ad altri paesi.

La grande industria svedese è attualmente in crisi. I lavori ad alto contenuto tecnologico rappresentano ancora una parte importante dell’economia, quindi chi possiede una laurea in ingegneria non ha problemi. Tuttavia, i posti di lavoro occupati dalla popolazione maschile appartenente alla classe povera sono soggetti a un processo di erosione sempre più forte, soprattutto nelle aree rurali. In questi settori, i sindacati hanno molto potere; pertanto, le condizioni di lavoro per coloro che hanno un impiego continuano a essere buone: spesso guadagnano molto di più rispetto a chi lavora nel settore dell’assistenza o a chi svolge lavori solitamente appannaggio delle donne.

C'è però da considerare che coloro che perdono il lavoro e vivono nelle aree rurali, e che sono cioè il fanalino di coda del paese in termini di sviluppo e non rappresentano una priorità per la classe politica, finiscono per alimentare le file del cosiddetto “malcontento reazionario maschile”, descritto da Susan Faludi già una trentina di anni fa. Nel momento in cui perdono autorità e potere, e si ritrovano privi di un futuro e di un’identità definita, questi uomini si avvicinano al nazionalismo e al neoconservatorismo. Questo non rappresenta in ogni caso un problema che riguarda esclusivamente la classe povera. L’ingegnere che vive in una piccola città simpatizza solitamente con il partito nazionalista, e sposa una visione alquanto tradizionale della famiglia: ciò in quanto potrebbe sentirsi minacciato – e questa potrebbe essere effettivamente la realtà – dal multiculturalismo, dalle conquiste femministe, dall’aumento del prezzo del gas o da altre politiche di stampo ambientalista.

Altro fenomeno cui assistiamo è il restringimento dello stato sociale, in atto da ormai trent'anni. Il sostegno politico a favore del congedo parentale e dell’assistenza all’infanzia è estremamente forte; quindi, è molto difficile per il mondo politico introdurre riforme in questi settori. Tuttavia, in ambiti come i congedi per malattia, le pensioni, le prestazioni assistenziali, l’assistenza alla popolazione anziana e l’assistenza alle persone con disabilità sono stati fatti molti passi indietro. Parallelamente, assistiamo a una significativa riduzione del carico fiscale su capitali e patrimoni – soprattutto per quanto riguarda il sistema fiscale redistributivo – nonché a generosi sgravi fiscali sui redditi più elevati.

Tutto ciò ha un impatto soprattutto sulle donne, e quindi sulle famiglie: le donne si trovano spesso in condizioni di salute più precarie, hanno redditi inferiori, percepiscono assegni pensionistici più bassi e svolgono il lavoro di cura.

Inoltre, lo stato sociale è stato mercificato. Molti servizi di welfare sono finanziati attraverso il gettito fiscale ma vengono ora erogati da realtà private orientate al profitto, spesso detenute da investitori esteri. Questi fornitori devono rendere l’erogazione dei servizi più efficiente in termini economici, e quindi praticano tagli al personale: trattandosi di un settore a prevalente presenza femminile, ciò colpisce le donne in modo particolare. Pertanto, le donne assistono a un peggioramento delle proprie condizioni lavorative e retributive, oltre a doversi sobbarcare carichi di cura più pesanti all’interno della famiglia.

Il precariato è molto diffuso nel settore dell’assistenza: i posti di lavoro a tempo pieno sono sempre di meno. Il personale passa sempre meno tempo con le persone assistite in quanto deve lavorare più velocemente per ridurre i costi di gestione e aumentare quindi il profitto. Lavorare in condizioni inadeguate comporta un più alto rischio di ammalarsi: le donne sono in congedo per malattia molto più spesso degli uomini – questo in quanto le loro condizioni di vita sono più dure. Tuttavia, i sistemi di previdenza sociale relativamente ai congedi per malattia stanno subendo tagli. Insomma, è un circolo vizioso.

È chiaro come il neoliberismo e uno stato sociale sempre più debole colpiscano soprattutto le donne da tutti i punti di vista: in quanto lavoratrici, in quanto persone che si fanno carico gratuitamente della cura della famiglia, in quanto malate e in quanto anziane.

Naturalmente, adottando un approccio intersezionale, vediamo come a perderci maggiormente siano le donne appartenenti alla classi povere, che non possono permettersi di ricorrere all’assistenza privata a pagamento in sostituzione dell’assistenza pubblica, e che devono quindi farsi carico del lavoro di cura non retribuito. Chi ci guadagna di più in tutto ciò? Gli uomini che svolgono lavori ben retribuiti e che si trovano in condizioni economiche più favorevoli, in quanto pagano meno tasse, nonché le grandi aziende che forniscono servizi di assistenza, che si trovano in mani maschili, perché beneficiano della mercificazione e commercializzazione dell’assistenza. 

Le femministe stanno combattendo molte battaglie culturali in Svezia, questo è importante. Tuttavia, e nonostante giochino un ruolo di estremo rilievo per le condizioni di vita delle donne a livello concreto, argomenti come il welfare e i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici costituiscono ancora degli angoli ciechi. C'è bisogno di una lotta femminista per la redistribuzione, per un’assistenza alle persone che sia collettivizzata e di buona qualità. E ci sono tutte le buone ragioni per farlo.

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