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Chi ha paura
dell'avvocata?

Foto: Unsplash/ Alexis Brown

A trent'anni dal lavoro di Alma Sabatini, i tempi sono maturi per ribadire che le parole sono importanti. Cosa emerge dai corsi su lingua e genere nella pubblica amministrazione

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È indubbio che, per quanto ancora faticosamente, si stia comunque diffondendo una maggiore attenzione verso un uso della lingua italiana rispettoso del genere.

Lo si può constatare anche leggendo i quotidiani, percorsi da dubbi linguistici di fronte a certe parole: è allora che, come dentro a una wunderkammer, possiamo ammirare accanto alle parole naturalia, ovvero parole che ci suonano strane ma che sono corrette, anche le parole mirabilia artificiosamente create con la fantasia. E sarà – spesso all’interno dello stesso pezzo giornalistico – una sfilata di tentativi, così, per non scontentare nessuno, riferito a una donna si leggerà: avvocato, avvocatessa, avvocata, avvocato donna, donna avvocato, la avvocato… fino ad arrivare a situazioni in cui a essere messa fortemente in crisi è la referenzialità stessa, quel meccanismo cioè che permette di interpretare il testo e ricostruire la realtà che esso vorrebbe descrivere.

Per capirci, considerate la foto sotto. È tratta da un noto quotidiano. Come immaginare che "l’avvocato italiano espulso dalla Turchia" presentato nel titolo sia la stessa persona che "era partita per Istanbul" e che poi "è stata fermata dalla polizia?" È evidente che titolo e sommario descrivono due eventi capitati a persone diverse che si trovavano, entrambe, in Turchia: ma, se andiamo a leggere il corpo dell’articolo, scopriamo che così non è; scopriamo invece che l’avvocato italiano è Barbara Spinelli e dunque dobbiamo riaggiustare la nostra interpretazione iniziale, forzare il senso letterale del titolo e del sommario per venire incontro alle intenzioni dell’autrice che, pur usando per la legale l’accordo morfosintattico al femminile, teme la parola avvocata.  

Nonostante l’incertezza linguistica generi mostri (ricordate, per esempio, quando il ministro dichiarò di essere incinta?) o possa mettere a repentaglio il senso stesso della comunicazione, i tentativi testimoniano una lingua in movimento; e dicono che, a distanza di 30 anni dal lavoro di Alma Sabatini, è il momento di ribadire quali sono le parole corrette da usare.

Le PA e i corsi di aggiornamento: perché un approccio linguistico

Le pubbliche amministrazioni, sulla buona spinta dei Comitati unici di garanzia (Cug), seguono azioni positive in un’ottica di genere; tra queste, un posto importante lo occupano i corsi di aggiornamento sul linguaggio, uno strumento che in genere o viene dato per scontato o, al massimo, preso in esame quando, in epiche battaglie contro mulini a vento, si tenta una strada verso la semplificazione del linguaggio amministrativo.

Ma un corso sul linguaggio in un’ottica di genere mostra la lingua in modo diverso. Non è, come nel caso di un corso sulla semplificazione, un insieme di indicazioni su come svestire la lingua dagli abiti barocchi della burocrazia per renderla, con abiti più agili e leggeri, familiare, amica. No. Un corso sul linguaggio in un’ottica di genere fa un’operazione diversa: della lingua considera non solo l’aspetto esteriore, ma anche – ancora prima – le regole che la strutturano, e come e se e perché e con quali effetti queste regole sono rispettate nel gioco della comunicazione.

Ci sono molte prospettive, ovviamente, per parlare del rapporto tra linguaggio e genere: filosofica e politica, antropologica, sociologica… Tuttavia, se non si parte da un approccio linguistico si rischia di risultare poco trasparenti e fomentare fraintendimenti; è prima di tutto necessario accordarsi in modo chiaro sul significato delle parole che si usano, creare il terreno comune su cui muoversi: cosa si intende per lingua? Come funziona la lingua italiana? Che cos’è il genere? E poi: con genere si intende quello grammaticale, quello sessuale o quello sociale?

Ecco, un corso sul linguaggio e il genere dovrebbe partire dall’osservazione della lingua come se questa fosse un oggetto nuovo, mai visto; e in fondo è proprio così: la lingua è un oggetto che si pensa di conoscere, e invece no. La lingua è un curioso marchingegno, bisogna capirne gli ingranaggi.

Non è una facile operazione, perché parlare è come respirare o camminare, un atto istintivo, usuale. Ma una volta compiuto lo sforzo iniziale di guardare con occhi nuovi questo oggetto che maneggiamo tutti i giorni, dopo averlo pazientemente smontato per analizzarne gli elementi, le loro meccaniche e interazioni, risistemati per bene i pezzi, ecco che saremo in grado di usare la lingua con più consapevolezza e sapremo finalmente cosa stiamo comunicando con i nostri detti e non detti.

È utile un corso di aggiornamento sul linguaggio e il genere? Alcuni dati

In questi anni ho tenuto diversi corsi di aggiornamento per le PA sul linguaggio e il genere. I corsi erano obbligatori per tutto il personale, di ogni ordine e grado.

Ma quale efficacia hanno questi corsi? Cambiano i comportamenti, almeno linguistici, in privato come sul lavoro, di chi vi partecipa?

A gennaio 2017, in occasione dell’ultimo corso che ho tenuto, ho somministrato un questionario anonimo per avere qualche riscontro quantitativo a queste mie domande; le persone coinvolte erano quasi 200.

Alcuni dati preliminari:

  • 1 partecipante su 4 all’idea di frequentare un corso sul tema “linguaggio e genere” era infastidito e insofferente;
  • il 3% si riteneva già esperto in materia, mentre il 58% ignorava del tutto la tematica;
  • ampiamente condiviso (88%) il pensiero che occuparsi di linguaggio sia importante, ma più a livello teorico che come azione politico-sociale dal momento che il 45% ritiene che il linguaggio non influisca sulla realtà; l’11% pensa invece che sia del tutto inutile riflettere sul linguaggio perché ci sono cose più importanti di cui occuparsi e perché, in qualche modo, ci si capisce comunque.

Alcuni dati conclusivi:

  • più del 98% dei partecipanti ha dichiarato che il corso ha provocato quantomeno delle riflessioni;
  • più dell’80% dichiara che, a fronte di queste riflessioni, cercherà di impegnarsi prestando maggiore attenzione al proprio modo di esprimersi in un'ottica di genere;
  • più del 70% si dichiara seriamente intenzionato a cambiare (abbastanza o molto) il proprio modo di comunicare, soprattutto nell'ambito lavorativo. 

Tra il dire e il fare

Nonostante i riscontri positivi che i dati del questionario riportano, quel che emerge, soprattutto dagli interventi in aula, è la profonda frattura tra la teoria e la pratica. È vero, lo dice anche il famoso proverbio che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare: ma, in questo caso, qual è il mare che impedisce a tanti buoni propositi e consensi di trovare una realizzazione?

Il pubblico dei corsi è concorde pressoché all’unanimità sulle questioni linguistiche: che, per esempio, la grammatica italiana preveda la formazione del femminile in modo tale che se ho la coppia maestr-o/maestr-a, operari-o/operari-a avrò anche avvocat-o/avvocat-a, ministr-o/ministr-a non è oggetto di troppa discussione (anche se – ma questo solo in seguito, quando c’è da scrivere o correggere i testi – spunta sempre il famigerato neutro che potremmo chiamare, ironicamente, “neutro selettivo” visto che vige solo per alcune professioni e non per altre).

Quando, invece, si tratta di applicare quanto visto e accolto in ambito teorico-astratto, ecco che spuntano dubbi di correttezza linguistica, possibilità di eccezioni alla regola, contrarietà dettate da improvvise cacofonie: come se la parola avvocata suonasse bene solo finché è dentro a un manuale di grammatica italiana, mentre in un atto amministrativo, là – in mezzo a così tante parole – non si potesse proprio sentire e vedere.

Così, nonostante l’ampio numero di esempi positivi, guide, manuali e vademecum che trattano di genere e linguaggio e che sono oggi facilmente reperibili online, il discorso resta come un ponte in costruzione, un ponte che si tende verso l’altro lembo di terra senza riuscire a oltrepassare il mare. 

Chi ha (ancora) paura dell’avvocata?

Le persone hanno voglia di confrontarsi e diventare più consapevoli di come funziona uno strumento così essenziale come il linguaggio, ne sono incuriosite. Però poi, nonostante la sorpresa nello scoprire come funziona davvero il marchingegno che davano per già noto, manifestano ancora molte resistenze verso l’applicazione delle regolarità della lingua: la società entra a forza dentro al meccanismo, deforma la norma. 

Insomma, pare che adeguare la modulistica e le comunicazioni a un linguaggio corretto anche da un punto di vista del genere sia impresa impossibile, che neppure Ercole avrebbe potuto affrontare. Certo, mettersi al riparo del “così s’è sempre fatto” o del “comunque ci si capisce” rassicura molto. Ed è molto più comodo. Almeno finché nessuno protesta. E questo è un altro punto dolente, poche persone protestano: perché, tanto, ci si capisce lo stesso…

E, inoltre, sono molte volte le stesse donne a non volersi immischiare nella questione: soprattutto le donne che, raggiunte posizioni apicali, sentono minacciata la propria autorevolezza nel nominarsi, o nel farsi nominare, al femminile. L’avvocata fa paura: è una parola terremoto, apre una faglia nella società, scuote un immaginario in cui il vero potere e il vero prestigio sono appannaggio del maschile. Si dice allora che avvocato è neutro: ma lo è quanto la candeggina. 

Il corso delle parole

La lingua si evolve naturalmente, è vero. Tra qualche decade avvocata si userà senza stupore, diverrà parola comune insieme ad arbitra, senatrice, professoressa ordinaria, maestra d’orchestra, rettrice, segretaria di stato ecc.

Ma, nel frattempo, mentre aspettiamo che la lingua faccia il suo corso, noi parliamo: e facendolo siamo parti attive del divenire della lingua, contribuiamo al corso delle parole, alla costruzione di immaginari che si irrorano da fonemi e grafemi, descriviamo e rafforziamo realtà. Contribuiamo al cambiamento. Ed è attestato da molte testimonianze che scegliere di parlare correttamente non toglie energie e pensieri ad altro di più urgente e importante da sbrigare.

Un corso di aggiornamento obbligatorio all’interno di un ente pubblico serve dunque a migliorare la realtà socio-culturale? Dubito che all’indomani di qualsiasi corso si troveranno modulistica e documenti redatti in un buon italiano rispettoso del genere. E tuttavia un corso sulla tematica “linguaggio e genere” raggiunge almeno due obiettivi importanti: far riflettere sulle proprie abitudini linguistiche, spesso vissute in modo inconsapevole; costringere le persone a interrogarsi sul funzionamento e dunque sul significato esplicito e implicito di un atto comunicativo, considerando in modo critico elementi che troppo di frequente sono dati per scontati. Una piccola luce che col tempo sarà in grado di sconfiggere la paura dell'avvocata.