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Una donna alla presidenza SIE,
Annalisa Rosselli

Foto: Flickr/Faculty of Social Sciences and Technology Management

Come è cambiata rispetto al passato la presenza e la partecipazione delle donne nel settore della ricerca economica? Ne parliamo con Annalisa Rosselli, appena eletta alla presidenza della Società Italiana Economisti

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Da pochissimo sei stata eletta alla presidenza della Società Italiana Economisti (SIE), sei la prima donna a ricoprire questa carica. Una bella notizia, che arriva a un anno di distanza da quella dell’ammissione di Cristina Marcuzzo all’accademia dei Lincei, prima donna economista ammessa dall’istituto. Ci sembrano due dati importanti di un cambiamento in corso. Come è cambiata rispetto al passato la presenza e la partecipazione delle donne nel settore e come è stato possibile questo cambiamento?

Le economiste italiane hanno da molto tempo avuto la percezione di essere sottorappresentate nel settore delle scienze economiche e soprattutto assenti ai livelli più alti. Circa venti anni fa abbiamo promosso la prima ricerca in Italia che, analizzando quello che succedeva alle economiste, ha aperto la discussione sul problema della presenza e del ruolo delle donne nell’università italiana. Molte delle componenti della redazione di InGenere si ricorderanno di quella ricerca perché ci hanno partecipato attivamente. La pubblicammo con il titolo “Che genere di economista”. Da questo punto di vista siamo state delle pioniere, anche nell’individuare i meccanismi attraverso i quali le donne venivano tenute ai margini della professione, per esempio escludendole dai comitati di redazione delle riviste, dalle commissioni di valutazione, dai finanziamenti. Certo la situazione è cambiata da allora. Nel 1997 le donne erano uno scarso 27 per cento di tutti gli economisti nell’università italiana e quelle al livello di carriera più alto, i professori ordinari, non erano nemmeno il 5 per cento. Vent’anni dopo queste cifre sono rispettivamente il 36 e il 21 per cento. Non è un risultato eclatante, ma è sempre un risultato positivo, soprattutto se lo confrontiamo con quello di altri paesi - per esempio, in UK i dati corrispondenti sono 27 e 14 per cento. Il cambiamento è avvenuto di pari passo con quello che stava accadendo nel resto della società italiana. Negli ultimi vent’anni in Italia non ci sono state vere e proprie azioni specifiche per promuovere l’uguaglianza di genere né in questo né in nessun altro settore scientifico, però il clima sociale e culturale è cambiato grazie anche a una ripresa pubblica del movimento delle donne, che per molti anni aveva continuato a lavorare sottotraccia. L’assenza delle donne dalle posizioni di comando è finalmente diventata lampante, soprattutto se commisurata alla iperqualificazione di alcune. Per quanto riguarda le economiste, è solo da tre anni che la SIE ha monitorato l’uguaglianza di genere, grazie alla commissione di genere coordinata da Marcella Corsi, prendendo a modello quello che fanno associazioni analoghe in altri paesi come gli USA e la Gran Bretagna. In conclusione, finalmente si è cominciata ad avvertire come un’anomalia l’assenza delle donne ai vertici di istituzioni in cui la loro presenza era considerevole. L’old boys network ha capitolato e questo spiega la crescente presenza di donne nei ruoli decisionali e anche le nomine mie e di Cristina Marcuzzo. Ma nel settore privato dell’economia siamo ancora molto più indietro.

Tornando al presente, cosa succede nel mercato della ricerca economica? Quali sono i settori disciplinari che le donne preferiscono e quali difficoltà incontrano nei percorsi di carriera?

L’aumento della presenza delle donne nel settore degli studi economici avviene in un contesto in cui la formazione degli economisti e la ricerca si sono standardizzate, nel senso che l’accesso alla carriera e le promozioni avvengono secondo un percorso molto ben individuato, bisogna pubblicare su certe riviste, occuparsi di determinate questioni e usare determinate metodologie. Quindi va riconosciuto che gli spazi di libertà nella ricerca si stanno progressivamente riducendo per le donne come per gli uomini, al punto che alcuni parlano di una scienza economica autoreferenziale, altri di scomparsa del pluralismo, altri – e sono voci autorevoli nel panorama internazionale – di una crisi profonda della scienza economica stessa. Quindi la presenza femminile degli ultimi vent’anni è andata a coincidere con un irrigidimento del settore, che ne ha limitato le possibilità e le differenze nei percorsi di ricerca. L’effetto della presenza femminile, che la cultura femminista ha sempre sperato si traducesse in una trasformazione di differenza, non c’è stato. Le donne si sono adeguate al modello prevalente, perché discostarsene è un lusso che forse solo le anziane e/o quelle che hanno fatto già carriera possono permettersi. Dal punto di vista dei contenuti e delle linee di ricerca, insomma, si è registrato un appiattimento. Le donne si occupano delle stesse cose degli uomini e con le stesse metodologie. Per quanto riguarda le questioni economiche relative al genere, da poco se ne occupano anche giovani donne e uomini, però sempre all’interno delle convenzioni della professione. L’economia femminista vera e propria, invece, con le sue aperture verso altre discipline  e un risvolto politico più specifico, non ha trovato molto seguito nel nostro paese. Per quanto riguarda le carriere, l’ambiente è estremamente competitivo, proprio perché più di altre discipline l’economia ha stabilito le regole della corsa e bisogna arrivare per primi. È il gioco testosteronico del piacere di superare l’altro che spesso e volentieri  tiene fuori le donne. Le donne incontrano le difficoltà che di solito incontrano nei contesti in cui si mira solo al risultato: tutto è mirato alla produttività, ma sappiamo che le donne pubblicano meno degli uomini anche se non sappiamo bene perché. Dunque le regole certe danno vantaggi e limitano l’arbitrio, ma lo svantaggio per la comunità scientifica è un rischio di eccessiva specializzazione, frammentazione e scarsa innovazione.  

Cosa può fare secondo te la SIE per un modello che renda più agevole l’accesso e la permanenza delle donne nel mondo della ricerca?

Io penso che la SIE abbia tra i suoi molti compiti anche quello di valorizzare il lavoro di ricerca delle donne, facendo molta attenzione a questo aspetto, proprio perché in generale le donne sono meno capaci di autopromozione. Soprattutto, la SIE dovrebbe promuovere una cultura, un circolo virtuoso che permetta alle donne di continuare a crescere nei loro percorsi. Quello che invece accade adesso è che al momento del dottorato donne e uomini sono allo stesso livello, ma già dieci anni dopo quasi sempre sono gli uomini a stare più avanti nella carriera.  Più opportunità, più visibilità, più responsabilità generano anche più competenze. Se le donne non hanno mai la possibilità di occupare posti di maggiore responsabilità, oggettivamente si troveranno indietro rispetto ai colleghi. Il compito della SIE allora dovrebbe essere quello di valorizzare i talenti esistenti, dare visibilità alla ricerca svolta dalle donne, pensare a programmi più specifici come quelli di mentoring che ormai diverse università e associazioni stanno implementando, e che consistono nell’affiancamento di una giovane ricercatrice da parte di una ricercatrice più anziana che ne faciliti l’avanzamento di carriera. Il lavoro di ricognizione che è stato avviato dalla commissione di genere della SIE da questo punto di vista è stato molto importante.