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Vivere contro crisi
succede a Bolsena

bolsena

L'economia non è solo quella delle manovre, dell'austerity ma anche quella dello scambio, dell'autoproduzione, della reciprocità. Quando il sistema formale va in crisi fioriscono pratiche ed esempi di un'economia alternativa basata sulle relazioni: una lettura femminista delle opportunità aperte dal bisogno nella piccola comunità di Bolsena.

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“Donne e crisi” è un argomento di cui si sente parlare spesso in questi tempi. Per esempio, John Hendra, vice segretario generale per le politiche e il programma donne delle Nazioni Unite, sosteneva il 10 marzo scorso a New York, durante un discorso pubblico che: “la crisi economica e finanziaria ha messo in luce le falle dell’attuale modello economico, modello che contribuisce alla disuguaglianza e la vulnerabilità specialmente delle donne (...) In molti paesi la recente crisi economica globale e la successiva ripresa, che non si basa sull’aumento dell’occupazione, hanno alimentato il divario tra madri e padri rispetto alle ore destinate al lavoro e quelle destinate al tempo libero. Inoltre, i tagli alla sanità pubblica, all’assistenza all’infanzia e ai servizi di protezione sociale hanno fatto sì che si tornasse ad affidare, in misura sempre maggiore, queste responsabilità alle donne”. 

Non solo le argomentazioni di John Hendra ma anche molti studi[1] recenti sostengono che l’impatto della crisi è fortemente genderdizzato. Effettivamente in Italia solo nel settore dell’istruzione sono stati tagliati 19.700 posti di lavoro femminili e altri 87.000 sono previsti nell’immediato futuro[2]. E i vari rapporti sull’impatto di genere della crisi, tra i quali quello della lobby europea delle donne, sottolineano come in tutta Europa siano le donne  a pagare di più.

Pur tenendo a mente i dati, credo però che sia necessario mettere in discussione la retorica delle donne schiacciate dalla crisi. Invece di focalizzarci sulle donne come le più vulnerabili e le più colpite, dovremmo considerare la crisi come una parte delle circostanze storiche in corso in cui le disuguaglianze di genere esistono, vengono contestate e vissute nel più grande quadro del capitalismo neoliberale. La crisi non è insormontabile e paralizzante, è un momento che stiamo attraversando. Abbiamo bisogno di puntare lo sguardo sui modi di vita che aprono possibilità di cambiamento nelle nostre vite quotidiane. Bisogna cercare spiragli e alternative che coesistano con la crisi senza ignorare le cose dure, difficili e ingiuste, ma facendo finta di non sapere che la crisi ci condurrà a più ingiustizia e maggiore disuguaglianza.

Per uscire da questa retorica vittimista dobbiamo analizzare criticamente la visione mainstream delle donne nella crisi e, mettendo per un momento da parte i dati economici, imparare dai movimenti sociali e dal femminismo a leggere i legami tra corpo, cultura, ecologia ed economia.

Se ci liberiamo dalla trappola delle idee preconcette di quali siano le misure giuste da adottare, riusciremo ad allargare lo sguardo alle contraddizioni, gli errori, la confusione che sono il seme del cambiamento sociale. Sui cambiamenti di prospettiva e gli sguardi allargati, ho trovato molto utile il lavoro di J.K. Gibson-Graham, pseudonimo usato da Julie Graham, economista femminista americana e Kathie Gibson, geografa femminista australiana per il loro lavoro congiunto. Fin dal 1996, nel loro lavoro hanno sottolineato quanto sia necessario andare al di là della rappresentazione dominante del capitalismo come sistema coerente: vincolato, gerarchicamente ordinato, vitalizzato da un imperativo di crescita e onnipresente, descritto da una teoria e una politica macroeconomica (Gibson-Graham 1996; 2006). Nell’immaginario di queste autrici l’economia è uno spazio sociale diversificato. Al centro di questo immaginario di nuove economie ci sono nuovi soggetti economici e pratiche etiche di coltivazione del sé. In questo immaginario la trasformazione economica locale riguarda i modi di coltivare soggetti economici con differenti desideri e capacità che ha a che fare tanto con una maggiore speranza di cambiamento, quanto con l’incertezza.

Vorrei fare un esempio a partire dalla mia esperienza, che testimoni come nella crisi possano avere origine nuove forse economiche e sociali parlando dei tentativi messi in atto dalle comunità per trovare alternative a un capitalismo neoliberale privo di freni e limiti. In questo momento dedico parte del mio tempo a lavorare in un’organizzazione femminista di una piccola comunità. L’organizzazione si chiama Punti di Vista (PdV) e ha sede nel convento di Santa Maria del Giglio, a Bolsena. Le persone che fanno parte di PdV lavorano volontariamente e il loro reddito viene da altri lavori pagati (accademia, governo, ONG sia in Italia che all’estero). A Bolsena il governo locale è una lotta continua fatta di estenuanti negoziazioni tra il municipio, i comitati, la chiesa, i partiti e i gruppi; PdV ha deciso di concentrarsi su un mandato specifico e di sostenere con il proprio lavoro le donne locali che promuovono forme di turismo alternative, che gestiscono librerie caffè, “eco” enoteche, “bio” caseifici, che organizzano workshop sul cibo locale e sulla cultura etrusca.

Le discussioni sulla gestione del territorio sono influenzate anche dalla politica del quotidiano del prendersi cura della famiglia. La sopravvivenza ha, infatti, bisogno di “lavoro nero” che fornisce cibo e cura consentendo alle persone di superare la diminuzione del turismo, l’aumento delle tasse locali e nazionali, la riduzione dei servizi sociali e la complessità delle normative europee in merito alla produzione e commercializzazione dei prodotti alimentari.

Grazie alla buona volontà di molti, la comunità riesce a sopravvivere sia alle crepe del sistema politico italiano, sia all’incertezza economica.

Ci sono le incertezze, ma ci sono anche nuove iniziative in corso: giardini comunali, condivisione della produzione locale in cooperative, banca del tempo, l’organizzazione di spettacoli che celebrino eventi storici locali, fiere durante il periodo del raccolto ecc. Molte storie vengono ri-accolte: quelle che danno senso alla cultura della Tuscia con la sua storia etrusca, così come i racconti più conservatori basati sulla Chiesa cattolica o su comunità di caccia e pesca.

Sono nate nuove comunità intorno ai gruppi di giovani, alle nuove forme di negozi equo-solidali, ai ristoranti che promuovono cibo e vino locali. Parlando con le persone a Bolsena emerge sia una ricerca di nuove forme d’identità culturali e politiche, che una grande sfiducia nelle politiche nazionali e nelle possibilità di fare questa ricerca rimanendo nell’ambito del mercato globale così com’è oggi. Le persone non pensano che i diritti dei lavori e la protezione sociale siano qualcosa per cui valga la pena lottare, tanta è la sfiducia nella politica statale, compresa l’“Europa”. Molti parlano di traferirsi in Germania, Inghilterra, Olanda, dove credono ci siano più possibilità.

Eppure sento che a Bolsena le cose stanno cambiando. Le persone cercano significati aldilà dei “consumi fittizi” e credo che, se cambia l’immaginario economico mettendo a valore i modi di vita di questo periodo, il senso d’identità e cultura potrebbe sopravvivere.

Come femministe il nostro ruolo è quello di elaborare una critica diretta al pensiero dominante e ai modi di vita ad esso connesso, inclusa una forte critica al sistema economico in cui si contestualizza la crisi. Dobbiamo pensare a come le nostre ricerche e le nostre azioni possano creare un terreno fertile per innovazioni sociali ed economiche. Quali sono le pratiche di pensiero socialmente creativo che permetterebbero alla nostra analisi di essere fonte di speranze, possibilità e di una narrativa alternativa? La riflessione sull’economia non può essere scissa dalle nostre emozioni e dalle nostre sensazioni fisiche. Non possiamo permetterci di farci abbattere dalla paura generata dai discorsi sulla crisi.

Se guardiamo all’economia come naturalmente e giustamente capitalista allora qualsiasi attività economica differente, che per esempio non comporta operazioni di mercato o manodopera retribuita, non può essere vista come legittima, dinamica o di lunga-durata. Il capital-centrismo del discorso economico sussume tutte le attività economicamente diverse rendendole uguali a, l’opposto di, un complemento di o comprese entro il capitalismo (Gibson-Graham 2008).

E’ importante che ci poniamo domande che aprano possibilità invece di chiuderle, che ci rendano economicamente innovativi nel nostro modo di vivere quotidiano, che ci spingano oltre le profonde disuguaglianze del capitalismo indirizzandoci verso un cambiamento sociale.

 

 

 

Riferimenti bibliografici

Bettio, F. M. Corsi, C. D’Ippoliti, A. Lyberaki, M. S. Lodovici and A.Verashchagina, 2012The impact of the economic crisis on the situation 
of women and men and on gender equality policies’, European Commission, FGB- Fondazione Giacomo Brodolini  IRS- Istituto per la Ricerca Sociale December 2012

European Women’s Lobby, 2012 ‘The price of austerity - The impact on women’s rights and gender equality in Europe’, October, web edition,www.womenlobby.org

Ghosh, J. 2013 ‘Economic crises and women’s work: exploring progressive strategies in a rapidly changing global environment’, web edition,

Gibson-Graham J.K. 1996 The End of Capitalism (As We Knew It): A Feminist Critique of Political Economy, Oxford: Blackwell Publishers.

Gibson-Graham, J.K.  2006 A Postcapitalist Politics, Minneapolis: University of Minnesota Press.

Gibson-Graham J.K. 2008 ‘Place-based Globalism: A New Imaginary of Revolution’, Rethinking Marxism 20, no. 4

Hendra, J. 2014 Remarks at the CSW 10 March 2014

 



[1] (Bettio et al 2012; Ghosh 2013)

[2] (Bettio et al 2012)