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La violenza sulle donne è
un problema per la salute

Foto: Unsplash/ Jonathan Perez

La violenza domestica è un problema di salute pubblica dalle dimensioni epidemiche. Una ricerca ricostruisce quali sono stati finora in Europa gli interventi terapeutici e di aiuto che hanno fornito supporto alle donne e hanno interagito con gli uomini maltrattanti

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L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha recentemente presentato i risultati del primo studio internazionale che ha indagato i dati sulla diffusione degli abusi fisici e sessuali subiti dalle donne in varie nazioni del mondo. Lo studio evidenzia come la violenza sulle donne sia diventato un  “problema sanitario di dimensioni epidemiche”.

Leggendo i dati dei singoli stati europei, osserviamo che i paesi in cui si registrano le percentuali maggiori di denunce, non a caso, sono quelli più "paritari": Danimarca (52%), Finlandia (47%) e Svezia (46%). Le percentuali più basse si registrano in Polonia (19%), Austria (20%) e Croazia (21%); in Italia è il 27% a denunciare gli abusi subiti.

Gli effetti delle violenze subite da parte del partner[1] sono molto spesso devastanti, queste donne riportano più frequentemente cattive problematiche fisiche e psicologiche e condividono diversi elementi con il trauma di essere presi in ostaggio e sottoposti a tortura. I più diffusi disturbi psicologici associati alla violenza sono la depressione e il disturbo da stress post-traumatico.

La letteratura scientifica internazionale ha indagato le problematiche che le donne devono affrontare e in maniera minore gli interventi preposti per fronteggiarle. Molti dei servizi indicati per fornire supporto, consulenza e assistenza alle vittime della violenza dipendono dagli sforzi del movimento femminista. Case rifugio e centri antiviolenza sono ad oggi la risposta più importante al problema. Negli ultimi dieci anni è stata infatti pubblicata una notevole letteratura scientifica che descrive le buone prassi per i servizi di supporto e protezione offerti alle vittime; a questa si unisce parte della ricerca accademica, utile per definire l’insieme dei servizi efficaci per la tutela della salute delle donne.

Le strategie e le politiche di intervento più diffuse a livello internazionale variano notevolmente per contesto e focus utilizzato e possono riguardare uomini violenti e donne vittime di violenza.

In Europa molti interventi per gli uomini violenti utilizzano un approccio cognitivo-comportamentale, che si concentra sull'apprendimento di comportamenti alternativi a quelli violenti. Molti altri fanno riferimento al modello Duluth, che si basa su un approccio profemminista e propone un intervento psico-educativo di gruppo, in cui gli operatori cercano di promuovere nei partecipanti un processo di autocoscienza per cambiare le convinzioni dei maltrattanti riguardo al potere, al controllo e alla dominanza sulle partners.

In Spagna, ad esempio, nel corso dell'ultimo decennio si è verificato un significativo aumento del numero di programmi per i maltrattanti come il Contexto Programme[2], a cui collabora un équipe multidisciplinare composta da psicologi, criminologi e avvocati dell’Università di Valencia. Il programma fornisce controlli periodici sull’avanzamento del percorso degli uomini condannati, aiuta gli stessi ad assumersi le proprie responsabilità e invia un messaggio di potenziale cambiamento alla società più ampia. Nonostante il programma risponda alle raccomandazioni internazionali, rimane ancora mancante di un vero e proprio modello di intervento coordinato di comunità.

Da diverse ricerche effettuate sui programmi diffusi in vari paesi europei sui maltrattanti si evidenzia che solo un terzo dei programmi considerati sono, o sono stati, oggetto di valutazioni sistematiche, e in genere coinvolgono un numero relativamente piccolo di partecipanti.

Gli interventi maggiormente utilizzati per le vittime di violenza da parte del partner, invece, riguardano diversi aspetti come la sicurezza, lo stile di vita, le conseguenze della violenza, la ri-vittimizzazione. Alcuni sono interventi brevi e sono stati sviluppati in contesti medici, altri in contesti legali, alcuni specificatamente per le case rifugio, affrontando ad esempio in primo luogo la messa in sicurezza delle donne; molti di essi prevedono interventi di empowermwent e advocacy[3].

In Gran Bretagna, ad esempio, dove la violenza nelle relazioni intime è un fenomeno abbastanza diffuso, il National Institute for Health and Care Excellence (NICE) ha pubblicato delle raccomandazioni che indicano come la creazione di un ambiente protetto e la presenza di personale formato siano di primaria importanza per rivelare la violenza. Esistono, nello specifico alcuni servizi espletati da assistenti sociali e servizi mobili, che raggiungono direttamente le donne nei luoghi dove subiscono violenza. Un sondaggio condotto su 200 utenti, commissionato da Women’s Aid, ha evidenziato come il 46% delle donne al momento del primo contatto conviveva con il partner violento, e che nel 90% dei casi, dopo un intervento di questo tipo, abbandonava la relazione violenta. Le donne hanno valutato positivamente questi servizi per l’approccio rapido, flessibile e proattivo, e per la risposta immediata a questioni di sicurezza.

Anche in questo caso, mentre in letteratura ci sono studi che affermano che gli interventi di empowerment/advocacy possono ridurre le recidive di violenza da parte del partner per alcune donne, non ci sono prove sufficienti riguardo gli esiti nel campo della salute mentale.

In letteratura sono documentati inoltre interventi integrati e a lungo termine. Tra i trattamenti più citati ricorrono sia programmi di consulenza che interventi terapeutici veri e propri. Gli interventi di terapia cognitivo-comportamentale, condotti da operatrici con buona conoscenza della violenza contro le donne, sono raccomandati per le donne che non sono più vittime di violenza[4]. Nonostante gli interventi abbiano mostrato una significativa diminuzione del livello di depressione e un aumento del sostegno sociale, non è stato indagato se i risultati si mantengono stabili dopo i sei mesi.

Al fianco della terapia cognitivo-comportamentale, sono stati sviluppati una serie di interventi diversi, tra cui: terapie interpersonali,  supporto sociale di gruppo, counselling con orientamento femminista, interventi di coppia. Anche in questo caso ci sono ancora poche prove che questi interventi possano essere efficaci nel miglioramento dei vari sintomi (depressione, sintomi traumatici, ecc.).

Nonostante le raccomandazioni dell’OMS e i diversi interventi messi a punto per il trattamento della violenza nelle relazioni intime, i tassi di ricaduta sono ancora alti e le ricerche scientifiche non ancora del tutto sufficienti. Considerando che le risposte sociali e psicologiche a volte appaiono frammentate o insufficienti, e che, sul piano culturale, assistiamo ancora a uno scarso investimento nella ricerca scientifica, sarebbe necessario e utile avere accesso a studi più rigorosi che consentano di ottenere risultati affidabili per promuovere una base di conoscenze e competenze comuni per la costruzione di protocolli di intervento da attuare insieme ai modelli attualmente erogati dai servizi presenti sul territorio. In particolare nel nostro paese, dove il ritardo nella ricerca su questo tema è grande, si sente la necessità di creare una linea di finanziamento nazionale e garantire sempre maggiormente, a livello delle Università, borse di dottorato e assegni di ricerca su questi temi.

Note
 

[1] Nella ricerca si farà riferimento alla nomencaltura scientifica Intimate Partner Violence (IPV). 

[2] Per approfondimenti si rimanda al sito https://www.uv.es/contexto/enriquegracia/Presentacion.htm

[3] Per advocacy intendiamo attività di sostegno che comprendono consulenze su questioni legali, economiche e alloggiative; facilitazione  nell’accesso e nell’utilizzo delle risorse della comunità come case-rifugio, case di accoglienza, o sistemazioni di emergenza; consulenze informali; supporto continuo e consulenze sul piano della sicurezza personale. Mentre con il termine empowerment ci riferiamo all’aiuto offerto alle donne nel sentirsi maggiormente in grado di controllare la propria vita e a prendere decisioni circa il proprio futuro.

[4] Esistono due programmi che comprendono specifiche variazioni dell’approccio CBT: la Cognitive Trauma Therapy for Battered Women  e il programma Helping to Overcome PTSD through Empowerment.

Questo contributo è una breve sintesi dell’articolo originale Therapeutic interventions in Intimate Partner Violence: An overview di Valeria Condino, Annalisa Tanzilli, Anna Maria Speranza e Vittorio Lingiardi, pubblicato nel 2016 su Research in Psychotherapy; Psychopathology, Process and Outcome, 19, pp. 79-88. Valeria Condino, tra gli autori della ricerca, ha vinto nel 2014 la borsa della Fondazione Sapienza intitolata a Francesca Molfino contro la violenza sulle donne