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L'impietosa morte
della Torres femminile

La squadra che ha scritto la storia del calcio femminile italiano non esiste più. Parlano le protagoniste, deluse ma temerarie di fronte al desiderio di una cultura dello sport che tenga conto della forza femminile

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7 scudetti, 8 coppe Italia, 7 Supercoppe, 2 Italy Women's Cup, prima squadra italiana a partecipare alla Champions League rosa. Stiamo parlando della Torres, realtà femminile sarda che da poco più di 10 giorni non esiste più.

La squadra che ha scritto la storia del calcio femminile italiano, nata nel 1980 a Sassari, ora è cancellata, risucchiata nel vuoto assordante del calendario della Serie A che per la prima volta in 35 anni non la contempla.

La società femminile, fusa l'anno scorso con quella professionistica maschile, non ha potuto prendere parte al campionato che sta per iniziare a causa dei debiti accumulati dalle gestioni che negli ultimi anni si sono avvicendate.

Non proprio un fulmine a ciel sereno, ma il colpo di grazia che decreta il collasso della squadra di calcio femminile più titolata d'Italia.

Abbiamo voluto dare voce alle protagoniste. Donne che la legge italiana non considera, a torto, professioniste come i colleghi maschi, ma animate da una passione così grande capace di sfidare difficoltà e ostacoli in nome di un attaccamento alla maglia che diventa eroico, perché libero e sconfinato.

Stipendi non pagati, trasferte sbilenche e umiliazioni non hanno impedito di chiudere la stagione scorsa, l'ultima della Torres, con un onorabile sesto posto. Un risultato che solo delle vere professioniste potevano raggiungere.

Romina Pinna è una delle attaccanti più promettenti della sua generazione. Arrivata nel 2014 a indossare i colori della Torres, ha vissuto un anno a due facce: "Da una parte ero contenta perché avevo trovato il mio spazio in squadra, giocando e segnando quindi ero soddisfatta; dall'altra c'erano i continui problemi della società: alloggi, trasferte, staff medico e stipendi. Da poco ho dovuto pagare, con altre 3 mie compagne, un avvocato per non farci addebitare la somma dell'affitto dell'appartamento che tutt'ora la società non ha saldato. Senza i nostri sacrifici, la Torres già da inizio stagione scorsa sarebbe affondata".

Un de profundis che Romina cerca di analizzare: "A mio avviso la colpa non è solo della nuova dirigenza, ma anche di quella vecchia, direi un 50-50% tra chi ha venduto e chi ha acquistato senza far niente per scongiurare l'affondamento".

L'atleta sarda ora gioca in una squadra inglese, ma l'amarezza e la delusione sono incommensurabili: "A livello personale è un colpo al cuore. Ogni ragazza, bambina sarda e non, voleva giocare nella Torres che ormai sarà solo un ricordo".

Mimma Fazio ha giocato in porta nella stagione scorsa. Pur di approdare in Sardegna e vestire quella maglia plurititolata, ha lasciato il suo lavoro dietro il bancone di un bar e si è presa con coraggio oneri non dovuti. Ora è senza squadra, disoccupata con debiti. La sua è un'odissea terribile. "È arrivata una bolletta di 500 euro di luce che la società non ha pagato, più il decreto ingiuntivo riguardante lo sfratto che riceverò a breve, perché mi ero accollata la responsabilità di essere l'intestataria del contratto di affitto. Sono una di quelle che ci sta rimettendo di più da questa storia".

Con un biglietto che si è pagata, è tornata a casa: "La mia passione non si è spenta, spero che storie come la nostra insegnino che certe cose non devono più capitare. Ci vuole rispetto per le donne nello sport a livello arbitrale e sociale". 

Le donne che giocano a calcio sono discriminate anche dai fischietti. Una calciatrice ci confida di frasi sprezzanti e umilianti. Vuole rimanere anonima per "le ripercussioni a livello federale che potrebbero colpirmi. Una volta un arbitro zelante, mentre ero a terra mi ha apostrofato dicendo che le donne erano fatte per stare e casa e pulire i piatti non per giocare a calcio". Niente però ferma queste atlete che sono disposte in mancanza di una tutela professionistica a stipulare assicurazioni sanitarie private a loro carico pur di essere protette in caso di infortuni.

Le donne sono abituate a vincere più degli uomini come ricorda l'ex rossoblu Silvia Fuselli, ora in forza al Verona: "Mastico amaro, perché era l'unica realtà vincente di Sassari a parte la Dinamo. La Torres era la mia seconda famiglia". Anche su di lei gravano debiti pregressi contratti dalla precedente gestione. "Sono andata via prima dell'avvicendamento. Penso comunque che la fusione con calcio maschile sia stata deleteria, è stato sperperato un patrimonio del calcio femminile italiano". Silvia racconta delle situazioni paradossali: "Siamo state abbandonate. Ricordo che per cercare aiuto e continuare a rendere grande la Torres, vendevamo abbonamenti in piazza e alle sagre". E i punti interrogativi lasciano spazio a una domanda che non trova risposta: "Perché le istituzioni non si sono mosse?".

Elisabetta Tona, 14 anni a Sassari, è stata una delle colonne portanti della squadra, da questa stagione gioca alla Fiorentina: "Non sarei mai andata via. Parte del mio cuore sarà per sempre rossoblu". I suoi sentimenti sono quelli comuni a tutte le atlete: attaccamento alla maglia, amore senza limiti per lo sport e un forte sentimento di appartenenza.

"Il nostro grido di protesta si è levato già da due-tre anni chiedendo rispetto per noi in quanto donne e calciatrici, per la città e per i nostri colori".

Non c'è equità, né uguaglianza. Il destino delle donne che giocano a calcio è ancora aspro. Nel mirino del pregiudizio e del luogo comune, la loro è, nonostante le difficoltà, una scelta di vita sempre viva e palpitante.

La richiesta corale è una sola: "Vogliamo rispetto e più cultura sportiva. Non esiste solo il calcio maschile, ma anche quello femminile, una passione che non è ribelle, ma libera come la forza delle donne".

Articolo pubblicato per gentile concessione de LaDonnaSarda.it