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Un codice rosa
contro la violenza di genere

foto Flickr/Neal Sanche

Introdurre un codice rosa nei pronto soccorsi per contrastare la violenza di genere e rispondere ai bisogni concreti dei territori. L'esperienza di Differenza Donna presso l’ospedale Grassi di Ostia

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Le storie di violenza, e soprattutto di violenza di genere, se si guardano troppo da vicino sembrano una serie di eventi episodici, individuali, occasionali, qualche volta influenzati da fattori di disagio personale. Sono storie drammatiche, tutte diverse, in cui si può fingere di non individuare elementi e fattori comuni. 

Se si guardano un po’ più da lontano, invece, e, più in generale, se ci si guarda intorno con attenzione, è impossibile non notare quanto la violenza di genere, e soprattutto la violenza sulle donne, faccia parte della nostra cultura e sia considerata accettabile, ancestralmente.

Basta leggere una a caso delle fiabe italiane raccolte da Calvino, ed ecco che arriva il momento in cui il re punisce le figlie per aver disubbidito. O ripudia la moglie che non gli ha dato figli. O costringe le figlie a sposare un principe ranocchio. Punisce corporalmente. Ripudia sbattendo senza risorse nella natura selvaggia, fuori dal castello, la povera malcapitata. Costringe portandola in catene, se lo ritiene necessario. Oppure, è sufficiente guardare un film a caso, andare una sera a teatro, mettersi davanti alla tv: che sia l’ennesima replica di Montalbano o una qualsiasi delle serie crime americane. Quando a un certo punto, basta solo aspettarlo, lei si becca una sberla da un lui geloso, infuriato per lesa maestà al suo senso del possesso, lo spettatore – ma anche la spettatrice media – pensa che non sia poi così grave e che in fondo sì, se l’è cercata. E che anzi, in questo trionfo dell’istinto che non può che essere l’amore vero, l’amore passionale, la violenza non può che avere un suo spazio. Perché siamo animali istintivamente violenti. E ogni sovrastruttura razionale che disciplini le relazioni amorose secondo un’attenzione all’altro/a che preveda che l’altro/a sia percepito per quello che è (con i suoi desideri, i suoi bisogni, le sue debolezze, le sue aspirazioni) è presentata come una forma debole, e peraltro molto faticosa, del sentimento assoluto dell’Amore. Del resto ci educano (ed educhiamo) a pensare che ci sia una metà della mela che ci aspetta da qualche parte. Trovarla prima che marcisca è un problema che ciascuno di noi deve affrontare in solitudine. E considerato che il mito vuole che sia una, ed una sola, una volta trovata bisogna tenersela stretta. Anche se è una mela avvelenata.

La violenza è quindi talmente parte del nostro contesto, sia per chi l’agisce (che raramente viene educato a riconoscerla e a gestirla) che per chi la subisce (che la riconduce a situazioni già viste, familiari), che l’atto di denunciarla diventa difficile e spesso eroico. La violenza è percepita come un problema individuale, da nascondere per la debolezza che lascia trasparire, da non condividere per lo stigma che si porta appresso, da vivere in solitudine, perché parlarne con qualcuno è spesso impossibile. 

A meno di non trovare le persone giuste, nel posto giusto.

Incontro Sabrina Frasca, referente del codice rosa dell’ospedale G.B. Grassi di Ostia, ed esperta di violenza di genere, per ragionare sulla vastità del fenomeno ma anche per capire che tipo di progetti e di interventi si possano mettere in piedi per contrastare la violenza e offrire supporto alle vittime.

L’occasione dell’incontro è stata la celebrazione dei primi 13 mesi di attività dello spazio antiviolenza codice rosa presso l’ospedale G.B. Grassi di Ostia. Uno spazio, gestito dall'Associazione Differenza Donna che funziona coniugando la competenza delle operatrici specializzate sulla violenza di genere con la specificità dell'intervento sanitario, atto alla cura e alla diagnosi del danno provocato dalla violenza. 

Come mi spiega Sabrina “questa collaborazione permette di integrare le peculiarità dell'intervento sociale, attento alla presa in carico complessiva della situazione della donna in pronto soccorso, con l'intervento medico e con l'intervento delle forze dell'ordine, nel rispetto di competenze diverse e specifiche, e rispettando i tempi e le esigenze delle donne vittime di violenza”.

Lo spazio codice rosadal 6 febbraio 2014 è un punto di riferimento per le donne del territorio “inteso non solo come spazio di accoglienza delle vittime di violenza di genere, ma anche come opportunità per la realtà territoriale di promuovere il cambiamento culturale, di sensibilizzare sulla violenza di genere, di supportare l'empowerment delle donne”. Aperto “a seguito di una serie di step che hanno previsto la formazione del personale sanitario (unitamente agli interlocutori istituzionali, quali forze dell’ordine, assistenti sociali, operatrici di consultori); la realizzazione di linee-guida con dei parametri atti a indicare percorsi veloci e mirati per le donne segnalate al codice rosa; il monitoraggio costante dell'attività attraverso incontri con il personale socio-sanitario dell'ospedale per individuare criticità e difficoltà riscontrate, e l'inserimento del codice rosa Grassi nella rete formale ed informale creata in 20 anni di lavoro da Differenza Donna (ufficio legale, centri antiviolenza, case di semiautonomia, ecc.) per rendere efficaci i percorsi di uscita dalla violenza delle donne”.

Come mi spiega Sabrina il punto di forza di quest’intervento consiste nel fatto che “le operatrici specializzate stanno sostenendo le donne attivando percorsi ad hoc, senza forzare i tempi e le scelte, consapevoli che non esistono risposte standard, ma personalizzate in base alle esigenze, e che una donna vittima di violenza ha bisogno di essere ascoltata, di ricevere fiducia ed empatia. Prima di tutto. Questo modello ha permesso al personale medico-sanitario di integrare la risposta medica con una risposta concreta e di successo perché consapevole degli aspetti emotivi complessi che le vittime di violenza portano con sé. Il codice rosa ha lavorato per permettere alle donne di ri-acquisire controllo sulla propria vita e quella dei propri figli, affinché le scelte, che una volta sottratte alla violenza hanno compiuto, fossero frutto della loro volontà, senza che nuovamente qualcuno si sostituisse a loro”.

Inoltre, mi spiega Sabrina “il codice rosa ha lavorato sapendo che la violenza aumenta quando le donne si separano: per questo è stato indispensabile che il codice rosa sia stato attivato proprio nel momento di maggior pericolo per le donne, quello in cui la violenza viene svelata, servendosi della rete di protezione dei centri antiviolenza e del circuito virtuoso costituito da forze dell'ordine, servizi sociali ed associazioni specializzate che da anni lavorano sul fenomeno e sanno dare risposte efficaci”.

Quando le chiedo da dove nasce l’idea di uno sportello anti violenza in ospedale, Sabrina mi risponde citando dati concreti. “Sapevamo, dai dati analizzati riguardanti gli accessi in pronto soccorso nel Lazio, che nel 2010 il 45% delle donne rivoltesi al pronto soccorso non era al primo accesso, queste donne si erano rivolte al servizio sanitario più volte, per ripetute aggressioni, traumi, o motivi quali stati d'ansia, sintomi relativi all'addome, bacino, tratto genitale, testa e collo e altri stati gravosi spesso mal definiti (dati SIES, Sistema Informativo dell'Emergenza Sanitaria). Questo dato ci raccontava una realtà di richieste di cura da parte di una popolazione femminile resa vulnerabile alla violenza, che vive un'alta ripetitività del fenomeno. Il sistema sanitario di base è il primo sistema formale di cura a cui le donne vittime di violenza si rivolgono, anche non avendo maturato la necessità di mettersi in sicurezza, ma continuando, nel tempo, a chiedere proprio ai servizi sanitari di base l'assistenza necessaria per le frequenti patologie che la violenza comporta. Sapevamo che spesso è difficile per gli operatori sanitari decodificare la domanda di aiuto, perché le donne vivono una condizione di paura, di confusione, non esplicitano chi è l'autore della violenza, e conseguentemente nascondono la reale condizione che vivono. Sapevamo che spesso gli operatori sanitari non possono, per motivi legati all'emergenza della situazione che devono affrontare e le specifiche competenze che hanno, offrire alle donne vittime di violenza il necessario spazio di riflessione sulla situazione che vivono, e che questo deve essere compito di altre figure”.

Come opera il codice rosa: “Il codice rosa è diventato lo spazio dove un attento ascolto permette di cogliere una situazione di violenza attuale o pregressa anche a partire da uno stato di malattia quale effetto indiretto; è il luogo in cui ricevere le prime informazioni o le risposte necessarie dalle operatrici specializzate dell’associazione Differenza Donna. Permette un confronto continuo tra l’operatrice specializzata in violenza di genere e il personale psico-sociale e sanitario sui singoli casi e sulla violenza in quanto fenomeno sociale. Offre la possibilità di documentare l’attività svolta e promuovere ricerche epidemiologiche e qualitative del fenomeno, monitorando e validando le prassi adottate. Offre anche la possibilità di svolgere un 'approccio prognostico', permette di individuare i fattori predittivi di un probabile rischio di recidiva della violenza e di realizzare un piano efficace di gestione e contrasto della stessa. Il codice rosa è stato garantito dalla presenza delle operatrici presso i presidi ospedalieri e dalla reperibilità h24 attraverso 2 numeri di emergenza”.

Se guardiamo i numeri, sono abbastanza impressionanti: in 13 mesi di apertura dello sportello codice rosa presso l'ospedale Grassi 187 donne hanno ricevuto sostegno dal codice rosa e sono state inviate per il 60% dal pronto soccorso dell'ospedale; per il 35% da polizia e carabinieri del territorio e per il 5% dai servizi territoriali (Servizi sociali, SERT, Centro di mediazione familiare, scuole).

Sono stati svolti oltre 312 colloqui di sostegno per supportare le donne nel percorso di fuoriuscita dalla violenza. Delle 187 donne arrivate al codice rosa, 88 hanno sporto querela, permettendo l'emersione del fenomeno; in collaborazione con le Forze dell’Ordine, sono state ottenute 33 misure cautelari per concreto pericolo di vita per le donne che si erano rivolte allo sportello; sono state prodotte 22 relazioni dello sportello per il Tribunale Penale, Civile o per i Minorenni di Roma per segnalare la situazione di pericolo e relazionare sul danno che la violenza aveva prodotto; sono state svolte 58 consulenze legali dall'ufficio competente di Differenza Donna affinché le donne accolte avessero adeguate informazioni nei percorsi giudiziari.

Un progetto che funziona, insomma, quello del codice rosa del Grassi di Ostia, capace di rispondere ai bisogni del territorio e di contribuire alla riflessione collettiva sul fenomeno della violenza, costruendo un approccio integrato e di rete volto all'evoluzione di tutti gli attori coinvolti. Un modello che sarebbe bello vedere esportato in tutti i pronto soccorsi degli ospedali italiani.