Articolofinanza pubblica - violenza

Che fine fanno i fondi
per i centri antiviolenza?

Che fine hanno fatto i fondi messi a disposizione dal governo per il contrasto alla violenza sulle donne? Risponde la mappa di #donnechecontano, aggiornata al 2015

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A un anno dal lancio dell’iniziativa di #donnechecontano, ActionAid ha voluto cercare e analizzare informazioni sui fondi della L. 119/2013 per il biennio 2013-2014 che le regioni hanno erogato a favore di centri antiviolenza e case rifugio. Ne risulta un quadro parziale e disomogeneo, da cui trarre lezioni per i futuri stanziamenti. 

Una mappa parziale

La mappa mostra che solo per 10 amministrazioni è possibile consultare la lista delle strutture beneficiarie dei fondi. Di queste, 5 regioni - Veneto, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Puglia - hanno pubblicato on line i nomi di ciascuna struttura e i fondi ricevuti. 

Per l’Abruzzo è stato possibile risalire alle strutture beneficiarie attraverso la consultazione di diversi atti, poiché l’assegnazione dei fondi ai centri è stata fatta sulla base di strutture che in precedenza avevano vinto bandi regionali. Per Valle d’Aosta e Basilicata è stato possibile dedurre i nomi dei beneficiari dal basso numero di centri esistenti date le dimensioni contenute dei territori. Per la Toscana è stato possibile trovare informazioni solamente per due ex province autonome - Firenze e Pistoia. 

Strategie disomogenee

L’analisi dei dati raccolti mostra la diversità di scelte adottate dalle varie amministrazioni. Ad esempio si rileva che il finanziamento medio per centro antiviolenza e casa rifugio varia molto da regione a regione: circa 60mila euro in Piemonte, 30mila in Veneto e Sardegna, 12mila in Puglia, 8mila in Sicilia, 12mila nelle ex province di Firenze e Pistoia, 6mila in Abruzzo e Valle d’Aosta. Si tratta di un dato importante, poiché i fondi erano stati stanziati principalmente per garantire il funzionamento dei centri e strategie disomogenee possono inasprire o creare disparità territoriali nell’assicurare servizi antiviolenza adeguati in numero e qualità. 

Inoltre, scelte come quelle dell’Abruzzo di erogare i fondi a favore di centri che in precedenza avevano vinto bandi regionali, può comportare il rischio di escludere automaticamente altre strutture dall’accesso ai finanziamenti, nell’eventualità in cui non tutte avessero partecipato o vinto bandi passati. 

Il Veneto si configura come un caso particolare: se da un lato risulta essere tra le regioni più trasparenti e con più dettagli sulla spesa, risulta non essere stato in grado di spendere tutti i fondi a disposizione: avendo erogato gran parte dei fondi tramite bando e non avendo ricevuto sufficienti domande idonee, si ritrova infatti con un avanzo di circa 400mila euro, che rischia di dover restituire al governo se non dovesse essergli concessa la possibilità di riallocarle. 

La trasparenza, poi, non sempre significa che un’amministrazione è virtuosa in tutto e per tutto: se da un lato la Sicilia ha reso pubblica la lista di strutture beneficiarie dei fondi, dall’altro ha deliberato molto tardi (aprile 2015) rispetto alla scadenza fissata dal governo (dicembre 2014). È da rilevare tuttavia che le regioni hanno ricevuto i fondi solo nell’autunno 2014, per cui la scadenza è stata molto stretta, da qui si può dedurre una compartecipazione di responsabilità tra governo e regioni rispetto alle tempistiche di erogazione dei fondi. 

Per il futuro

Dall’analisi emergono importanti lezioni che governo e regioni dovrebbero tenere in conto in vista dei futuri stanziamenti: la prima, assicurare erogazioni tempestive delle risorse. Una nota a questo proposito va fatta sui fondi previsti per il 2015, poiché ancora non risultano essere stati erogati. È inoltre necessario prevedere una mappatura accurata dei centri antiviolenza e dei fondi adeguati per il loro funzionamento, alla luce dei dati contradditori rispetto alle strutture presenti nelle varie regioni e della disomogeneità delle risorse assegnate nei vari territori. Infine, dovrà essere assicurato che tutti gli atti e tutti i dati siano facilmente reperibili online sia sul sito delle regioni sia su quello del dipartimento pari opportunità e pubblicati in formato accessibile. La trasparenza è infatti un presupposto importante per poter valutare le iniziative implementate e il loro impatto, e per fornire alle amministrazioni informazioni utili alle scelte future.