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Part-time e pay gap, non è inclusione

Foto: Unsplash/ rawpixel

È vero, in Europa le differenze di genere nella partecipazione al mercato del lavoro e nei tassi di disoccupazione sono relativamente limitate e si sono ridotte negli ultimi 20 anni. Tuttavia questo lento avanzamento non compensa un dato rilevante: più del 30% delle donne lavora part-time contro una percentuale di uomini inferiore al 9%. A sottolinearlo è Irene Wintermayr, policy officer dell'Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) di Bruxelles intervenuta di recente all'interno di una discussione pubblica in materia di parità di genere in Europa.

E non è tutto. L'occupazione femminile si è andata via via concentrando nel settore dei servizi a basso reddito. Negli ultimi vent'anni è aumentato infatti l'impiego delle donne nei settori della salute, dell'educazione e dei servizi sociali, ha continuato Wintermayr. A questo si aggiunge che in Europa la differenza di reddito rispetto al genere, il cosiddetto gender pay gap, si attesta ancora intorno al 20%. E se andiamo a vedere le posizioni manageriali, dove i redditi sono più alti, questo divario raddoppia, raggiungendo il 40%.

L'unico modo di superare questo divario è ripartire dalla messa in discussione dei ruoli tradizionali. "Le donne spesso scelgono il percorso di studio e la loro occupazione in base a considerazioni che mettono al centro le responsabilità di cura e la flessibilità di tali percorsi in modo che siano conciliabili con la cura della famiglia" ha specificato Wintermayr, suggerendo che i processi di reclutamento e formazione potrebbero invece incoraggiare le donne a scegliere lavori non ritenuti tradizionalmente femminili, oltre a evidenziare la necessità di rafforzare le politiche che favoriscano la conciliazione tra famiglia e lavoro.