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Le ricerche più recenti descrivono la violenza digitale come un fenomeno stratificato e complesso, non solo radicato nelle dinamiche più tradizionali ma soprattutto generato da una serie di pratiche interconnesse rese possibili dalle tecnologie. Quella che ne deriva è una catena di nuove forme di discriminazione, in cui il confine tra online e offline si fa sempre più sottile

Logiche digitali
della violenza

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Unsplash/Logan Voss

La violenza digitale di genere rappresenta un fenomeno in costante espansione, che riproduce e intensifica rapporti di potere già radicati nei contesti offline. Dati recenti mostrano la sua diffusione e persistenza su scala mondiale. Nell’Unione europea, circa il 7% delle donne dichiara di aver subito molestie sessuali tramite social media o app di messaggistica, percentuale che sale al 13,5% per le giovani tra i 18 e i 29 anni. A livello globale, l’85% delle donne ha assistito a episodi di molestie o violenza online, con livelli di esposizione più elevati nei contesti segnati da disuguaglianze di genere strutturali. Al tempo stesso, persistono ampie lacune normative: meno della metà delle donne e delle ragazze nel mondo è tutelata da quadri giuridici che riconoscono e sanzionano forme di violenza digitale come molestie, stalking online o la diffusione non consensuale di contenuti intimi.

La prevalenza di forme di abuso mediate dalle tecnologie digitali in contesti caratterizzati da marcati divari di genere, insieme alle lacune nella protezione legislativa, permettono di inquadrare la violenza di genere digitale come un fenomeno stratificato. In questo quadro, le tecnologie non svolgono un ruolo meramente strumentale, ma contribuiscono attivamente ad amplificare forme di abuso già note e a favorire l’emergere di nuove.

È all’interno di questa cornice teorica che si colloca il progetto di ricerca nazionale Gendering Internet: Violence, Resilience and Empowerment in Digital Spaces (GIVRE), coordinato da Sapienza Università di Roma, in collaborazione con l’Università di Padova e la Link Campus University. Il progetto muove dal presupposto che le piattaforme digitali non si limitino a ospitare singoli atti di aggressione, ma contribuiscano attivamente, attraverso affordance (ovvero le possibilità di azione e interazione che le piattaforme rendono disponibili e incentivano, ndr), algoritmi, logiche di visibilità ed engagement, a produrre ed espandere dinamiche di violenza sia esplicite – come molestie e stalking – che più indirette, legate a processi di polarizzazione e normalizzazione dell’aggressività.

Le 50 interviste qualitative realizzate in tutta Italia con utenti diversificati per età, identità di genere, orientamento sessuale e titolo di studio restituiscono l’immagine di una violenza digitale stratificata, in cui pratiche diverse si sovrappongono e si rafforzano reciprocamente, rendendo sempre più porosi i confini tra esperienze online e offline. Questa stratificazione incide profondamente sulle soggettività, influenzando le modalità di partecipazione negli spazi digitali e producendo strategie di autocensura ed evitamento, come la rinuncia a intervenire nelle discussioni online o la limitazione dell’esposizione del proprio corpo per timore di giudizi. Tali dinamiche risultano particolarmente intense all’intersezione tra genere e orientamento sessuale e relazionale, dove identità non conformi ai canoni etero- e mononormativi riportano forme ricorrenti di ipersessualizzazione e stigmatizzazione. Le donne impegnate in relazioni non monogame, ad esempio, denunciano una limitazione strutturale della libertà personale, che impone una costante vigilanza su di sé e sulle proprie modalità di espressione nello spazio digitale.

Per quanto riguarda gli strumenti messi a disposizione dalle piattaforme per contrastare abusi e violenze, il quadro che emerge è fortemente critico. Le funzioni di segnalazione e moderazione sono percepite come inefficaci, facilmente aggirabili e poco aderenti alle esperienze di danno vissute, anche a causa di logiche strutturali che privilegiano l’engagement rispetto alla tutela. Di fronte a questa sfiducia, molte persone adottano strategie autonome di gestione della propria presenza online, selezionando spazi percepiti come più sicuri. L’auto-selezione di ambienti digitali affini, spesso legati a posizionamenti femministi condivisi, può essere interpretata non come una chiusura passiva al confronto, ma come una pratica consapevole di cura e riappropriazione dello spazio informativo, che affianca alle tattiche individuali di autodifesa forme di solidarietà e supporto collettivo.

Nel complesso, le narrazioni raccolte mostrano una crescente consapevolezza dei meccanismi attraverso cui la violenza prende forma negli spazi digitali. Non a caso, questa capacità di lettura critica emerge in modo particolarmente marcato tra le soggettività maggiormente esposte, come donne e persone Lgbtqia+, suggerendo come la violenza di genere digitale vada intesa non come una somma di episodi isolati, ma come un fenomeno sistemico che riflette e amplifica disuguaglianze e oppressioni preesistenti.

Come sottolineato da diversi studi, tali forme di violenza si collocano in continuità con rapporti di potere già operanti offline, ma vengono rielaborate e potenziate dalle logiche algoritmiche di piattaforma. L’ecosistema digitale contemporaneo è infatti attraversato da tensioni profonde, in cui promesse di apertura e democrazia convivono con dinamiche di esclusione, marginalizzazione e abuso. L’espansione di infrastrutture digitali e media algoritmici – dalle piattaforme di social networking ai sistemi di ricerca e assistenza vocale – è stata spesso raccontata come un fattore di democratizzazione e autonomia individuale, capace di ridefinire l’accesso all’informazione, nonché le forme di espressione pubblica e partecipazione politica. Allo stesso tempo, tali ambienti hanno operato come amplificatori di disuguaglianze sociali preesistenti, favorendo processi di polarizzazione, normalizzazione della violenza e produzione di nuove vulnerabilità.

Pratiche come il controllo digitale, la sorveglianza reiterata, la circolazione di contenuti sessualizzati non consensuali o di narrazioni d’odio sessiste e razzializzate mostrano come le tecnologie non si limitano a veicolare comportamenti individuali devianti, ma partecipano attivamente a riprodurre e ampliare le dinamiche di violenza e marginalizzazione già presenti nei contesti offline. Lungi dall’essere meri canali di trasmissione, gli ambienti digitali agiscono infatti come sistemi che organizzano la visibilità, premiando i contenuti e i profili maggiormente aderenti alle logiche della datificazione e dell’engagement. In questo senso la violenza digitale di genere può essere compresa come un effetto emergente di configurazioni sociotecniche specifiche, piuttosto che come il semplice risultato di comportamenti individuali devianti.

Per interpretare questa compenetrazione tra tecnologie digitali e strutture di genere, alcuni contributi richiamano il concetto di continuum elaborato nell’analisi della violenza sessuale da Liz Kelly, sociologa britannica, esperta di violenza sessuale e direttrice del Child and Woman Abuse Studies Unit (CWASU) presso la London Metropolitan University, nel suo libro Surviving sexual violence (University of Minnesota Press, 1988). Secondo Kelly, il termine continuum può ricoprire un duplice significato: una caratteristica di base che accomuna eventi differenti e una serie continua di elementi o eventi che si susseguono l’uno nell’altro e non possono essere facilmente distinti. 

Riprendendo e ampliando questa prospettiva, Karen Boyle, studiosa e docente di studi sui media femministi all'Università di Strathclyde, sottolinea la necessità di espandere il continuum thinking come strumento critico, capace di rendere visibili le forme meno riconosciute di violenza senza neutralizzarne la portata politica attraverso una istituzionalizzazione acritica. Applicato al contesto digitale, il continuum thinking consente di leggere la violenza di genere non come una sequenza di episodi isolati o come una distinzione netta tra comportamenti “normali” e “devianti”, ma come una costellazione di pratiche interconnesse che si collocano lungo una traiettoria attraversata da rapporti di potere, controllo e resistenza. Questa prospettiva problematizza dicotomie consolidate – come online/offline, violenza/non violenza, scelta/costrizione – mostrando come le tecnologie digitali agiscano come “contesti abilitanti” della violenza.

Di conseguenza, le strategie di contrasto non possono limitarsi a risposte individuali o adattive, ma devono necessariamente articolarsi anche su piani collettivi, includendo interventi di regolazione pubblica e pratiche di progettazione tecnologica capaci di mettere in discussione le logiche dominanti degli ambienti digitali.

Riferimenti

K. Boyle, What’s in a name? Theorising the inter-relationships of gender and violence, in Feminist Theory, 20, 1, 2019, pp. 19-36.

European Institute for Gender Equality, EU gender-based violence survey: Key results, Publications Office of the European Union, 2024.

N. Henry, A. Flynn, A. Powell, Technology-facilitated domestic and sexual violence: A review, in Violence against Women, 26, 15-16, 2020, pp. 1828-1854.

L. Kelly, The conducive context of violence against women and girls, in Discover Society, 1, 30, 2016.

L. Kelly, Surviving sexual violence, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1988.

The Economist Intelligence Unit, Measuring the prevalence of online violence against women: Global insights into patterns, contexts and consequences, The Economist Intelligence Unit, 2021.

World Bank, Protecting women and girls from cyber harassment: A global assessment of existing laws, World Bank Group, 2023.