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Electrolux, mandiamo anche i nonni in Polonia

La svedese Electrolux non è nuova alle politiche di svalutazione del lavoro e delocalizzazione degli impianti. Nel 2005 è toccato agli operai tedeschi, oggi agli italiani, domani, chissà, ai polacchi. Una storia tutta europea che si dispiega sullo sfondo di un dato sulla disoccupazione senza precedenti, dove le regole non esistono e a vincere sono sempre gli stessi. Cambiare prospettiva sulla domanda può essere il primo passo, per interrompere il circolo.

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20 milioni di persone. Fermatevi un momento. Cercate di mettere a fuoco questo numero. E’ il numero di persone senza lavoro nell’area dell’euro[1]. Equivale a  più di un terzo dell’intera popolazione dell’Italia. E, per la maggior parte, queste persone sono effettivamente concentrate nei paesi del sud dell’Europa: quasi un quarto degli europei sotto i 25 anni in cerca di lavoro non lo trova, ma in Italia e Portogallo sono oltre un terzo dei giovani sotto i 25 anni, e oltre la metà in Spagna e Grecia. Quasi la metà di questi 20 milioni è disoccupata da più di un anno. Quasi 9 milioni sono donne. Questa è la causa principale della crescita drammatica della povertà denunciata dalle istituzioni nazionali e internazionali (da ultima la Banca d’Italia).

Una moltitudine di persone disperate che la anemica ripresa annunciata potrà appena scalfire, ammonisce preoccupata il direttore del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde. Anzi, nella misura in cui il miraggio della ripresa induce un clima di moderato ottimismo, contribuisce a ridurre l’allarme sulla situazione economica e giustifica il procrastinare  di interventi indispensabili per favorire una ripresa della domanda e dell’occupazione, la situazione non potrà che peggiorare.

E’ in queste condizioni che la decisione di una multinazionale di spostare la produzione a est diventa drammatica: per i lavoratori occupati, per le loro famiglie, per le imprese dell’indotto, per una intera regione. Ma è in queste condizioni che si può giocare la carta della richiesta di “concessioni”, cioè  riduzioni del salario. E’ quello che gli economisti chiamano, pudicamente, “svalutazioni interne”: se il tasso di cambio   non può ridursi perché non c’è più (abbiamo la stessa moneta) o perché è fuori dal nostro controllo (il tasso di cambio dell’euro non lo decide l’Italia) , come si fa a fare in modo che i prodotti italiani siano comprati dall’estero? Si potrebbero produrre di più e meglio, ma per fare questo ci vogliono grossi investimenti e questi  non li decidono i dipendenti. Devono quindi essere i salari italiani a calare, per poter recuperare competitività. Nei confronti di chi? Non degli efficientissimi tedeschi, i cui salari sono comunque già assai più alti, ma dei polacchi, per ora. Domani saranno i cinesi? Questo è, d’altronde, l’unico meccanismo su cui si sono basate finora le politiche di riequilibrio all’interno della zona dell’euro; lo stesso meccanismo che è stato imposto a Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda. [Lo stesso che si è auto-inflitta la Lettonia - diventata il beniamino della Commissione Europea – dove durante la crisi  i redditi medi si sono ridotti quasi della metà.] Ci si deve meravigliare che la costruzione europea non goda più del favore di una quota crescente delle popolazioni del sud?

La Electrolux, impresa multinazionale svedese, il più grande produttore mondiale di elettrodomestici, non è nuova a queste politiche. Le aveva sperimentate già nel 2005  con i lavoratori tedeschi in Baviera. Nel dicembre 2005 infatti la direzione dell’Electrolux annunciò la decisione di chiudere l’impianto di Norimberga entro il 2007 e di spostare la produzione in Polonia e in Italia, come parte di un piano di ristrutturazione complessiva della produzione annunciato mesi prima  (e che già aveva causato proteste e dimostrazioni in Germania e in Italia). Il costo del lavoro tedesco era decisamente troppo alto:  “siamo stati costretti a concludere che in nessun modo è possibile colmare il divario di costo che renderebbe competitiva la produzione nello stabilimento di Norimberga” dichiarò  Johan Bygge, che era alla testa dell’attività della Electrolux nel settore degli elettrodomestici in Europa e nell’est asiatico.

A nulla valse la forte mobilitazione dei lavoratori e dei sindacati tedeschi. Dopo sei  settimane  di scioperi, i lavoratori votarono per accettare un accordo che regolava le condizioni delle chiusura dell’impianto alla fine del 2007 tramite prepensionamenti, indennità di licenziamento e trasferimento a centri di riqualificazione. La chiusura dello stabilimento colpì direttamente 1.700 lavoratori, ma l’impatto sulle imprese dell’indotto aumenta notevolmente la stima dei costi in termini di occupazione. Questi esempi mettono in discussione alcune tesi care agli economisti: la Electrolux è una multinazionale svedese, di un paese cioè simbolo del capitalismo illuminato; i lavoratori tedeschi sono tra i più produttivi, efficienti e flessibili; i sindacati tedeschi sono parte integrante del sistema “corporativo” di relazioni industriali basate sulla co-gestione; la Baviera è il cuore dell’industria meccanica tedesca, governata da sempre dal partito democratico-cristiano, lo stesso della cancelliera  Merkel. Tuttavia le leggi del profitto sono inesorabili, e vincenti se si ritiene che l’unico meccanismo che deve regolare le relazioni fra paesi siano quelle del mercato e delle lotte fra poveri.

Il caso dell’Electrolux ha dato a molti commentatori lo spunto per ripetere l’(inascoltato)  invito a innovare, investire in ricerca, produrre beni con tecnologie più avanzate, aumentare l’istruzione della forza lavoro. Siamo d’accordo, ma perché sempre e comunque si continua a pensare che la domanda possa venire solo dall’estero? Dovremmo avere ormai imparato che, se lo fanno tutti, è un gioco a somma zero, e che anzi la necessità di paesi e imprese di essere competitivi ad ogni costo per strappare quote di mercato agli altri non potrà che scaricarsi sulle condizioni di lavoro, nella corsa al ribasso che abbiamo visto nel caso della Eletctrolux: dalla Germania, all’Italia, alla Polonia… quando ci si fermerà? E se ricominciassimo a pensare come fare ad aumentare e migliorare  la domanda interna, partendo per esempio dai servizi alle persone? O pensiamo che un giorno manderemo in Polonia anche i nostri bambini, anziani e malati?



[1] Sono 19.200 mila nell’euro e poco più di 26 milioni nell’Europa 28.

http://epp.eurostat.ec.europa.eu/tgm/refreshTableAction.do?tab=table&plu...