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Cartabia
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Foto: Flickr/Judy van der Velden

Quanto dovremmo essere contente quando a vincere sono donne che non rappresentano la nostra visione politica? Domande da porsi e distinzioni da fare, in una riflessione di Mara Gasbarrone

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L'elezione della prima donna alla presidenza della Corte costituzionale rappresenta in termini assoluti una conquista dal punto di vista della parità, ma quanto abbiamo davvero da festeggiare se questa nomina va a coincidere con visioni poco inclusive dal punto di vista dei diritti civili?

Non è la prima volta che capita, e non sarà l’ultima: è già successo con Lagarde, con Von der Leyen, con il Nobel a Duflo. Oggi il dilemma si ripropone per Marta Cartabia alla presidenza della Corte Costituzionale. Quanto dobbiamo essere contente, anche se queste donne non ci rappresentano? Io, francamente, sarei molto contenta, come lo sarei stata se avessero eletto Hillary Clinton al posto di Trump, anche se lei era guerrafondaia e amica della grande finanza.

Non facevo parte ieri del corpo elettorale che eleggeva il Presidente degli Usa, e neanche faccio parte oggi del collegio che ha eletto la presidente della Consulta, per cui ha poco senso parlare di “rappresentanza”. Perché dovrei sentirmi più o meno rappresentata? La domanda da porre, semmai, è un’altra: io - come donna che vive in Italia - ricaverò o meno un vantaggio, conterò di più o di meno, per il fatto che alla presidenza della Consulta adesso ci sia una donna, e non più un uomo? Secondo me potrò ricavarne forza, come di fatto avviene tutte le volte che un ruolo prestigioso viene esercitato da una donna: di riflesso, le altre donne (e gli uomini) cominciano a pensare che questo è possibile, e se è possibile, forse vale la pena di impegnarsi perché succeda di nuovo. E poi, perché chiedere alle altre donne se condividono gli investimenti della Marcegaglia, o le simpatie cielline della Cartabia? Per caso chiedete agli  uomini se si sentono rappresentati (in quanto uomini) dalle esibizioni con rosario di Salvini, o se non ha più “classe” Giorgetti?

Mi spingo fino a dire che condivido il giudizio di Gruber su Meloni: una cosa è la sua indubbia capacità di autoaffermarsi in un mondo di uomini, e una cosa sono le idee per le quali utilizza questa capacità, idee con le quali credo di non aver nulla in comune. Si tratta di tollerare una forte dose di dissonanza cognitiva: si può essere bravi ma fascisti, mamme tenerissime e spietate tagliatrici di teste in azienda. Vale per gli uomini e anche per le donne. Abituiamoci a distinguere.

Altra questione è se la giurisprudenza prodotta dalla Corte presieduta da Cartabia sarà più o meno amica delle donne. Il peso del Presidente della Corte non dovrebbe cambiare di molto l’orientamento della Corte. Il timore di uno spostamento in senso conservatore in materia di diritti civili delle persone LBGT non sembra unanimemente condiviso. Fra l’altro, si può ricordare che la recente sentenza sulla non automatica punibilità dell’aiuto al suicidio (caso Cappato per dj Fabo) sia opera della stessa Cartabia. E la sua dichiarazione sul troppo peso che in Italia si dà a sesso ed età mi sembra di buon auspicio.

Semmai, sono d’accordo con la cautela di Flavia Perinaquesta di Cartabia alla presidenza della Corte costituzionale è una “vittoria mutilata”, perché rientrava nell’ordinario funzionamento della Consulta attribuirne la presidenza a colei che era al momento il giudice più anziano. E soprattutto – fra i giudici costituzionali nominati dal Parlamento - solo una volta in 60 anni è stata nominata una donna (Silvana Sciarra, dopo uno stallo di svariati mesi), mentre le altre nomine femminili (quattro su cinque) le dobbiamo ai Presidenti della Repubblica. E le innovazioni dall’alto rischiano di non mettere radici, purtroppo.