Leggere la violenza digitale di genere con una lente intersezionale significa riconoscere che non esiste un'unica esperienza possibile della rete, e che negli spazi digitali vengono riprodotte le gerarchie di potere che colpiscono chi sfugge al concetto di norma. Una ricognizione su come ampliare la consapevolezza delle modalità con cui la violenza viene agita e spesso resa invisibile online
Intersezioni nella
cyberviolenza
Gli studi di genere e il pensiero (trans)femminista, queer, intersezionale e del femminismo nero – insieme ai contributi della teoria critica della razza (critical race theory) e degli studi post-coloniali – hanno profondamente inciso sul modo in cui interpretiamo la violenza di genere, oggi letta come un fenomeno sistemico, radicato nelle strutture sociali e nelle norme che regolano il genere come costruzione relazionale.
In questa prospettiva, è violenza di e del genere qualsiasi forma di violenza che nasce e si alimenta nelle cornici eterocispatriarcali – e che colpisce in modo particolare donne, persone Lgbtqia+ e tutte le soggettività che non si conformano alle aspettative dominanti. Analizzare la violenza in questo quadro significa tener conto delle sue intersezioni con altri assi di oppressione – classe, processi di razzializzazione, dis/abilità, tra gli altri – e osservare ogni episodio all’interno del contesto che lo rende possibile.
Le principali fonti internazionali (fra cui Amnesty International, l'Istituto europeo per l'uguaglianza di genere, The Economist) confermano che, pur potendo coinvolgere chiunque, la violenza mediata dalle tecnologie colpisce in modo sproporzionato donne e persone Lgbtqia+, soprattutto le più giovani, esposte con maggiore frequenza e intensità a forme estreme di violenza online. Fattori come etnia, colore della pelle, status migratorio, orientamento sessuale, identità ed espressione di genere o condizioni socio-economiche incidono direttamente sui meccanismi della violenza e sui processi di vittimizzazione.
Un approccio intersezionale permette di far emergere le modalità specifiche con cui la violenza digitale di genere si manifesta. Le giovani persone Lgbtqia+, ad esempio, cercano in rete spazi più sicuri e accoglienti rispetto ai contesti offline: luoghi in cui reperire informazioni, confrontarsi, costruire comunità ed esplorare la propria sessualità senza il timore di subire aggressioni fisiche. Paradossalmente, però, proprio questi spazi possono diventare luoghi di nuova esposizione alla violenza.
La complessità delle intersezioni emerge anche in relazione alla manosfera. La studiosa Debbie Ging ha descritto le alleanze antifemministe che si formano, in alcuni contesti gamer e geek (cioè relativi ai videogiochi e alla cultura nerd), tra uomini eterosessuali e uomini gay che fanno proprie le retoriche incel e la narrativa del "maschio beta" (beta male).[1] La costruzione identitaria che ne deriva rivendica una maschilità subordinata, presentata come marginalizzata e incompresa, e la usa come terreno comune da cui attaccare donne e femministe, rafforzando le gerarchie di genere anziché metterle in discussione.
Un'altra area in cui questo intreccio di violenze diventa evidente è quella delle cybermolestie verso le atlete. L'ostilità digitale contro le sportive – professioniste o amatoriali – si concentra spesso sull’aspetto fisico, sulla forza, sulle performance. Si tratta di un vero e proprio dispositivo di sorveglianza sociale che controlla e disciplina ruoli ed espressioni di genere, punendo chi si discosta dalle norme egemoniche. Gli schemi sono ricorrenti: commenti sull'aspetto fisico che ne mettono in discussione la femminilità, critiche alle prestazioni lette come "innaturali", attacchi alla sessualità presunta o dichiarata. In molti casi, questi comportamenti non rimangono confinati allo spazio online ma si traducono in pressioni che influenzano concretamente le carriere sportive, spingendo alcune atlete a ridurre la propria presenza sui social o ad abbandonare del tutto certi spazi digitali. La violenza digitale diventa così un meccanismo di esclusione che limita la visibilità e la partecipazione pubblica di chi non corrisponde all'ideale normativo della sportiva "accettabile". Questi attacchi colpiscono in modo ancora più duro le atlete non bianche, queer o provenienti dal Sud Globale, intrecciandosi con retoriche razziste, queerfobiche e coloniali.
Dinamiche simili regolano lo scrutinio costante dei corpi delle persone trans, i cui profili social possono trasformarsi in spazi in cui identità, espressione di genere e percorsi di transizione diventano oggetto di discussione pubblica non consensuale. Ne deriva un processo continuo di delegittimazione: l'identità della persona trans viene messa costantemente in discussione, la sua esperienza ridotta a oggetto di curiosità o di polemica, e la sua presenza online trasformata in un terreno di conflitto anziché di espressione.
Nel contrasto alla violenza mediata dalle tecnologie (in inglese, technology-facilitated gender-based violence) è inoltre fondamentale riconoscere non solo le modalità con cui la violenza viene agita, ma anche i processi che la rendono invisibile nelle esperienze di specifiche soggettività e comunità. Nelle relazioni sessuo-affettive lesbiche, per esempio, la violenza fatica a emergere per effetto di un doppio livello di invisibilizzazione: da un lato, persiste lo stereotipo secondo cui le donne non sarebbero capaci di esercitare violenza fisica all'interno di una relazione; dall'altro, le forme di violenza non fisica, comprese quelle digitali, tendono a essere sistematicamente sottovalutate, come se non lasciassero tracce altrettanto reali. Questi due meccanismi si combinano e si rinforzano a vicenda, rendendo le esperienze lesbiche di violenza mediata dalle tecnologie difficili da riconoscere, da nominare e da portare all'attenzione di chi potrebbe offrire supporto.
Allargando lo sguardo alle soggettività queer più in generale, emergono poi ostacoli specifici alla denuncia o alla richiesta d'aiuto. Rendere pubblica una violenza significa spesso esporsi a un livello di visibilità che può essere insostenibile, soprattutto per le persone trans e per chi non ha accesso a reti di supporto. Inoltre, la sfiducia nelle istituzioni – forze dell'ordine, servizi sociali, sistema giudiziario – diffusa tra comunità storicamente oppresse, porta molte persone a evitare percorsi formali di tutela. Infine, è ancora diffuso il timore che denunciare violenze all'interno di relazioni non eterosessuali possa alimentare ulteriori stigmatizzazioni verso l’intera comunità, esponendo chi denuncia a isolamento anziché protezione. In questo modo, la violenza non emerge perché i costi del renderla visibile appaiono troppo alti.
Leggere la violenza digitale di genere attraverso una lente intersezionale significa, in ultima analisi, riconoscere che non esiste un'unica esperienza possibile della rete. Gli spazi digitali non sono neutrali: riflettono e amplificano le disuguaglianze che attraversano la società, riproducendo gerarchie di potere che colpiscono con maggiore intensità chi vive già ai margini. Le dinamiche osservate nello spazio online non sono eccezioni generate dal digitale, ma estensioni di un regime di genere che opera in ogni ambito sociale.
Questo articolo nasce dall'intervento tenuto in occasione del convegno Ctrl+Shame, Canc. La Cyberviolenza di genere tra rappresentazioni, riconoscimenti e resistenze, che si è tenuto il 4 dicembre 2025 presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell'università di Bologna.
Note
[1] L'espressione beta male ("maschio beta") proviene dalla manosfera e da comunità online maschiliste che interpretano le relazioni di genere attraverso una gerarchia tra maschi "alfa" e "beta", attribuendo a questi ultimi una condizione di marginalità sessuale e sociale.
Riferimenti
S. Avalos, M.K. Kibler, E. Monk-Turner, Out of the closet and onto the Olympic floor: A qualitative look at social media users’ perceptions of transgender Olympic athletes, in Gender Issues, 39, 4, 2022, pp. 437-454.
P.H. Collins, Learning from the outsider within: The sociological significance of Black feminist thought, in Social Problems, 33, 6, 1986, pp. 14-32.
R.W. Connell, J.W. Messerschmidt, Hegemonic masculinity: Rethinking the concept, in Gender and Society, 19, 6, 2005, pp. 829-859.
K. Crenshaw, Demarginalizing the intersection of race and sex: A Black feminist critique of antidiscrimination doctrine, feminist theory, and antiracist politics, in University of Chicago Legal Forum, 1989, pp. 139-167.
E. Eikren, M. Ingram-Waters, Dismantling “you get what you deserve”: Towards a feminist sociology of revenge porn, in Ada: A Journal of Gender, New Media, and Technology, 10, 2016.
M. Gámez-Guadix, D. Incera, Homophobia is online: Sexual victimization and risks on the internet and mental health among bisexual, homosexual, pansexual, asexual, and queer adolescents, in Computers in Human Behavior, 119, 2021, Articolo 106728.
D. Ging, Alphas, betas, and incels: Theorizing the masculinities of the manosphere, in Men and Masculinities, 22, 4, 2019, pp. 638-657.
A. Gurumurthy, A. Vasudevan, N. Chami, Born digital, born free? A socio-legal study on young women’s experiences of online violence in South India, Bangalore, IT for Change, 2019.
L. Hillier, K.J. Mitchell, M.L. Ybarra, The internet as a safety net: Findings from a series of online focus groups with LGB and non-LGB young people in the United States, in Journal of LGBT Youth, 9, 3, 2012, pp. 225-246.
B.A. Jones, J. Arcelus, W.P. Bouman, E. Haycraft, Sport and transgender people: A systematic review of the literature relating to sport participation and competitive sport policies, in Sports Medicine, 47, 4, 2017, pp. 701-716.
E. Kavanagh, C. Litchfield, J. Osborne, Sporting women and social media: Sexualization, misogyny and gender-based violence in online spaces, in International Journal of Sport Communication, 12, 4, 2019, pp. 552-572.
J. Ringrose, K. Regehr, S. Whitehead, “Wanna trade?”: Cisheteronormative homosocial masculinity and the normalization of abuse in youth digital sexual image exchange, in Journal of Gender Studies, 31, 2, 2022, pp. 243-261.
M.C. Scarcelli, Manosphere periferiche. Ragazzi, omosocialità e pratiche digitali / Peripherical manospheres. Young people, homosociality and digital practices, in AG AboutGender, 10, 19, 2021, pp. 1-34.
M.M.R. Sheikh, M.M. Rogers, Technology-facilitated sexual violence and abuse in low and middle-income countries: A scoping review, in Trauma, Violence, & Abuse, 25, 2, 2024, pp. 1614-1629.
R. Taha-Thomure, A.S. Milne, E.J. Kavanagh, A.E. Stirling, Gender-based violence against trans* individuals: A netnography of Mary Gregory’s experience in powerlifting, in Frontiers in Psychology, 13, 2022, Articolo 854452.
J. Van Ouytsel, K. Ponnet, M. Walrave, J.R. Temple, Adolescent cyber dating abusive victimization and its association with substance use and sexual behaviors, in Public Health, 135, 2016, pp. 147-151.